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Le Antiche Fornaci Maiorana sono un raro e prezioso esempio di archeologia industriale. Si tratta di un complesso preindustriale costituitoda un frantoio per la produzione di inerti (pietrisco, ghiaietto e sabbia) e da due fornaci usate per la produzione di calce viva che nel dopoguerra era molto usata per costruire abitazioni. Furono realizzate nel 1945 dalla famiglia Maiorana in quell'area denominata feudo Barca che fin dal 1799 era stata di proprietà del principe di Belmonte, nei pressi del quartiere Acquasanta, alle falde di Monte Pellegrino. L’impianto sorge su un’area di circa 3.000 m2 ubicata sopra una pirriera, cioè una cava di calcarenite dalla quale fin dal Settecento veniva estratto il materiale da costruzione e si articola su tre livelli compreso un’ampia parte ipogea. L’attività produttiva avviata da Sebastiano Maiorana rimase in funzione fino al 1968, quando si svilupparono nuove tecniche industriali che soppiantarono la fabbrica.
La struttura, in parte fuori terra, è caratterizzata da cunicoli sotterranei percorsi da binari sui quali scorrevano i carrelli metallici che trasportavano il materiale. Il calcare veniva estratto dalle falde del Monte Pellegrino, rotto in piccoli pezzi e trasportato nella fabbrica tramite carretti trainati da cavalli. Poi il calcare veniva immesso nelle fornaci alimentate con legna proveniente dal bosco della Ficuzza. Durante la cottura il calcare, consolidato in blocchi, veniva spinto con lunghe aste fino al fondo delle fornaci dove, trasformato in calce, era raccolto dai carrelli, ancora oggi visibili, e portato in superficie tramite elevatori. La fabbrica impiegava 10 adulti e 10 carusi, ogni turno di lavoro era di 8 ore e la paga era circa 3.000 lire. I macchinari, le fornaci, le vasche, i cunicoli, i pozzi e gli attrezzi degli operai sono ancora visibili.Fanno parte del complesso anche il palazzo padronale a due elevazioni, un magazzino, le stalle per i cavalli, un frantoio e un silos per i materiali inerti.
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Le visite si effettuano su prenotazione per gruppi di minimo 15 persone.
Ticket 5 euro a persona.
Gratuito per gli insegnanti.
Per prenotare contattare il t.3276678054
 

Oggi è possibile visitare questo luogo così suggestivo grazie agli eredi Maiorana che hanno salvatole fornaci da sicuro degrado e distruzione. Infatti con i numerosi interventi di restauro realizzati e con le iniziative finora promosse se ne assicura la conservazione, la fruizione e la valorizzazione quali testimonianze storiche di una delle attività produttive più significative della città di Palermo.
La famiglia Maiorana ha inoltre costituito l'associazione culturale “Antiche Fornaci Maiorana ETS” finalizzata in primis alla valorizzazione del suddetto complesso industriale, ma al tempo stesso con la più ampia ambizione di promuovere e valorizzare l'archeologia industriale in Sicilia.
L'Associazione nasce con l'intento di organizzare e realizzare diverse attività, anche di carattere scientifico e divulgativo, partendo dal presupposto fondamentale che l'archeologia industriale costituisce un tassello fondamentale della nostra storia, nonché un campo di indagine innovativo e necessario per la conoscenza e la comprensione di quegli importanti processi produttivi, ormai sostituiti dalle nuove tecnologie, che furono protagonisti delle nostre realtà industriali e quindi della nostra economia fino alla seconda metà del Novecento.
 

 

Dopo aver vinto nel 2018 con uno scatto che ritraeva la piccola Manal, una bambina di 11 anni sfigurata in viso dopo una esplosione in Iraq, è in Siria che il fotoreporter catanese cattura con il suo obiettivo la storia che gli vale una nomination tra le foto singole, categoria General News, della 63esima edizione

Tiene in braccio suo figlio. Gli accarezza una guancia nascondendo tutta la preoccupazione di una madre che fa la fila per andare verso la clinica del campo profughi di Al-Hol, nel nord est della Siria. La foto di una donna russa e del suo piccoletto dagli occhi stanchi è lo scatto che fa vincere ad Alessio Mamo, fotoreporter siciliano, un posto tra le più belle foto del mondo col World Press Photo, il più importante concorso di fotogiornalismo al mondo.

