Tuesday, September 17, 2019
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Io ricordo che ero bambina, non avevo più di sette anni. I miei genitori che all’epoca erano giovani, belli e ancora su questa terra, avevano l’abitudine di portare me, mia sorella e mio fratello a mangiare pesce al ristorante. Lo facevano una volta a settimana. Dopo una giornata di lavoro in ufficio per entrambi, per noi, dopo la scuola, era un appuntamento sacro, un spazio che dedicavano allo stare insieme con tranquillità, gustando soprattutto le gioie per le piccole cose. Ricordo le luci del lungomare di sera, che si riflettevano sull’asfalto e richiamavano a tratti le lampare sulle barche dei pescatori al largo con le reti già in mare.

Allora, l’immancabile tour al ristorante “marinaro” prevedeva la doverosa sosta alle bancarelle dei polipari e venditori di ricci. Negli anni Settanta, molti di voi ricorderanno che il lungomare di Mondello, vicino alla piazza e il centro del borgo marinaro di Sferracavallo pullulavano di gazebi costruiti alla buona dove per turisti e cittadini era possibile sostare per assaggiare polpi bolliti, tagliati a pezzetti e innaffiati semplicemente con il limone, ricci e cozze.

Ho in mente ancora i guanti enormi indossati dall’uomo del gazebo sulla piazza di Sferracallo. Sguardo attento e preciso, come se stesse mirando con una pistola un ipotetico bersaglio, con una mano afferrava il frutto di mare spinosissimo e con l’altra sferrava un colpo secco di coltello e lo tagliava perfettamente a metà. La cosa che  mi piaceva maggiormente era, e lo è tuttora, ammirare la forma a fiore o di stella delle gonadi. Quelle lingue arancioni e spugnose che attraggono l’occhio ancor prima che il palato.

Mio padre la prima volta me li fece assaggiare staccando un pezzetto di gonade con un cucchiaino d’acciaio, esattamente come ho sempre mangiato l’uovo à la coque, poi, ho finito per mangiarlo spezzando le mafalde a piccoli bocconi e affondando la crosta e la mollica dentro il guscio. Il sapore forte, un pò da selvaggina di mare mi è sempre rimasto attaccato alle papille gustative. Mio fratello da ragazzino insieme ai suoi amici, con pinne e maschera li pescava nei fondali di Castellammare del Golfo e di Ustica. Da grande ho pure imparato che questo frutto di mare bizzarro e particolare si chiama scientificamente Pracentrotus lividus, e che ne basta poco per insaporire un piatto di spaghetti insieme ad uno spicchio d’aglio e un ciuffo di prezzemolo fresco.