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Se uno proprio ci deve arrivare, a Palermo, gli conviene che prende la nave. Il treno no, che il viaggio è lungo. Da dove arrivi? Da Roma? E già fanno dodici ore, pure se lo prendi di notte, bene che vada dormi cinque ore, coi controllori che passeggiano, entrano, bussano, obliterano, senza pace, poi mettici gli abusivi che vendono i panini col secchio e le bottiglie, quelli che ti portano le lenzuola di carta, i compagni di cuccetta che si alzano perché gli scappa e accendono le luci. La gente c’ha le sue esigenze fisiologiche. Che fai, gli spari? E poi la puzza di piedi! Senza cadere nello stereotipo, ma in treno è così: la gente si scippa le scarpe di dosso, pare che insieme ai piedi si liberi l’anima appestante che c’ha, e ti piazza queste due fette fumanti proprio sotto al naso. L’aria degli scompartimenti nel giro di qualche minuto è satura di afrori umani e di panino imbottito, ho visto gente che per coprire dodici ore – io quella tratta lì, Roma-Palermo, Palermo-Roma, l’ho fatta centinaia di volte – si porta una dozzina di panini, che fanno complessivamente un panino con salame e provoletta l’ora.
 
Te lo offrono pure, insistono e intanto macinano a quattro ganasce. Ci proveranno per tutto il viaggio ad ammollarti un panino unto, questo è assicurato. E poi lo dico, che mi frega, tanto lo sanno pure i sassi: i treni ritardano, sono zozzi, mannaggia a loro! Ogni giorno qualcuno si prende la briga di scrivere ai quotidiani questa vicenda imbarazzante dei nostri treni, sporchi, puzzoni e ritardatari, con le toilette intasate “senza nessuno che gli dia una passata di varechina”, fece notare la mia amica Claudia, che aveva una sua idea precisa su come igienizzare gli scompartimenti delle linee ferroviarie italiche. Ma dalle alte sfere niente, tutti sordi,
nessuno che si preoccupi di fare qualcosa, di prendere uno straccio con la varechina. Allora che decidi? Prendo l’aereo!
Poi, però, pensi che c’è il rischio di fare troppo presto, se ritarda un’ora o due, nel giro di cinque ore sei a Palermo. E no, non vale, che uno cambia città così, daumbleau! Per arrivare a Palermo devi essere preparato. Metti che uno dopo un’ora o due d’aereo si fionda nel mercato di Ballarò, metti che si sistemi subito in bocca un pezzetto di spincione, che si pigli un gelato, che nessuno lo rapini come segnalano certe guide, finisce che si crede morto e in paradiso. A Palermo si arriva per gradi, è come un’ immersione nello scirocco. Metti che uno viene dal Nord e si trova subito in mezzo a tutta ’sta luce: no, è troppo.

In macchina? Mah, boh, che ti devi attraversare lo Stretto, ma non ti siddìa? Che ti devi infilare in una di queste autostrade assurde, che dicono che sono finite e poi non è vero? E poi, come fai a girare la città con l’auto? Posteggi, traffico, pass; manco un autobus ti vuoi gustare? L’autobus palermitano che è fonte di ispirazione? Un amico che ti fa fare un giro in macchina, ti fa guardare i monumenti, i personaggi cittadini – tipologia del posteggiatore abusivo compresa – dal finestrino, lo trovi di sicuro, perciò non c’è bisogno che la macchina te la porti da casa, noi qua ne abbiamo un sacco di macchine, senti a me, dai, piglia una nave. In nave puoi mangiare e vedere un film come se fossi al cinema. E puoi pure avere ’sta cazzo di macchina, se ci tieni assai a portartela, posteggiata nella pancia del bastimento. Puoi giocare al Titanic, no, nzamaddio, non è che affonda, magari incontri uno che ti piace… Premetto che gli armatori navali non mi danno un centesimo per scrivere quello che scrivo, tanto, sono sicura che appena l’Isola comincerà a profilarsi all’orizzonte tiferete
tutti per me, e benedirete le mie dita che hanno composto quest’introduzione. Palermo vista dal mare fa la sua porca figura, mamma mia! La lentezza dell’approssimarsi permette di guardarsi le coste che saranno pure fituse, lottizzate, tutte tempestate di costruzioni abusive prive di architettoniche fantasie, ma con le palme che stormiscono (stormiranno le palme?) al vento, la baia di Capogallo, le casette dell’Arenella, il quieto cimitero, Villa Igiea, ce la caviamo, siamo proprio uno spettacolo. E poi Palermo è capoluogo di un’Isola, così, giocando ai pirati, ve ne accorgerete di sicuro.