LA FOTO DI MANAL E IL REPORTAGE DALLA SIRIA

Dopo aver vinto nel 2018 con uno scatto che ritraeva la piccola Manal, una bambina di 11 anni sfigurata in viso a seguito di un’esplosione in Iraq e costretta a portare una maschera in attesa di un intervento di chirurgia plastica, è in Siria che il giovane catanese cattura con il suo obiettivo la storia che gli vale una nomination tra le foto singole, categoria General News, della 63esima edizione del premio nato Amsterdam nel 1955 e che, dopo che saranno annunciati i vincitori il prossimo 16 aprile, girerà il mondo con una mostra ad hoc, che ha già fatto tappa a Palermo per tre anni grazie all’impegno di Cime, il cui presidente è Vito Cramarossa.

La foto fa parte di un reportage realizzato da Alessio Mamo insieme alla giornalista Marta Bellingreri che racconta le storie di migliaia di rifugiati, molti dei quali donne e bambini di sospetti combattenti dell’Isis sfollati nel nord della Siria. “Per la seconda volta in tre anni ho l’onore di essere tra i vincitori del World Press Photo - spiega Alessio Mamo -. Ciò è un onore e in qualche modo compensa la grande fatica che si fa al giorno d’oggi ad essere un fotoreporter indipendente. ‘Russian Mother and her Child at Al-Hol Camp’ è una storia molto diversa da quella di Manal, ma allo stesso tempo vicina. Queste due foto sono legate da un filo comune che è la sofferenza del post Isis in Iraq e in Siria, soprattutto per le donne e per i bambini”.

LE FOTO CANDIDATE AL “WORLD PRESS PHOTO OF THE YEAR”

Per la 63esima edizione del World Press Photo sono stati presentati tutti i finalisti e non direttamente i vincitori (come accadeva fino a qualche anno fa), che saranno invece annunciati il prossimo 16 aprile in un’apposita cerimonia ad Amsterdam. Per selezionare i vincitori, i giudici hanno esaminato 73996 fotografie di 4283 fotografi da 125 paesi diversi.

I sei candidati al World Press Photo of The Year sono: Mulugeta Ayene di Associated Press (AP) con la foto di una donna che si butta in faccia un mucchio di terra raccolta dal luogo dove è precipitato il boeing dell’Ethiopian Airlines - dove ha perso la vita l’assessore della Regione Siciliana Sebastiano Tusa -; Farouk Batiche di Deutsche Presse-Agentur con una foto degli scontri in Algeria tra manifestanti e polizia; Yasuyoshi Chiba di Agence France-Presse con un momento delle manifestazioni in Sudan per chiedere un governo civile e non militare; Tomasz Kaczor per il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza con la foto di una ragazza da poco risvegliata dallo stato catatonico causato dalla sindrome da rassegnazione; Ivor Prickett del New York Times con la foto di un combattente curdo che riceve una visita della fidanzata in un ospedale da campo; e Nikita Teryoshin con la foto di una fiera di armi negli Emirati Arabi Uniti.

I finalisti per il World Press Photo Story of the Year sono invece: Nicolas Asfouri dell’agenzia AFP per il suo lavoro sulle proteste di Hong Kong; di nuovo Mulugeta Ayene di AP per un lavoro più ampio sui parenti delle vittime a bordo del Boeing precipitato in Etiopia; e il francese Romain Laurendeau per un lungo reportage sui giovani algerini e sulla loro importanza nell’ispirare le rivolte dello scorso anno.

