Saturday, December 16, 2017
Home / Posts Tagged "Sicilia"

Il 9 e 10 dicembre si svolgerà l’edizione 2017 della manifestazione Kaos festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana nei locali dell’Accademia Michelangelo di Agrigento. Ci saranno come ogni anno incontri con autori, mostre e performance teatrali e musicali, per una contaminazione culturale ricca di appuntamenti. Fra i cinque finalisti per la narrativa c’è Ignazio Bascone con il romanzo La spiaggia insanguinata edito da Libridine: “Quando mi sono ritrovato tra i finalisti del premio Kaos – ammette l’autore – la gioia è stata immensa. Per la prima volta ho avuto un riconoscimento”. L’intervista.

Ignazio Bascone, finalista Kaos

Ignazio Bascone, finalista Kaos

Non se l’aspettava proprio…

La spiaggia insanguinata non è il mio primo romanzo, segue Tommaso l’Omu cani e Petralia, entrambi editi da Libridine. Sebbene i primi due libri, ritengo, siano stati importanti per Mazara in quanto, grazie a loro, la vicenda del barbone Tommaso, sotto le cui spoglie poteva nascondersi Majorana, e di Vincenzo Modica, partito fascista per la guerra e diventato comandante partigiano in Piemonte, abbiano assunto la dimensione di storia ed entrati nella memoria collettiva della città, (a Petralia, prima sconosciuto, è stata intitolata la sede locale dell’ANPI), sono stato sempre guardato con diffidenza e trattato con scarsa considerazione. Non che avessi pretese, però un minimo di soddisfazione…

kaos-finalisti1

Se dovesse presentare ai futuri lettori il suo romanzo in tre frasi che cosa scriverebbe?

La mia è una scrittura d’istinto con un vago pensiero preordinato. Solo in un secondo, terzo, quarto… tempo, faccio ordine. Per presentare il mio romanzo, sforzandomi, direi:

La spiaggia insanguinata parla della Sicilia e di certi Siciliani.

– È una storia raccontata con uno schema inconsueto che non si pone sulla scia attuale dei romanzi noir.

– È scritta con uno stile moderno ma che sa d’antico, con una fluidità che spinge il lettore a consumare i capitoli.

Quali sono le sue fonti d’ispirazione?

L’intervista firmata da Giovanni Zambito continua su Fattitaliani, cliccare qui.

 

Presentato per il mercato italiano, ad Avvinando Wine Fest, manifestazione del settore agroalimentare e vinicolo che si è svolta ai Cantieri Culturali alla Zisa, il progetto La Vucciria Food concept che raccoglie circa 500 piccoli e medi produttori siciliani e che mira alla conquista del mercato americano, giapponese ed europeo con prodotti di coltivazioni e produzione siciliani. Il progetto sarà ripresentato al Fancy Food di New York, dal 25 al 27 giugno, ed era già stato illustrato lo scorso 25 aprile alla New York University, ospiti del quotidiano La Voce di New York accanto allo chef Joe Bastianich. Il marchio, La Vucciria, registrato nel 2014, è stata un’intuizione dell’imprenditore palermitano Antonio Di Dio. Ha debuttato con la donazione della targa La Vucciria posta all’ingresso di via Maccheronai, davanti allo storico mercato, diventata subito un’attrazione turistica. Il progetto si é evoluto in un casco da motociclista con l’effige dello storico quadro di Renato Guttuso, La Vucciria e adesso in un paniere alimentare che è partito dall’olio d’oliva, con una capacità di milioni di litri, seguiti nel percorso dalla spremitura all’imbottigliamento dall’antico frantoio Di Noto, del 1872, di Pettineo.
La Vucciria_Il paniere (3)
Il progetto di export La Vucciria Food Concept

A New York è già presente una piattaforma di import per esportare negli Stati Uniti un contenitore di sicilianità che oltre al cibo includerà anche arte e design. Ideatori sono Antonio Di Dio, general manager del marchio La Vucciria, proveniente  dal mondo del fashion e la socia Diana de Concini curatrice del marketing, che si affidano alla qualità di nicchia del prodotto e al design curato del packaging che raccoglie la tradizione siciliana nei colori e nelle forme. L’etichetta ha al suo interno il simbolo della “stidda”, la stella del carretto siciliano, realizzata dall’artista folk palermitano Roberto Cavallaro. Nel team anche l’architetto Alessandra Cerrito e il visual web developer Fabio Calabrese.

