Wednesday, October 18, 2017
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La nostra ricerca è scientifica al millesimo, è stata varata alluccando nei piatti dei vicini stranieri al tavolo del ristorante. Cosa è emerso dalle nostre sfrontate e acute osservazioni, in cui ci siamo date di gomito “hai visto quello? Si mangia gli spaghetti con coltello e forchetta?”. Sì perché il turista mangia fra il poderoso luccichio delle posate, molto spesso esageratamente brandite, che costituiscono le sue munizioni per affrontare il pasto siculo.

1) Al primo posto si piazza il più classico dei classici dei primi piatti italici e siculi, spaghetti cu u sugu, ovvero spaghetti con la salsa di pomodoro, di tanto in tanto arricchito da qualche fetta di melenzana, almeno per dire che si mangia un piatto di pasta alla Norma. Chi di noi, soprattutto la domenica mattina, non è stato svegliato dal profumo del sugo preparato con i pomodori estivi della salsa della mamma?

2) Insalata ‘i puippu, il piatto dell’audace straniero che ordina un’insalata di polpo e sta lì, impiegando il suo prezioso tempo di vacanza a masticare l’invertebrato per ore, passando il boccone da una parte all’altra della mandibola senza riuscire praticamente a ingoiarlo, fra il luccichio oleoso del prezzemolo fresco che scintilla al sole fra i suoi denti.

3) Polpetta di sarde al sugo, un’arma bianca praticamente, per l’inconsapevole turista, egli le addenta senza sapere che troverà spine pronte a incastrarsi nelle sue gengive e nella sua laringe comportando largo uso di stuzzicadenti e molliche di pane, senza contare che il sugo lo impataccherà sicuramente creando un bellissimo effetto body art sulla sua maglietta di cotone fresco.

4) Pane e panelle. Ecco il panino che gli viene servito incandescente, ma loro non lo sanno e anche qui lo addentano incansapevoli, riportando piccole ustioni al cavo orale (tutto rientra immediatamente con una bella gazzosa o birra atturrunata, ovvero agghiacciata).

5) Cannoli: è bello vedere come uno straniero addentando un cannolo si inchiappunìa tutta la faccia di ricotta e la maglietta – già ferita dal sugo delle polpette di sarde – completa il menu del giorno con la polvere dello zucchero a velo.

 

Provate a dirlo allo zio Pinuzzo “Strit fud” e poi aspettate, vedrete come vi talìa, ovvero come vi osserva. “Zocché strit fud?” cioè cos’è? Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata, come l’altra espressione, quella che si ripete per gli aperitivi che si mangiano con le mani Il “finger food”. Prima era tutto “salatini e patatine” l’aperitivo rinforzato stava solo a Milano e noi non avevamo lo strit fud, bensì panelle e crocché, cazzilli e rascatura.

Adesso lo street food e finger food hanno trovato modi sempre più carini di presentarsi, lo street food in particolare è oggetto di abbinamenti con vini di pregio, nominato nelle riviste internazionali, protagonista alle feste chic dove è d’uso affittare una lapa, tipica del palermitano, completa di panellaro che prepara e frigge “Live” specialità croccanti e gustose da assaggiare subito.

Ma ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui le panelle erano un affare di famiglia.

E se sopravvive la festività di Santa Lucia – da onorare, bandendo pane e pasta e facendo posto a panelle e arancine col il loro rito di preparazione che coinvolge l’intera casa lasciandola odorosa e impregnata di fritto per settimane -. È più raro il rito dello street food casalingo (anche il nome stesso lo denuncia, se è cibo da  strada, street, che ci fa a casa?) un momento che tanto ci ha visto protagonisti, soprattutto da ragazzi quando era semplicemente “oggi a pranzo si friggono panelle”.

Intanto il preludio era l’acquisto del classico pacco di farina di ceci, che prima si trovava solo a Palermo e ora reperite facilmente in tutti gli shop indiani, a cui seguiva la pulitura scrupolosa della balatina, ovvero il ripiano di marmo dove l’impasto di farina di ceci, una volta rappreso, sarebbe stato versato e spianato per ricavare le tipiche forme delle panelle.

E poi c’era il momento della frittura in olio bollente, a fuoco vivace, fra schizzi e unto, e l’istante in cui le panelle croccanti sarebbero rimaste riverse sulla carta. Non una carta qualsiasi: era grigia e spessa, quella che le nostre mamme avevano conservato per riciclarla in questo momento, era la carta del coppo, che era servita per avvolgere la frutta. E poi si mangiava a quattro ganasce, con sale e qualche goccia di succo di limone, era pane e panelle, mica strit fud.