CHI È IL FOTOREPORTER CATANESE

Alessio Mamo è un fotografo freelance siciliano, nato a Catania. Laureato in Chimica, Alessio ha sempre preferito viaggiare alla vita chiusa all’interno di un laboratorio. Nel 2007 si è laureato in fotografia all’Istituto Europeo di Design di Roma. Nel 2008, ha iniziato la sua carriera nel fotogiornalismo volgendo il suo obiettivo verso temi sociali, politici ed economici contemporanei. È attento al fenomeno della migrazione, dei rifugiati, a partire dalla Sicilia fino al Medio Oriente e all’Asia. Le sue foto sono state pubblicate su importanti riviste internazionali come Times, Newsweek, Le Monde, Der Spiegel, The Sunday Times, Stern, National Geographic, Geo, L'Espresso, The Guardian, Le Nouvel Observateur, Focus Historia, Marie Claire e tanti altri.

Alessio Mamo


 

L'escursione sarà preceduta da una spiegazione sulle caratteristiche e la storia dell'invaso del Prof. Carmelo Nasello, dell'università di Palermo, ingegneria Idraulica. 

Quindi si partirà dalla diga per effettuare il periplo dell'intero invaso, ci si manterrà sempre sullo stesso livello nelle sponde del lago se le condizioni del terreno lo consentiranno altrimenti si percorrerà il sentiero attiguo.

Durante la camminata ci si apposterà con il cannocchiale e i binocoli per poter osservare l'avifauna presente e insieme all'ornitologo Giovanni Guadagna si riconosceranno le varie specie osservate.
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Per partecipare non occorre prenotare ma basta presentarsi alle 8:15 all'appuntamento in via Ernesto Basile davanti l’ingresso dell’Università (e la stazione metro Orleans) a Palermo. Contributo escursione compresa assicurazione 5 euro.
Occorre essere in buone condizioni fisiche e di salute, con obbligo di scarponcini da montagna ed essere allenati per effettuare 15 km circa di sentieri. Colazione al sacco. Consigliato Binocolo, almeno 8x, e/o macchina fotografica con potente zoom. 

Tutte le informazioni, i referenti e i dettagli sono pubblicati sul sito e sui social dell'associazione all'indirizzo web: wwfsicilianordoccidentale.it  

 

Lo chef Natale Giunta, noto per far parte da 15 anni del cast del successo televisivo La Prova del Cuoco su Rai Uno, parteciperà giovedì 27 febbraio ad ExpoCook, evento annuale dedicato al settore della ristorazione. Il suo cooking show si terrà al PalaExpo, alle ore 16,30 e, insieme al pastry chef Paolo Grasso presenterà la sua ultima creazione la Sfera di Tiramisù. Ad ExpoCook lo chef Natale Giunta porterà anche il libro, scritto con la conduttrice televisiva Elisa Isoardi, e la collega Alessandra SpisniBuonissimo! La grande avventura della cucina italiana. Ingresso libero con iscrizione al link https://expocook.org/registrazione/.
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La sfera di tiramisù dove la più golosa tradizione italiana incontra l’innovazione
 
Tutti lo amano, tutti lo reclamano, il tiramisù è il dolce italiano per eccellenza, c’è chi dice che sia di origini romane, altri laziali, non c’è tavola italiana in patria e all’estero che non lo ospiti. È quindi un simbolo della tradizione, che lo chef Natale Giunta ha modernizzato in chiave gourmet, creando una sfera di zucchero soffiato che accoglie al suo interno una morbida crema al mascarpone, con sopra caviale di caffè sferificato, una tecnica che fa parte dei segreti dello chef.
 
«La Sfera di Tiramisù o tiramisù sferificato, è un dolce che coinvolge il commensale che lo compone con il biscotto savoiardo e versando il caffè da una piccola caffettiera. Un dolce, quindi – aggiunge lo chef Natale Giunta - che fa intrattenimento, fa unione e fa famiglia, in un’era di cialde, la moka è un caldo ricordo che rappresenta il sud».
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La seconda volta dello chef Natale Giunta ad ExpoCook
 
ExpoCook, che ha preso il via alla Fiera del Mediterraneo di Palermo lo scorso martedì 25 febbraio e che si concluderà a venerdì 28, coinvolge oltre 230 espositori, in 25mila metri quadrati di area coperta, divisi in 11 settori tematici e 8 padiglioni e che lo scorso anno ha registrato 30 mila presenze. E quest’anno ospita rappresentanti da Spagna, Germania e Canada. «ExpoCook si è affermata ormai come un’eccellenza della nostra terra – commenta lo chef siciliano, Natale Giunta – ed io sono orgoglioso di essere stato invitato per la seconda volta, nella veste di special guest, insieme alle star nazionali del settore, per questo ho scelto di condividere uno dei piatti che mi è più caro».
 