La Vucciria_Il paniere (5)

«Abbiamo compreso – hanno detto Di Dio e de Concini – che la Sicilia sta attraversando un momento d’oro sia per il turismo sia per l’agroalimentare. Nel mondo è vista come un’eccellenza mondiale, un marchio forte, e questo diventa una leva per fare economia e sistema di imprese. Proprio la capacità di unirsi è la principale evoluzione sociale e culturale dei siciliani, che prima per invidie preferivano tenere i prodotti nel sottoscala e adesso fanno squadra. Tutte le aziende di provenienza sono menzionate nelle etichette che andranno fuori dall’Isola. Il ritorno economico per i singoli produttori è immediato».

All’interno del paniere, oltre a quattro diverse cultivar di olio, Biancolilla, Santagatese, Nocellara dell’Etna e del Belice, l’Oro verde, la crema pura di pistacchio, di Elenka; conserve di marmellata di fichi d’India, arance, il condimento alla Norma, salsa di pomodoro e basilico, capperi pomodori e olive, dell’azienda Tudia di Castellana Sicula; tonno rosso del Mediterraneo e bottarga di Coalma, storica azienda di conserve ittiche di Sant’Erasmo Palermo. E, ancora, due formati di pasta prodotta con grano locale e il sale di Trapani.

E, infine, un’antica ricetta di caponata che appartiene alla  famiglia Di Dio che sarà realizzata da una nota azienda di conserve. I Di Dio sono produttori di olive da dieci generazioni nelle campagne di Pettineo con l’azienda Terre di Mezzo. Realtà agricola tra le Madonie e i Nebrodi, nella Valle della Halesa, vecchia città punica sotterrata sotto Castel di  Tusa, in area igp Sant’Agatese. Si tratta della più antica cultivar siciliana, in una zona con patrimonio di alberi più antichi tra cui quello più vecchio di tutto il Mediterraneo censito dall’università di Buenos Aires, con 1800 anni.

Unendo le due escursioni programmate per questo fine settimana escursionistico la prima sabato 12 novembre a Rocca di Novara e la seconda domenica 13 novembre alla Grotta del Lauro e Rocca Calanna ad Alcara Li Fusi, ecco spuntare un weekend al quale aggiungere la visita del borgo di Alcara Li Fusi e una serata da passare assieme tra buon cibo e nuove amicizie. In ogni caso potete partecipare anche alle singole giornate.
12 novembre 2016 – ROCCA DI NOVARA, CERVINO DI SICILIA
Da molti chiamata il Cervino di Sicilia per la sua somiglianza con questa vetta alpina, dai novaresi è detta la Rocca Salvatesta, la Rocca di Novara è una delle cime più alte e più riconoscibili dei peloritani. Alta 1340 metri offre una bella escursione che permette di circumnavigarla e scalarla. Una domenica di trekking per ammirare il panorama che spazia dall’Etna, a Tindari, al Golfo di milazzo, allo Stretto di Messina.
13 novembre 2016 – Grotta del Lauro e Rocca Calanna
Sulle Dolomiti di Sicilia, le Rocche del Crasto per scoprire uno dei suoi luoghi più particolari, la Grotta del Lauro, una grotta di origine calcarea da esplorare ed ammirare. Bello l’itinerario che partendo dai piedi di Rocca Calanna, passa sotto il nido dell’aquila tra le splendide pareti rocciose ed arriva all’ingresso della grotta. Poi due ore all’interno tra stalattiti e stalagmiti calcarei che creano effetti speciali da vivere. Alla fine pronti per la discesa magari scrutando il volo dell’aquila o dei grifoni. Il tutto ad Alcara Li Fusi all’interno del progetto Alcara Borgo Natura
Per chi volesse può partecipare anche all’escursione di sabato a Rocca di Novara e poi pernottare ad Alcara li Fusi e partecipare la domenica a questa escursione.
Guida: Attilio Caldarera, 349 7362863, attiliocaldarera@gmail.com –www.vaicoltrekkingsicilia.com – www.attiliocaldarera.com
Quota: € 30,00 (guida, assicurazione e organizzazione delle 2 escursioni)
Altre Spese: € 50,00 (comprendono pernottamento ad Alcara Li Fusi, cena, colazione)
I costi non comprendono: pranzo a sacco di sabato e domenica
Ritrovo: sabato 12 novembre 09,30, Novara di Sicilia (ME).
Fine escursione: domenica 13 novembre ore 16,30 Alcara Li Fusi (ME).
Viaggio: utilizzo auto propria. Difficoltà: Media
Attrezzatura necessaria: abbigliamento da trekking.

Agosto per me ha sempre rappresentato l’immobilismo e l’attesa. Chissà cosa succede a settembre, mi chiedevo mentre si sfogliava il calendario. Ma adesso no, adesso è frinire di cicale, mare, sole sulla pelle e pedalate a più non posso. Adesso, visto che è agosto, non devi fare assolutamente niente, sei esattamente come ti senti in spiaggia: sotto sale, conservato per i rigori dell’inverno. Il massimo della fatica è accordarti per aperitivi, film in terrazza, su chi deve sbucciare le pesche per la sangria e affettare il melone. Sai che il tempo risicato e il lavoro, con il primo settembre, ti aspettano per tirare le somme.