 

Ogni libro ha una genesi a parte, ne ho già parlato. Questo è un progetto seguito da anni. Alcuni stralci già sono stati pubblicati, come capita spesso, in una forma però che non mi ha soddisfatta del tutto, forse affrettata (età, stati d'animo), e ancora incompiuta, la ricerca sulla felicità dunque, continua.

Giovedì 9 gennaio 2020, si presenta alle 18,30, al ristorante e vineria Perbacco, vicolo Lo Presti 2 Agrigento, il saggio Conto i giorni felici, cercando la felicità (e altre cose venute dopo), che ho pubblicato con Graphe.it edizioni.

In cui faccio una specie di resoconto, sullo stato attuale, della felicità, per essere umani come me, oberati di lavoro, ansie e inseguiti da scadenze, precetti sociali e morali, che guardano serie tv, stanno sui social, amano i viaggi e le buone letture, per gente, insomma, che vive in pieno questi anni.

Abbiamo pensato a una presentazione e un buffet, con annessa degustazione di vini gentilmente offerti da Grottarossa, perché le chiacchiere, il bere e il mangiare bene, fanno parte del percorso di felicità. Perché credere nel benessere è credere nel piacere della conversazione, dell'incontro.

Introduce il volume, insieme all’autrice, il giornalista Luigi Roberto Mula. Sarà presente anche Claudia Greco, di Grottarossa Winery, con alcuni prodotti.

Ho contatto Claudia dopo aver assaggiato casualmente due bottiglie della sua cantina. un vino corposo, profumato e inebriante, che sembra raccontare la Sicilia in ogni sorso. Di questo vino mi è piaciuta la confezione e la cura dei dettagli, persino il logo, un'idea di Claudia, un piccolo ventaglio dispiegato, che serve a rinfrescare e cambiare l'aria e soprattutto ripesca una storia antica e poco nota del territorio: l'uso del ventaglio come forma di comunicazione.
Perché le donne dell'Isola lo hanno tramutato in uno strumento, sensuale ed utile, per raccontare stati sentimentali e interessi amorosi, ma di questo parleremo presto.

logo Cla2

Torniamo al libro.

Farsi delle domande sulla felicità potrebbe sembrare pretenzioso, eppure non è forse vero che tutti ce le poniamo? Non è detto, però, che ciascuno di noi sia in grado di darsi risposte con la profondità riflessiva e l’arguzia narrativa che si deve riconoscere all’autrice di questo volume. In un flusso nel quale si mescolano armoniosa-mente esperienze personali, riflessioni spontanee e ricerca quasi scientifica, si indaga su dove si trovi la felicità (nel denaro, nel sesso? Nell’amore e nei progetti di famiglia?), se mai sia possibile conseguirla e, soprattutto, ci si chiede se per una donna di oggi tutto ciò debba avvenire in una chiave differente e particolare “Felicità non è solo resistere agli attacchi della vita, ma cucinare piatti sublimi con gli avanzi emotivi. Mentre balliamo aspettando la fiction preferita, ci ripariamo dai torti subiti con piccole attenzioni verso noi stessi.”

Che aspettate? Passate a trovarci

 
 
 

 

Provate a dirlo allo zio Pinuzzo “Strit fud” e poi aspettate, vedrete come vi talìa, ovvero come vi osserva. “Zocché strit fud?” cioè cos’è? Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata, come l’altra espressione, quella che si ripete per gli aperitivi che si mangiano con le mani Il “finger food”. Prima era tutto “salatini e patatine” l’aperitivo rinforzato stava solo a Milano e noi non avevamo lo strit fud, bensì panelle e crocché, cazzilli e rascatura.
Adesso lo street food e finger food hanno trovato modi sempre più carini di presentarsi, lo street food in particolare è oggetto di abbinamenti con vini di pregio, nominato nelle riviste internazionali, protagonista alle feste chic dove è d’uso affittare una lapa, tipica del palermitano, completa di panellaro che prepara e frigge “Live” specialità croccanti e gustose da assaggiare subito.
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Ma ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui le panelle erano un affare di famiglia.
E se sopravvive la festività di Santa Lucia – da onorare, bandendo pane e pasta e facendo posto a panelle e arancine col il loro rito di preparazione che coinvolge l’intera casa lasciandola odorosa e impregnata di fritto per settimane -. È più raro il rito dello street food casalingo (anche il nome stesso lo denuncia, se è cibo da strada, street, che ci fa a casa?) un momento che tanto ci ha visto protagonisti, soprattutto da ragazzi quando era semplicemente “oggi a pranzo si friggono panelle”.