 

Se uno proprio ci deve arrivare, a Palermo, gli conviene che prende la nave. Il treno no, che il viaggio è lungo. Da dove arrivi? Da Roma? E già fanno dodici ore, pure se lo prendi di notte, bene che vada dormi cinque ore, coi controllori che passeggiano, entrano, bussano, obliterano, senza pace, poi mettici gli abusivi che vendono i panini col secchio e le bottiglie, quelli che ti portano le lenzuola di carta, i compagni di cuccetta che si alzano perché gli scappa e accendono le luci. La gente c’ha le sue esigenze fisiologiche. Che fai, gli spari? E poi la puzza di piedi! Senza cadere nello stereotipo, ma in treno è così: la gente si scippa le scarpe di dosso, pare che insieme ai piedi si liberi l’anima appestante che c’ha, e ti piazza queste due fette fumanti proprio sotto al naso. L’aria degli scompartimenti nel giro di qualche minuto è satura di afrori umani e di panino imbottito, ho visto gente che per coprire dodici ore – io quella tratta lì, Roma-Palermo, Palermo-Roma, l’ho fatta centinaia di volte – si porta una dozzina di panini, che fanno complessivamente un panino con salame e provoletta l’ora.
 
Te lo offrono pure, insistono e intanto macinano a quattro ganasce. Ci proveranno per tutto il viaggio ad ammollarti un panino unto, questo è assicurato. E poi lo dico, che mi frega, tanto lo sanno pure i sassi: i treni ritardano, sono zozzi, mannaggia a loro! Ogni giorno qualcuno si prende la briga di scrivere ai quotidiani questa vicenda imbarazzante dei nostri treni, sporchi, puzzoni e ritardatari, con le toilette intasate “senza nessuno che gli dia una passata di varechina”, fece notare la mia amica Claudia, che aveva una sua idea precisa su come igienizzare gli scompartimenti delle linee ferroviarie italiche. Ma dalle alte sfere niente, tutti sordi,
nessuno che si preoccupi di fare qualcosa, di prendere uno straccio con la varechina. Allora che decidi? Prendo l’aereo!
Poi, però, pensi che c’è il rischio di fare troppo presto, se ritarda un’ora o due, nel giro di cinque ore sei a Palermo. E no, non vale, che uno cambia città così, daumbleau! Per arrivare a Palermo devi essere preparato. Metti che uno dopo un’ora o due d’aereo si fionda nel mercato di Ballarò, metti che si sistemi subito in bocca un pezzetto di spincione, che si pigli un gelato, che nessuno lo rapini come segnalano certe guide, finisce che si crede morto e in paradiso. A Palermo si arriva per gradi, è come un’ immersione nello scirocco. Metti che uno viene dal Nord e si trova subito in mezzo a tutta ’sta luce: no, è troppo.

In macchina? Mah, boh, che ti devi attraversare lo Stretto, ma non ti siddìa? Che ti devi infilare in una di queste autostrade assurde, che dicono che sono finite e poi non è vero? E poi, come fai a girare la città con l’auto? Posteggi, traffico, pass; manco un autobus ti vuoi gustare? L’autobus palermitano che è fonte di ispirazione? Un amico che ti fa fare un giro in macchina, ti fa guardare i monumenti, i personaggi cittadini – tipologia del posteggiatore abusivo compresa – dal finestrino, lo trovi di sicuro, perciò non c’è bisogno che la macchina te la porti da casa, noi qua ne abbiamo un sacco di macchine, senti a me, dai, piglia una nave. In nave puoi mangiare e vedere un film come se fossi al cinema. E puoi pure avere ’sta cazzo di macchina, se ci tieni assai a portartela, posteggiata nella pancia del bastimento. Puoi giocare al Titanic, no, nzamaddio, non è che affonda, magari incontri uno che ti piace… Premetto che gli armatori navali non mi danno un centesimo per scrivere quello che scrivo, tanto, sono sicura che appena l’Isola comincerà a profilarsi all’orizzonte tiferete
tutti per me, e benedirete le mie dita che hanno composto quest’introduzione. Palermo vista dal mare fa la sua porca figura, mamma mia! La lentezza dell’approssimarsi permette di guardarsi le coste che saranno pure fituse, lottizzate, tutte tempestate di costruzioni abusive prive di architettoniche fantasie, ma con le palme che stormiscono (stormiranno le palme?) al vento, la baia di Capogallo, le casette dell’Arenella, il quieto cimitero, Villa Igiea, ce la caviamo, siamo proprio uno spettacolo. E poi Palermo è capoluogo di un’Isola, così, giocando ai pirati, ve ne accorgerete di sicuro.