“Ottavo mese dell’anno secondo il calendario giuliano e gregoriano; ha la durata di 31 giorni: il primo (di) a. || feria d’a., ferragosto” (recita il dizionario). Il mese di Agosto deriva dal nome del mese romano Augustus, istituito in onore dell’Imperatore Romano, Ottavio Augusto (poi lui, super egocentrico rubò un giorno a febbraio per avere gli stessi giorni di luglio dedicati a Giulio Cesare, ma questa è un’altra storia).

Austu, lo chiamano i siciliani questo mese torrido dalle improvvise burrascate. In ogni angolo dell’Isola si celebrano Madonne, si portano in giro fercoli, si sparano botti contro il cielo che piange stelle di San Lorenzo.

Da allora si celebra la feriae Augusti (riposo di Augusto) che adesso è il glorioso Ferragosto.
Irrorato da fiumi di birra e da chili e chili di anguria (u miluna russu) agosto porta il siciliano doc ad appropinquarsi in spiaggia e ad esporre le terga dopo un anno di canottiera sudata.
Li riconoscete per la cabina ombrellone, il barbecue, la borsa frigo, le teglie di pasta al forno. Per le urla in spiaggia a chiamare i bambini, il sottofondo neomelodico, per le ragazze giovani e già incinte che si sventolano con la copia di Dippiù con la french nails. Li riconoscete perché siamo noi, in parte, sì.
Comunque, senza queste apparizioni, non è ferragosto. Senza l’odore di melanzane fritte, senza brioscia col gelato.
E senza le spiagge di Sicilia (e la pasta al forno) non è mai veramente agosto. Almeno per me.

POST TAGS:

È vero che oggi lo troviamo nei tubetti sugli scaffali del supermercato, ma mio nonno Peppe il ‘concentrato’ di pomodoro lo metteva dentro piccoli vasetti e quando lo faceva, per noi nipoti era un evento.

Era estate, faceva, caldo, caldissimo e il nonno, sceglieva i pomodori più maturi che coltivava nel suo mitico giardino grande.

Mi ricordo che c’era un sole accecante, di quello che ti faceva diventare la pelle rossa e poi nerissima, quel sole che anche se ti scottava non ti faceva male perché ancora di buco dell’ozono non se ne parlava.

E così dopo la raccolta, si lavavano per bene i pomodori, si tagliavano a metà e nonno Peppe li metteva a cuocere in una grande pentola con del basilico e un pizzico di sale. Poi, quando erano cotti, li ‘passava’ e li versava in un’altra pentola e successivamente li esponeva sotto il sole, in modo da fare seccare il contenuto. Nostro nonno – e questa era come una magia – stendeva la pasta rossa e profumatissima su delle tavole e la lasciava ad asciugare per giorni. Noi ci chiedevamo. Perché tutti questi giorni? Lui ci rispondeva paziente e col volto bruciato dal sole: “perché deve perdere tutta l’acqua”. Lui era proprio uno di quelli che con queste cose ci sapeva fare e così la notte si alzava e ristendeva il composto per evitare che l’umidità prendesse il sopravvento. Quando finalmente il concentrato era completamente asciutto, lui lo travasava in piccoli vasetti sterilizzati. Noi nipoti guardavamo allibiti, non ci potevamo quasi credere che un pomodoro si fosse trasformato in quel profumato e delizioso composto che poi sarebbe stato utilizzato durante l’inverno per insaporire prelibati piatti.

Qualcuno di noi non resisteva e di nascosto assaggiava, era come andare in paradiso per pochi minuti. Io non ho più sentito un sapore così buono…

 

Le bellezze monumentali di Sicilia si preparano a svelarsi in tutto il loro fascino con l’arrivo della primavera e grazie a un’appuntamento immancabile. Quello organizzato dal FAI per le giornate di primavera. Delegazioni e gruppi FAI hanno infatti in programma con il supporto delle scuole di ogni ordine e grado per il week end del 19 e 20 marzo la visita di chiese, palazzi, oratori, musei, castelli e siti archeologici. Ma anche biblioteche, case private, cortili e torri.

Chi vorrà non farsi mancare un piacevole tour tra i luoghi più rappresentativi della cultura e dell’identità isolana, potrà visitare i seguenti siti.