 

Sul lucernario del mio palazzo li vedo, appollaiati, le zampe, somigliano a quelle delle oche, palmate: sono i gabbiani, abitano sulla mia testa, alcune notti li sento perfino camminare. Qualche giorno fa, immobile sul bordo del cassonetto dei rifiuti di casa mia c’era un gabbiano. Un volatile enorme, sul becco una macchia di rosso, perfettamente a suo agio come se fosse un’azione usuale, il gabbiano ravanava nella munnizza per cibarsi.
In ultimo, una volta che avevo spalancato le ante, un’ala, enorme, di un gabbiano ne ha sfiorata una facendola vibrare. Certe volte, il tipico urlo del gabbiano può svegliarti, sembra che dialoghino, a distanza, con qualche simile. Forse si domandano “vuoi andare al mare?” e l’altro risponde “no, che non me la sento, prendo umidità.”
Da bambina ho disegnato milioni di volte il cielo e il mare, divisi dalla linea dell’orizzonte, un pugno di nuvole in cielo e gabbiani stilizzati, silhouette con la tipica forma di sopracciglio che simboleggiavano una determinata atmosfera: quella della costa.
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Il gabbiano, certo, ci ricongiunge alla nostra natura: Palermo significa tutto porto. Nell’iconografia classica, segue le barche col pescato, afferra bocconi prelibati lanciati in volo. Ma il gabbiano domestico è una realtà, il segno di un cambiamento, chiaro. Dice che se ne vedono a stormi (si dice così, no?) volteggiare sulla discarica di Bellolampo. Dice, ho trovato sulla nuova Bibbia moderna, ovvero internet, che alcuni esemplari il mare non lo vedranno mai, non navigheranno, insomma, non saranno come i loro nonni, forse nessuno li riporterà al largo, a planare fra le onde e tuffarsi fra i flutti e pescare, verso l’orizzonte, come si faceva una volta. Da nni, ormai, nifdificano sul tetto dell'Orto Botanico di Palermo. Gabbiani reali, solo nel nome a quanto pare.
Il gabbiano sta in città per dirci una cosa precisa: siete zozzi, io magno e cammino sulle vostre teste (si dice infatti: ti mangia in testa) perché voi non curate questa città e manco la natura, ci avete i cassonetti pieni e il mare più vuoto.
In parte, confessiamolo, il gabbiano di città che vive di munnizza a Palermo rischia di perdere molto del suo fascino.
Di contro fa un’immensa tenerezza. Ha dovuto adattarsi, come migliaia di persone, e vivere di resti. Il gabbiano, in città condivide i cassonetti con migliaia di cercatori. Gente che ogni giorno si guadagna da vivere cercando nella munnizza. Il gabbiano ogni volta che non vola, non segue la scia delle barche, e cerca il pasto fra i rifiuti, fermo e fiero, non contravviene alla sua natura, ci dice soltanto questo: le cose sono cambiate qui, non te ne eri accorta bella mia?

 

Un caffè, lo prendiamo tutti, io per un po' non ho potuto, causa gastrite, ed è stato doloroso.
 
Per anni ho acquistato il cartoccetto in carta oleata in una vecchia torrefazione, l'odore dei chicchi appena tostati ti stordiva, entravi e ti perdevi, fra i diversi tipo di miscele - chiedevi al commesso con il grembiule, "me ne prepara una non troppo forte?", e lui lo faceva, come uno sciamano, calando nei diversi barattoli - fra il rumore, quel cartoccio caldo caldo, era come un cucciolo vivo, che tenevo fra le mani. Una volta ha viaggiato con me in autobus, tutti conoscevano il misfatto che conteneva la mia borsa, l'dore era troppo forte, ed era la promessa di un caffè,da preparare sulla fiammella bassa bassa.
Non so più se esiste la botteguccia del caffè. ma l'odore, la promessa, resiste nel tempo.
 
 
 

Appena messo piede in Sicilia, fatevi una domanda e datevi una risposta, siete cusciuti?

Approdati nell’Isola dovete imparare qualche parola di siciliano, se non volete che qualcuno vi dia della camurria impunemente.

Se avete seguito tutte le stagioni della fiction di Montalbano siete un passo avanti.

Intanto indagate dentro voi stessi, ma quanto siete cusciuti? Quanto siete disposti a cusciuliare? Cusciuto/a, nel dialetto palermitano si usa per definire quelli che vanno in giro, che amano uscire, perlustrare, e far girare le cosce. Cusciulera è la variante del termine nell’agrigentino, cusciuliari è il verbo principe di cui disquisiremo.

Perché dovete amarlo, in Sicilia, questo cusciuliare, vi salverà. Cusciuliare è l'imperativo categorico che si oppone all'universo capitalistico. Non ci credete? Cusciuliare è un vero antidoto al disservizio, da contrapporre all'efficientismo svizzero, gratuito, indolore (tolti i crampi ai polpacci) che potete procacciarvi in qualsiasi momento senza ricetta medica.