Ogni libro ha una genesi a parte, ne ho già parlato. Questo è un progetto seguito da anni. Alcuni stralci già sono stati pubblicati, come capita spesso, in una forma però che non mi ha soddisfatta del tutto, forse affrettata (età, stati d'animo), e ancora incompiuta, la ricerca sulla felicità dunque, continua.

Giovedì 9 gennaio 2020, si presenta alle 18,30, al ristorante e vineria Perbacco, vicolo Lo Presti 2 Agrigento, il saggio Conto i giorni felici, cercando la felicità (e altre cose venute dopo), che ho pubblicato con Graphe.it edizioni.

In cui faccio una specie di resoconto, sullo stato attuale, della felicità, per essere umani come me, oberati di lavoro, ansie e inseguiti da scadenze, precetti sociali e morali, che guardano serie tv, stanno sui social, amano i viaggi e le buone letture, per gente, insomma, che vive in pieno questi anni.

Abbiamo pensato a una presentazione e un buffet, con annessa degustazione di vini gentilmente offerti da Grottarossa, perché le chiacchiere, il bere e il mangiare bene, fanno parte del percorso di felicità. Perché credere nel benessere è credere nel piacere della conversazione, dell'incontro.

Introduce il volume, insieme all’autrice, il giornalista Luigi Roberto Mula. Sarà presente anche Claudia Greco, di Grottarossa Winery, con alcuni prodotti.

Ho contatto Claudia dopo aver assaggiato casualmente due bottiglie della sua cantina. un vino corposo, profumato e inebriante, che sembra raccontare la Sicilia in ogni sorso. Di questo vino mi è piaciuta la confezione e la cura dei dettagli, persino il logo, un'idea di Claudia, un piccolo ventaglio dispiegato, che serve a rinfrescare e cambiare l'aria e soprattutto ripesca una storia antica e poco nota del territorio: l'uso del ventaglio come forma di comunicazione.
Perché le donne dell'Isola lo hanno tramutato in uno strumento, sensuale ed utile, per raccontare stati sentimentali e interessi amorosi, ma di questo parleremo presto.

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Torniamo al libro.

Farsi delle domande sulla felicità potrebbe sembrare pretenzioso, eppure non è forse vero che tutti ce le poniamo? Non è detto, però, che ciascuno di noi sia in grado di darsi risposte con la profondità riflessiva e l’arguzia narrativa che si deve riconoscere all’autrice di questo volume. In un flusso nel quale si mescolano armoniosa-mente esperienze personali, riflessioni spontanee e ricerca quasi scientifica, si indaga su dove si trovi la felicità (nel denaro, nel sesso? Nell’amore e nei progetti di famiglia?), se mai sia possibile conseguirla e, soprattutto, ci si chiede se per una donna di oggi tutto ciò debba avvenire in una chiave differente e particolare “Felicità non è solo resistere agli attacchi della vita, ma cucinare piatti sublimi con gli avanzi emotivi. Mentre balliamo aspettando la fiction preferita, ci ripariamo dai torti subiti con piccole attenzioni verso noi stessi.”