Solo per gli iscritti FAI: A Palermo Porta Nuova (sabato 19 e domenica 20, ore 9.00 – 16.30: ingresso riservato agli iscritti FAI);

A Corleone Chiesa di Santa Caterina (sabato 19 e domenica 20, ore 12.00: visita al Museo di Santa Chiara riservata agli iscritti FAI);

A Piana degli Albanesi Chiesa di San Nicola. Le visioni di Ioannikios (sabato 19, ore 10.30 – 13.00 / 15.30 – 17.00; domenica 20, ore 10.00 – 13.00 / 15.30 -17.00: visita della cappella privata nel piano dell’Eparca riservata agli Iscritti FAI solo su prenotazione: gruppofai.pianaescg@icloud.com – 339 8968804);

Ad Alcamo Villa Luisa (sabato 19 e Domenica 20, ore 9.00 – 13.00 / 16.00 – 20.00: ingresso riservato agli iscritti FAI)

A Catania, Casa Mendola (sabato 19 e domenica 20, ore 9.30 – 13.00/ 15.30 – 18.30: ingresso riservato agli iscritti FAI);

a Caltagirone la Casa Natale di Luigi Sturzo (sabato 19 e domenica 20, ore 10.00 – 13.00 / 16.30 – 18.30: ingresso riservato agli iscritti FAI) e Chiesa di SS. Salvatore (sabato 19 e domenica 20, ore 10.00 – 13.00 / 16.30 – 18.30: ingresso alla sacrestia riservato agli iscritti FAI), Liceo Artistico Design Ceramico (sabato 19 e domenica 20, ore 10.00 – 13.00 / 16.30 – 18.30: ingresso alla mostra permanente e al terrazzo riservato agli iscritti FAI)

A Caltanissetta la dimora storica del Conte Testasecca (Corso Vittorio Emanuele, sabato 19, ore 9.30 -13.00 / 16.00 – 17.30: ingresso riservato agli iscritti FAI)

A Messina Ex Chiesa “Buon Pastore” (venerdì 18, ore 11.00: ingresso riservato agli iscritti FAI sabato 19, ore 9.30 – 17.30: apertura a tutti);

mentre i siti aperti a tutti per il 19 e 20 marzo:

A PALERMO si andrà alla scoperta del Piano della Galca, da Porta Nuova a Porta Felice. Il Museo dell’acciuga a Bagheria; il Museo delle armi a Caccamo; a Corleone la visita sette Oratori delle Compagnie Bianche del Venerdì Santo, alcuni dei quali aperti eccezionalmente proprio in occasione delle Giornate FAI; a Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela le chiese bizantine e barocche. Ancora il tour degli Oratori di Scuola Serpottiana a Carini, il Percorso “Gattopardiano” a Ciminna con una inedita mostra fotografica, a cura dell’ associazione SiciliAntica, con 300 scatti, fra cui molti dietro le quinte, del set Viscontiano. Infine Castelbuono con il suo interessante e prezioso  Museo Naturalistico Minà Palumbo.

fai2

A CATANIA: previsto tra le sue aperture l’Istituto per Ciechi “Ardizzone Gioeni”, ospitato in un palazzo neogotico caratterizzato da una cappella arricchita di decori e un magnifico portico. In provincia, invece, grazie ai Gruppi FAI si segnalano: ad Acireale il Faro di Capomulini; a Caltagirone il prestigioso Liceo Artistico di Design Ceramico; a Mineo la Casa di Luigi Capuana. Si segnala inoltre a Giarre l’apertura della Chiesa dell’Oratorio di San Filippo Neri, esempio luminoso di barocchetto siciliano.

AD AGRIGENTO: imperdibile l’ “Insolita Akragas” che prevede la visita al Tempio di Demetra e al Baluardo a Tenaglia, solitamente chiusi al pubblico e il tour di chiese, palazzi, castelli, musei, biblioteche e torri ad Aragona (visita alla Chiesa Madonna del Rosario ove esiste un tetto ligneo dipinto di inestimabile valore e il Palazzzo Principe con gli affreschi del Borremans), Canicattì, Favara, Naro, Palma di Montechiaro e Porto Empedocle, con il suo Porto e la Capitaneria.

MESSINA: visita alla Cripta della Basilica della Cattedrale e la gradevole passeggiata per le vie di Castelmola.

A CALTANISSETTA: interessante e in esclusiva per le Giornate Fai di Primavera, la visita al sito archeologico di Sabucina, definito “La piccola Atene”. Nella vicina Mussomeli torna invece l’appuntamento con il celebre Castello Manfredonico di epoca medievale.

A ENNA: qui si andrà alla volta del Teatro Garibaldi con l’Aula Consiliare. Mentre per quanto riguarda leprovince, sarà possibile visitare Calascibetta il Villaggio Bizantino, mentre a Nicosia i palazzi Speciale di Mallia e Cirino e i cortili storici Russo Caprini e La Motta di  Salinella.