Non passa l’autobus (il famoso autobus siciliano rarissimo)? Cusciuliate. Prendete e fatevi una bella scarpinata e osservate intorno.

Il treno salta un corsa e dovete aspettare due ore in stazione?, cusciuliate, bruciate calorie, fate spazio dentro di voi a una nuova, entusiasmante cena a base di caponata da assaporare senza sensi di colpa. Affittate una bici e fate girare le gambe.

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Siete arrivati in un paesino e vi siete accorti che siete nel mezzo di qualche festa comandata e che pure qui mancano i mezzi pubblici per raggiungere un sito archeologico? Mentre cercate un passaggio, fate una cosa: cusciuliate. Cusciuliare guarisce da (quasi) tutto in Sicilia.

Ma anche se siete arrivati freschi freschi di aria condizionata di aereo e siete saltati direttamente sulla vostra bella auto affittata, noi ci teniamo a dirvi che se cusciuliate, la Sicilia la vedrete meglio, anche se le guide non lo dichiarano, noi, che siamo sinceri, lo faremo: questa è un’isola pensata per chi ama cusciuliare, è la Capitale mondiale dei cusciuti. Offre praticamente un’infinità di divagazioni, diramazioni, bivi, deviazioni, da intraprendere con curiosità cusciuta. Per non parlare dei mercati, dove cusciuliare è un dovere sociale.

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Piccolo test. Siete in auto e state procedendo sulla Palermo Sciacca. Incontrate lungo la via, Piana degli albanesi, Portella della Ginestra, Poggioreale, Santa Margherita Belice, Menfi, Sambuca di Sicilia, posti che evocano vini, cantine, dolci della tradizione, spiagge, storia, disastri e terremoti, rinascite, storie umane, indicibili bellezze naturali.

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Oppure, siete in auto (o moto) e siete sulla Statale 115 che va da Trapani a Mazara del Vallo? Qui potete decidere cosa fare, basta un colpo di sterzo per immettersi a Castellammare del Golfo, scoprire pani cunzati, Scopello e il suo baglio, oppure decidere se visitare Marsala (da mars allam, porto di Dio, e abbiamo detto tutto) Gibellina, Selinunte, posti da cusciuti al top.

Perché, confessatelo, cusciulando quanti angoli sconosciuti avete scoperto? Cantine, piccole botteghe, friggitorie, affacci sul mare. Posti che non avreste mai notato altrimenti. Quante volte avete organizzato una gita per andare a visitare una mostra o un paesino, mentre ad allietare la vostra giornata è stato il cusciuliare, la scoperta di una gelateria, la chiacchiera con un oste, il profumo di una cantina, lo scambio di punti di vista con un commensale al ristorante, con un fabbro, con un artigiano della ceramica? Pensa, se invece di cusciuliare avreste viaggiato dentro la vostra auto, con una tabella di marcia strettissima, e fermate obbligate, volete mettere? la Sicilia, con la sua lentezza, vi fa un favore, pure bello grosso.

Se siete cusciuti, punteggerete tutte le arterie statali di soste, pit stop, trasformerete ogni cartello stradale in una scoperta e in una opportunità. Tramuterete la vostra vacanza in una ricerca esplorativa, in un campo di osservazione, fregherete disservizi, aziende di trasporto, entrerete nel mood siculo. Non temete, mentre Google maps vi indica la via, vi offre le coordinate giuste per non vagare spersi, fra un paese e l’altro, noi siciliani potremo fare di meglio: noi sapremo rendervi cusciti e cusciuleri.


Mi capita spesso di sentirlo e di leggerlo: si avanzano delle critiche, anche sensate, al sistema di vita siciliano, ai disservizi, al clientelismo, alla fuga dei cervelli, e la gente del posto risponde: "eh, ma hai mai assaggiato la sublime poesia dello streeet food che il mondo ci invidia?  Sei mai stato alle Eolie mentre il sole tramonta e colora di rosso il cielo? Dicci un po', tu che ti lamenti: ce l'hai il mare vicino casa?". Una risposta, se ci riflettete, assolutamente fuori luogo. Avete mai sentito un romano che alle lamentele per le buche dell'asfalto risponda: "eh, ma hai visto il panorama dal Pincio? L'hai assaggiata la pajata?". 

Intanto Palermo è la patria dello street food, che è questo inglesismo favoloso, per indicare quel cibo che vendono ovunque, per strada, ed è un cibo povero, a buon mercato, di solito una pura invenzione del bisogno, buonissimo, capace di ritemprare lo spirito e il cuore e farvi tornare a scarpinare attraverso la città con rinnovato vigore.

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