Che aspettate? Passate a trovarci

 
 
 

Provate a dirlo allo zio Pinuzzo “Strit fud” e poi aspettate, vedrete come vi talìa, ovvero come vi osserva. “Zocché strit fud?” cioè cos’è? Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata, come l’altra espressione, quella che si ripete per gli aperitivi che si mangiano con le mani Il “finger food”. Prima era tutto “salatini e patatine” l’aperitivo rinforzato stava solo a Milano e noi non avevamo lo strit fud, bensì panelle e crocché, cazzilli e rascatura.
Adesso lo street food e finger food hanno trovato modi sempre più carini di presentarsi, lo street food in particolare è oggetto di abbinamenti con vini di pregio, nominato nelle riviste internazionali, protagonista alle feste chic dove è d’uso affittare una lapa, tipica del palermitano, completa di panellaro che prepara e frigge “Live” specialità croccanti e gustose da assaggiare subito.
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Ma ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui le panelle erano un affare di famiglia.
E se sopravvive la festività di Santa Lucia – da onorare, bandendo pane e pasta e facendo posto a panelle e arancine col il loro rito di preparazione che coinvolge l’intera casa lasciandola odorosa e impregnata di fritto per settimane -. È più raro il rito dello street food casalingo (anche il nome stesso lo denuncia, se è cibo da strada, street, che ci fa a casa?) un momento che tanto ci ha visto protagonisti, soprattutto da ragazzi quando era semplicemente “oggi a pranzo si friggono panelle”.

Sul lucernario del mio palazzo li vedo, appollaiati, le zampe, somigliano a quelle delle oche, palmate: sono i gabbiani, abitano sulla mia testa, alcune notti li sento perfino camminare. Qualche giorno fa, immobile sul bordo del cassonetto dei rifiuti di casa mia c’era un gabbiano. Un volatile enorme, sul becco una macchia di rosso, perfettamente a suo agio come se fosse un’azione usuale, il gabbiano ravanava nella munnizza per cibarsi.
In ultimo, una volta che avevo spalancato le ante, un’ala, enorme, di un gabbiano ne ha sfiorata una facendola vibrare. Certe volte, il tipico urlo del gabbiano può svegliarti, sembra che dialoghino, a distanza, con qualche simile. Forse si domandano “vuoi andare al mare?” e l’altro risponde “no, che non me la sento, prendo umidità.”
Da bambina ho disegnato milioni di volte il cielo e il mare, divisi dalla linea dell’orizzonte, un pugno di nuvole in cielo e gabbiani stilizzati, silhouette con la tipica forma di sopracciglio che simboleggiavano una determinata atmosfera: quella della costa.
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Il gabbiano, certo, ci ricongiunge alla nostra natura: Palermo significa tutto porto. Nell’iconografia classica, segue le barche col pescato, afferra bocconi prelibati lanciati in volo. Ma il gabbiano domestico è una realtà, il segno di un cambiamento, chiaro. Dice che se ne vedono a stormi (si dice così, no?) volteggiare sulla discarica di Bellolampo. Dice, ho trovato sulla nuova Bibbia moderna, ovvero internet, che alcuni esemplari il mare non lo vedranno mai, non navigheranno, insomma, non saranno come i loro nonni, forse nessuno li riporterà al largo, a planare fra le onde e tuffarsi fra i flutti e pescare, verso l’orizzonte, come si faceva una volta. Da nni, ormai, nifdificano sul tetto dell'Orto Botanico di Palermo. Gabbiani reali, solo nel nome a quanto pare.
Il gabbiano sta in città per dirci una cosa precisa: siete zozzi, io magno e cammino sulle vostre teste (si dice infatti: ti mangia in testa) perché voi non curate questa città e manco la natura, ci avete i cassonetti pieni e il mare più vuoto.
In parte, confessiamolo, il gabbiano di città che vive di munnizza a Palermo rischia di perdere molto del suo fascino.
Di contro fa un’immensa tenerezza. Ha dovuto adattarsi, come migliaia di persone, e vivere di resti. Il gabbiano, in città condivide i cassonetti con migliaia di cercatori. Gente che ogni giorno si guadagna da vivere cercando nella munnizza. Il gabbiano ogni volta che non vola, non segue la scia delle barche, e cerca il pasto fra i rifiuti, fermo e fiero, non contravviene alla sua natura, ci dice soltanto questo: le cose sono cambiate qui, non te ne eri accorta bella mia?

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