A RAGUSA: il FAI propone il percorso culturale la “Strada Interna. L’unione tra antico e moderno” e una passeggiata  naturalistica  sull’altopiano ibleo. In provincia si potranno visitare santuari, castelli e palazzi nobiliari a Ispica, Modica e Vittoria, compreso un trekking naturalistico e archeologico a Comiso.

A SIRACUSA: il percorso FAI punterà l’attenzione sullo storico quartiere  della Graziella a Ortigia. L’articolato programma si completa con le visite a chiese, palazzi e monasteri del centro storico.

A SCICLI: riflettori puntati sul Convento di Santa Maria della Croce dove saranno visitabili per l’occasione  installazioni di arte contemporanea. A Pozzallo, invece, sarà possibile visitare la  neoclassica Villa Marchese Tedeschi, oggi adibita a biblioteca comunale.

A TRAPANI: le giornate FAI si articoleranno con la visita alla Sede del Liceo Classico “Ximenes”, la Sede del Liceo Scientifico “V. Fardella” e il Palazzo Riccio di San Gioacchino – succ. Liceo Scientifico. Ad Alcamo, invece, la visita alla trecentesca Chiesa di San Pietro e Villa Luisa, esempio di architettura del novecento con il suo rigoglioso  giardino, e poi la zona archeologica di capo Boeo a Marsala. A Pantelleria sarà possibile visitare il Giardino Pantesco di Donnafugata, bene FAI.

POST TAGS:

Avete mai sentito parlare di Art Brut? Sapete che la Sicilia, “terra matta” è ricca di opere e di artisti che si scagliano, come schegge impazzite, nel panorama dell’arte?

Fuori dalla cultura artistica ufficiale o sperimentale, esiste un’arte indipendente caratterizzata da un impulso creativo spontaneo, libera da modelli, poco interessata all’abilità tecnica: la personale necessità espressiva di individui che inventano da sé i propri codici e il proprio apparato iconografico per dar forma al proprio mondo parallelo, alle proprie ossessioni, a ciò che Harald Szeemann definì “Mitologia individuale”. Un’urgenza creativa e catartica, spesso maturata a seguito di eventi traumatici, quella che spinge alcuni individui, generalmente estranei al mondo dell’arte, a estendere nel segno il proprio modo di essere. Produrre arte è di fatto un processo di trasformazione della materia, ma esige anche un’elaborazione di sentimenti e pulsioni: così come la materia assume nuovo aspetto e nuovi significati, così l’artista rinasce attraverso il processo creativo.

Istituito a Palermo nel 2008, l’Osservatorio Outsider Art è un organismo di ricerca sull’arte irregolare fondato e guidato da Eva Di Stefano, già titolare della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. Al centro degli interessi della professoressa Di Stefano sono da sempre la relazione tra arte e psiche in chiave iconologica. Specialista di Klimt e del Secessionismo viennese, al centro delle sue ricerche negli ultimi anni vi sono i fenomeni legati all’Art Brut e, in genere, alle espressioni artistiche irregolari. L’Osservatorio è da anni attivo in una costante opera di esplorazione, divulgazione e supporto orientato al complesso mondo dell’arte prodotta al di fuori dei canali ufficiali. Tanti gli eventi organizzati e promossi in questi anni di attività, e tanti sono gli artisti la cui opera è stato oggetto di scoperta, studio e salvaguardia. Guidata dalla stessa Di Stefano, la rivista semestrale “O.O.A.”: nata nel 2010, in continuità con il convegno “La creazione differente”, organizzato dall’Osservatorio nel 2010, tratta i temi dell Outsider Art affrontando il tema alla luce di molteplici prospettive disciplinari e metodologiche. Ogni numero è impreziosito dall’abilità grafica di Luca Lo Coco che caratterizza ogni articolo con la stilizzazione dei segni peculiari dei fenomeni artistici trattati. Inizialmente pubblicata dall’Università degli Studi di Palermo, è oggi edita dalla giovane casa editrice palermitana Glifo Edizioni che, oltre a pubblicare un’edizione cartacea della rivista, provvede a diffondere una versione ebook interamente in lingua inglese. «Il tema è l’arte che “non conosce il suo nome” e che non abita sulla via maestra. Pubblichiamo recensioni, scoperte, storie, proposte, saggi. Non solo su artisti siciliani. Anche se la Sicilia “terra matta” è il cuore della nostra ricerca» campeggia sul sito della rivista.

Tanti sono i siti, gli itinerari, le opere, che in questa isola, in cui arcaico e contemporaneo si fondono e confondono, diventano un polo d’attrazione per appassionati e studiosi di arte irregolare.

