Sunday, September 22, 2019
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Se usi la bicicletta per muoverti in città, se vai in centro, qualcuno te lo avrà detto: sali da via Dante. Chissà perché soprattutto in Sicilia, si usa il verbo salire, per intendere risalire, come se via Dante fosse una collina o un pendio o meglio una specie di fiume di macchine (ma non è che forse è così?). In effetti nel gergo siculo si usa spesso l’espressione “da dove salire?” per sincerarsi da che senso raggiungere un luogo, un posto, forse per riferirsi alla difficoltà di muoversi nel traffico cittadino, di fatto un vera e propria esclation di impedimenti fra lavori pubblici e ore di punta.

Però una cosa la devo ammettere; se arrivi dal Politeama via Dante è in salita (adesso c’è un tranche di pista ciclabile, nuova nuova) una piccola pendenza certo, ma devi pestare sui pedali, ti devi mettere sulla destra e poco prima del tramonto il sole che arriva da via Serradifalco è così basso che ti taglia gli occhi e non vedi quasi niente e puoi immaginare sì, di risalire anche se stai solo percorrendo una strada del centro, una strada che io, personalmente, conosco a memoria: all’altezza di Palazzo Ziino, ad esempio c’è un filo della luce perennemente abitato dai colombi, all’angolo con piazza Lolli c’è sempre il venditore di calia e semenza – con le caldarroste e il fumo d’inverno -, i cani randagi, belli grassottelli e sudici, che dormono, quattro sedie sotto una tettoria, qualche volta qualcuno che gioca a carte. Di fronte, d’estate, si munnano i fichi d’india e si mancia u miluni. C’è pure un resto di una specie di torre, quasi all’incrocio con via Filippo Parlatore, intorno a cui prospera un negozio di quadri e cornici. Più avanti le ville, ma quelle le conoscete tutti. E ne parlerò ancora, con i loro ingressi che riportano indietro nel tempo e con la siepe che forma la W dei Whitaker sempre verde, con tutte le stagioni. Lì la natura si fa sentire, anche di fronte, dove prima si trovava un bel vivaio, e si vede il verde pure dalle finestre delle cliniche, e lo so perché un poco ci sono stata.

Mi è capitato, in maniera monella, di ridiscendere via Dante in bicicletta, dalla corsia degli autobus – non ditelo ai vigili e alla polizia municipale mi raccomando – in questo modo mi evito, visto che le guardo dal senso di marcia opposto, la famosa apertura di sportello delle auto sicula, quella che avviene di botto, dopo il posteggio mascalzone, senza guardare, così come il lancio a parabola della cicca di sigaretta.  Mi guardo i semafori con i segnali appositi per i servizi pubblici, mi stringo piccola piccola verso il marciapiedi per far passare i taxi che suonano il clacson.

Mi piace fare sosta a piazza Virgilio, da una parte guardo le vetrine del negozio ad angolo con i kilim in mostra, dall’altra c’è la veranda a vetri liberty di villino Favaloro e mi pare di ridiscendere un fiume in piena di gente indaffarata.