“L’Art Brut (…) è un’orfana ribelle senza famiglia, non conosce parenti, ascendenze o discendenze, non ci viene incontro col vestito buono, non si adegua, è – non per scelta, ma per natura e circostanze – sovversiva, indipendente, clandestina, autarchica, si nutre solo di se stessa e della propria ossessione, nasce dal fuoco interiore della vita dell’autore. (…) è perturbante perché ci riconduce alla sorgente dell’atto creativo umano, dando voce a dubbi profondi e rimossi, abbordando senza mediare la selvaticheria delle nostre pulsioni e qualcosa di noi che forse abbiamo da molto tempo smarrito o fingiamo di non sapere”.

Questa è una delle chiavi di lettura che suggerisce la prof.ssa Eva Di Stefano nel suo libro, “Irregolari – Art Brut e Outsider Art in Sicilia” (Edizioni Kalòs. Palermo, 2009), per introdurci nella comprensione del fenomeno dell’Art Brut. La docente è alla guida dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo e della rivista omonima di cui si è scritto anche nella prima parte dell’articolo.

Art Brut e Outsider Art, due dei nomi che designano non uno stile o una corrente, ma un insieme eterogeneo di creazioni individuali: un fenomeno artistico nei confronti del quale negli ultimi anni è evidente il crescente interesse di pubblico, critici e media. Mostre, pubblicazioni, eventi, si susseguono nei più svariati paesi del mondo e le quotazioni di artisti outsider cominciano a raggiungere cifre ragguardevoli. L’Outsider Art Fair, a New York è diventata negli anni uno degli eventi topici dell’arte newyorkese: un appuntamento di risonanza internazionale, nel quale vengono presentate opere di outsiders, artisti che, pur godendo di mercato e popolarità più ristretti rispetto all’arte mainstream, sono sempre più ricercati da studiosi e collezionisti. La Biennale di Venezia 2013 diretta da Massimiliano Gioni, è stata intitolata “Il Palazzo enciclopedico“, traendo ispirazione dall’opera omonima di Marino Auriti, artista outsider. Immigrato abruzzese, meccanico in un garage in Pennsylvania, Auriti aveva trascorso anni a progettare un monumento che contenesse tutto lo scibile umano. Il prototipo di quella “torre di Babele”, abitualmente conservato al Folk Art Museum di New York, è stato il nucleo del percorso della Biennale. Una Biennale junghiana, quella di Gioni, che non a caso si è aperta con la presentazione del Libro rosso, la raccolta di immagini e riflessioni sulle forme archetipiche, al quale il celebre psicologo lavorò per più di 16 anni.

palazzo-enciclopedico-marino-auriti-2

Palazzo Enciclopedico Marino Auriti

L’arte non viene a dormire nei letti che le hanno preparato, scappa appena si pronuncia il suo nome: quello che ama è l’incognito. I suoi momenti migliori sono quando dimentica il suo nome” Jean Dubuffet

Negli anni in cui la seconda guerra mondiale aveva trasformato intere città in macerie gli artisti tentano di ritrovare l’energia primordiale dell’atto creativo. Nel 1940 venivano scoperti i graffiti preistorici di Lascaux: documento della necessità espressiva dell’uomo agli albori della storia, le pareti di alcune grotte erano dense di immagini dai significati magici e apotropaici. L’artista francese Jean Dubuffet (1901-1985) è interessato all’idea di un’arte pura e scevra di sovrastrutture e condizionamenti culturali. Egli cercava artisti autodidatti, lontani da accademismi, che non fossero contaminati da una società che aveva prodotto l’orrore delle guerre. Non si limita a conoscere l’arte dei malati di mente, ma di eremiti moderni, di persone socialmente emarginate. Ultimo erede di un Romanticismo che esalta il fiabesco, la cultura popolare e la sincerità di un sentimento non mediato, Dubuffet conia il termine Art Brut. Brut, come lo champagne prodotto dall’azienda di famiglia: grezzo, non edulcorato, autentico, è questo l’aspetto che Dubuffet intende sottolineare delle forme d’arte al centro dei suoi interessi, un termine che, al pubblico italiano, data l’assonanza con alcuni termini della nostra lingua, potrebbe far pensare erroneamente a un’arte “brutta”, “brutale”; da non confondere inoltre con un’altra forma di produzione autodidatta, l’arte naïf, che pur avendo tratti comuni con l’Art Brut, è caratterizzata da modelli ripetitivi e idilliaci: mentre l’arte naïf è consolatoria, l’art Brut è intensa, selvaggia. Fu nel 1972 che Roger Cardinal, uno storico d’arte inglese in contatto con Dubuffet, pubblica un libro sull’Art Brut e, insieme al suo editore, conia il termine Outsider Art. Mentre la definizione di Art Brut designa una qualità, Outsider è un attributo legato alla “posizione”: un’arte dislocata fuori dai canali e dai luoghi deputati generalmente all’arte. Nel 1976 si inaugura a Losanna, in Svizzera, il primo museo esclusivamente dedicato all’Art Brut. Il primo nucleo di opere è composto dalla collezione di Dubuffet. E tra le opere esposte non mancano quelle realizzate da artisti siciliani come Filippo Bentivegna, l’autore del Giardino delle teste scolpite di Sciacca, il palermitano Sabo e, tra le recenti acquisizioni, figura Giovanni Bosco, l’artista di Castellammare del Golfo scomparso nel 2009.

Oggi esiste un universo parallelo di musei, istituzioni, editoria, che svolge un’attività di valorizzazione e ricerca di cui la Sicilia, attraverso il capillare lavoro di ricerca dell‘Osservatorio Outsider Art palermitano, e il Museo di Arte Contemporanea di Caltagirone, l’unico dei musei pubblici italiani ad avere allestito una sezione dedicata all’Art Brut, rappresenta un polo nevralgico.

Se è vero che gli autori outsider oggigiorno difficilmente vivono le medesime condizioni di isolamento degli artisti scoperti da Dubuffet, è pur vero che nella contemporaneità esistono nuove forme di alienazione e marginalità sociale che che in alcuni individui possono sviluppare “strategie creative di resistenza”. Negli ultimi decenni è mutato anche il clima quasi clandestino delle esposizioni di artisti outsider, è sempre più frequente che nelle mostre vengano accostate opere di artisti professionali a opere brut. I confini tra arte ufficiale e outsider sono mobili e sempre più sfumati. Tanti possono essere i fattori che determinano l’attenzione, sempre maggiore, ai fenomeni artistici spontanei. Da un punto di vista estetico è un dato di fatto che, sin dall’affermazione della corrente espressionista, il pubblico è ormai abituato a una produzione artistica più grezza, meno interessata a virtuosismi tecnici, che esalti però la visceralità emozionale. In un’epoca in cui l’inquinamento visivo ci bombarda quotidianamente di immagini mediate, c’è forse il desiderio di un ritorno all’autenticità del messaggio? Se “l’arte è una ferita che si trasforma in luce”, come sosteneva Georges Braque, il potere salvifico che l’arte ha esercitato sugli artisti outsider, risuona nei meandri della nostra psiche permettendoci di intercettare le medesime ferite radicate in noi stessi?

Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte:
Dal volume “Irregolari – Art Brut e Outsider Art in Sicilia” di Eva Di Stefano (Edizioni Kalòs. Palermo, 2009)
Dal sito web dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo e dalla rivista omonima.
Da appunti del convegno “Outsider Art: la creazione differente”.

 

 

Siete in Sicilia? Siete venuti per il week end di San Valentino? Ovunque sarete sappiate che siete immersi in un luogo incantevole, di grande fascino.

Con un occhio al panorama e uno alla storia abbiamo provato a stilare una breve classifica dei luoghi dove baciarsi in Sicilia:

  1. Isola Bella di Taormina. Se deciderete di fare una sosta tra le bellezze mozzafiato dello Jonio, qui non avrete difficoltà a lasciarvi andare a facili romanticismi. I sassi bianchi e l’acqua cristallina sono un continuo invito alla passione. Con un solo sguardo lungo l’orizzonte, che divide il cielo turchino e il mare trasparente, perfino scrittori come Goethe, Guy de Maupassant, D.H. Lawrence, Wilde e Anatole France vagheggiarono pagine nuove. Questo è il luogo che in giorni meno remoti ha fatto innamorare scrittori come Truman Capote. Da sempre crocevia di artisti, scrittori e pensatori Isola Bella è approdo per gli amanti della Bellezza, della Natura ridente e selvaggia. Sosta e fuga ideale per famosi stilisti internazionali e attori hollywoodiani.
  2. La Scalinata di Caltagirone ovvero di Santa Maria del Monte è in tutto il mondo il simbolo di questa suggestiva provincia del catanese. Rappresenta il cuore del paese che si sviluppa in salita abbagliato dalla policromia delle maioliche realizzate dai Maestri Artigiani Calatini per i suoi centoquarantadue gradini stretti dalle nobili facciate che si inerpicano tra i riflessi di luce della città antica.
  3. Cefalù, la città sulla rocca del comprensorio madonita che ha la forma di una testa d’elefante è il posto ideale per una fuga romantica. E’ sinonimo di passeggiate mano nella mano tra le strade del centro arabo-normanno, all’ombra del Duomo sommerso dalla luce mediterranea, tra i vicoli affollati di turisti e botteghe artigiane,  le pasticcerie, il Museo Mandralisca e il lavatoio medievale. All’imbrunire sulla spiaggia sabbiosa tra il luccichìo delle onde e il chiarore fioco delle lampare dei barcaioli che escono per pescare.
  4. Marzamemi, è un sogno, una mèta d’incanto nel sud est della Sicilia, praticamente una piazza affacciata sul mare, un mondo di salsedine, luce abbacinante, di fiori, di geometrie. Un paradiso in una vecchia tonnara, nel borgo marinaro di antichi carpentieri, dove non può mancare una cena romantica a base di pesce spada affumicato, pomodorini di Pachino, Nero d’Avola e granita alle mandorle.
  5. Il porticciolo turistico dell’Acquasanta, è un piccolo gioiello incastonato tra la borgata omonima circondata da Monte Pellegrino e il mare che si estende dal porto fino a Capo Gallo. Si tratta di un porto dalla visuale molto suggestiva, ricco di imbarcazioni, è considerato tra i più importanti a livello turistico in città. Inoltre, gode di una vista preferenziale su uno degli alberghi più belli della città: l’Hotel Villa Igiea. Oggi infatti, da qui è possibile salpare con piccole imbarcazioni turistiche e fare un giro lungo la costa palermitana. Soprattutto all’imbrunire la luce dei lampioni di notte proietta sullo specchio d’acqua la sagoma dell’Hotel e getta riflessi dorati sulla piazza storica e la chiesa parrocchiale.

In Sicilia, dobbiamo ammetterlo, ogni tanto fa freddo. Quando un siciliano si sposta in un a città più a Nord non fa che sentirselo dire “eh, ma voi avete un mare, eh, ma voi avete un sole”. Esiste anche un entroterra, affascinante, fatto di alture e promontori, dove tira vento e nevica, persino. Un lato più freddo, come nell’anima delle persone.

Anche nel pieno dell’inverno, una sera puoi mettere il naso fuori dalla finestra e sentire odore di primavera, scriveva Truman Capote “Comincia a gennaio la primavera siciliana, e via via che le piante fioriscono diventa il giardino di una maga: germoglia la menta sulle rive dei ruscelli, gli alberi morti si inghirlandano di rose canine, persino il brutale cactus mette teneri fiori. Quindi non mi fa paura l’arrivo dell’inverno: quale migliore prospettiva che quella di sedere davanti al fuoco ad aspettare la primavera?”

Se per la sua natura mediterranea il clima di quest’isola si caratterizza per estati torridi e inverni miti, basta guardare una foto del vulcano Etna per rendersi conto che la Sicilia riassume tutti i climi e tutte le latitudini. Lo scrive anche Marilena Monti ne l’Isola signora edito dal compianto Coppola, un siciliano può fare mille cose in poche ore: passare da una sciata a Piano Battaglia e poco dopo scendere al mare, fino a togliersi la giacca e sedersi sulla riva, e accorgersi, una volta tornato a casa, che ha il volto abbronzato di sole.

Capita raramente che nevichi in città, a Palermo è successo l’anno scorso ed è stata una festa da segnare nei calendari e ricordare per sempre.

Le foto della nostre spiagge, in inverno, baciate dal sole, fanno il giro dei social media. Ci vantiamo del caldo, salvo lamentarci quando infuria lo scirocco, in estate e supera i 40 gradi.

Come vestirsi dunque se si approda sull’Isola?

  • Un giubbotto caldo ma leggero che non impicci i movimenti è d’obbligo
  • Un maglioncino più pesante da ripiegare in borsa o nello zaino.
  • Un burrocacao per creare un film protettivo sulle labbra.
  • Un tocco di crema solare d alta protezione, si per escursioni in montagna che al mare.
  • Abbigliamento traspirante.
  • Scarpe comode, perché la Sicilia è bella tutta e vale la pena attraversala a piedi.
  • Per i più piccoli consigliamo ai genitori di portare un cambio. Perché siano liberi di scorrazzare sulla sabbia come sulla neve, senza preoccuparsi troppo di bagnarsi i piedi sulla riva del mare.

 

 

 

 

Che siano a base di panelle, oppure focacce, finendo per cene con portate di pesce, o per una semplice pizza, niente è più piacevole di accomodarsi a mangiare all’aria aperta, sotto le stelle.

Nelle sere, dolci, che regala anche l’autunno e l’inverno. In Sicilia si può fare. Mi è capitato di chiamare al telefono amici al nord e raccontarlo: è novembre, sono seduta fuori, mangio un panino. Per strade del centro piene di ragazzi che sciamano.

Dalla colazione, alla cena, ma pure per una fame improvvisa fuori orario. Quasi tutto l’anno, è un piacere avventuroso mangiare per strada. Grande l’offerta di friggitorie e specialità, facili da mordersi anche mentre si cammina. Adesso lo chiamano street food e va tanto di moda, ma noi siciliani, fidatevi, lo abbiamo sempre fatto.