Tuesday, June 25, 2019
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Come rinasce un luogo? Come si cura il centro storico di una città? Un’operazione a cuore aperto quella del Farm Cutlrual Park, che mischia l’anima, il desiderio di rimanere e coltivare i sentimenti, con la poesia senza tempo dell’arte e del pensiero. Platform for Change non è solo un libro, è un osservatorio sul mondo dell’arte, dell’architettura e del design filtrato dallo sguardo attento di uno dei centri culturali indipendenti più influenti del mondo artistico contemporaneo. Un luogo aperto alle contaminazioni, curioso, dove confluisce un progetto di rinascita concreto, che diviene un format esportabile, di buone pratiche:  il Farm Cultural Park in Sicilia.

Tutto condensato in libro: Platform for Change. Una piattaforma del cambiamento che spoglia e dilata le possibilità offerte dall’arte. Come strumento reale di cambiamento, che si attesta oltre le teorie.

Un libro che è anche una bussola per orientarsi nella costruzione delle traiettorie necessarie. Quelle inusitate, utili per immaginare e stimolare visioni ampie, che necessitano di un racconto. Un libro che offre e spiega i modelli ispiratori di Farm e i processi che Farm stesso ha innescato.

Platform for change è la narrazione corale di un viaggio tra i paesaggi della rigenerazione urbana globale e locale, delle strategie intelligenti di costruzione della comunità, delle città in cui cittadini si prendono cura degli spazi pubblici. Città dove gli investimenti pubblici e privati sono concentrati nello sviluppo dei luoghi per la cultura, musei, gallerie, biblioteche, teatri, cinema e in attività culturali: eventi performativi, mostre, presentazioni, talk, festival.

Il libro è un’esplorazione dentro gli spazi pensati per l’educazione, dove si sperimentano nuovi modelli per le attività ricreative, dove è sempre più prioritario ripensare la mediazione tra popolazioni di etnie, culture, tradizioni diverse. Platform for change è un libro che si legge con tempi, velocità e modalità diverse, dove il contenuto saggistico più scientifico si intreccia a diagrammi elementari e i testi più didascalici commentano immagini cariche di significato; un libro organizzato in 5 capitoli: 1) Start with culture and joy. How to create an atmosphere, 2) Take care of people. How to build a community, 3) Say “Yes we can”. How to spread trust and enthusiasm, 4) Think happiness is everywhere. How to storytell your city, 5) Move! Do something. How to change the world.

La narrazione è scandita da paragrafi che si ripetono alternandosi e costruiscono il ritmo del libro – preface, Introduction, inspirations, inside, capitals, global, local, display, essay – attorno a cui si costruisce la storia di Farm Cultural Park, narrata attraverso inserti speciali.

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Mezzo secolo dopo la frana di Agrigento, una mostra a cura di Dario Orphée La Mendola ricorda la tragedia. Tre opere site-specific, dai titoli in latino, che possono essere “lette” singolarmente o come scene di un’unica opera teatrale, offrono un’indagine estetica su quanto accaduto nella città dei Templi nel corso del Novecento, dalla devastazione urbana all’eredità contemporanea.

Esse, similmente a persone cui è stata violata la serenità domestica, sono state “accolte”, cioè esposte, presso la Farm di Favara, dimostratasi favorevole al progetto, con un mese di anticipo rispetto alla data dell’anniversario, e inaugurate simbolicamente il 19 luglio.

La mostra, fondamentalmente sperimentale, e che si ispira ai principi della permacultura, è stata intramezzata da differenti iniziative: da esposizioni private a improvvise installazioni urbane temporanee, senza un termine preciso e con una programmazione in costante aggiornamento. Ciò è accaduto soprattutto per avviare un processo di allontanamento dalle regole imposte dal sistema dell’arte contemporanea, oggi purtroppo non in grado di ironizzare su stessa, avendo smarrito il suo sguardo infantile. Il titolo della mostra, invece, trae spunto dal mito di Eros e da una diceria locale, il cui significato viene svelato oralmente nel corso degli appuntamenti.

Le opere esposte alla Farm, riproduzioni degli originali, sono state esposte in appositi allestimenti installativi, che rendono il fruitore parte integrante dell’opera, mettendolo in relazione con l’atmosfera circostante, accompagnate da una prosa di Dario Orphée La Mendola.

Nei dettagli. Salvo Barone, in “Obstupesco”, ha illustrato due donne e un uomo in atteggiamento smarrito, come se fossero stati appena sfollati e desiderassero comprendere il loro destino, involontariamente parte di un ipotetico appartamento franato, che potrebbe essere il loro, abbandonato in fretta per mettersi in sicurezza. Momò Calascibetta, in “Cui prodest?”, ha analizzato l’inettitudine dell’artista contemporaneo al tempo della speculazione edilizia in Italia, il cui sforzo non è mai stato all’altezza di produrre opere che potessero fronteggiare il potere, favorendolo egoisticamente. Alfonso Siracusa, in “Error communis”, con oggetti coerenti storicamente, ha strappato e ha modificato una frase dalla celebre inchiesta Martuscelli, redendola un dialogo tra due protagonisti della frana e della città, sotto l’influsso di simbologie riattualizzate, tratte da un antico disegno alchemico.

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Contributi dell’iniziativa sono le opere multimediali. La grafica della mostra, intitolata “De gustibus non est disputandum’’, realizzata da Giuseppe Miccichè, ha fissato con degli elementi grotteschi, e mediante una soluzione minimalista, un elemento allegorico dell’architettura contemporanea, il quale, pur nella libera interpretazione, sintetizza quanto accaduto in quel triste luglio del 1966. Nell’animazione “Quisque faber fortunae suae”, Elìa Zaffuto, in collaborazione con Giuseppe Miccichè, hanno accentuano la violenza psicologica e visiva di un “oggetto” estraneo all’interno di un armonico centro storico formatosi naturalmente, ispirandosi a concepts di cult e ambienti horror degli anni ’60.

L’organizzazione tecnica è di Salvo Sciortino.

L’arte contemporanea entra a scuola con il “Thank You” di Pablo Dilet. E’ il progetto lanciato dall’artista in collaborazione con Farm Cultural Park di Favara, che vedrà impegnati non solo gli adulti, come fruitori di un’opera all’interno dei cortili, ma anche e soprattutto i bambini di una scuola elementare del paese in provincia di Agrigento.

Saranno infatti loro i protagonisti di un’opera che vedrà luce anche grazie ad un laboratorio educativo in cui gli scolari potranno non solo cimentarsi con la realizzazione dell’opera, ma anche e soprattutto con i valori intrinseci che questo lavoro artistico vuole trasmettere.

Il Thank You di Pablo Dilet, realizzato con piccoli mattoncini di plastica, nasce infatti dalla necessità di recupero di alcune parole che stanno perdendo parte del loro significato a causa della velocità della comunicazione. Parole che invece, anche sotto il profilo educativo, hanno necessità di essere parte integrante del processo di crescita.

Ecco che allora i bambini di una scuola elementare del paese realizzeranno insieme all’artista la medesima opera Thank You. L‘opera, dopo essere stata installata in agosto a piazza della Vergogna a Palermo, arriverà dunque a dicembre al Farm Cultural Park, il contenitore artistico tra i più apprezzati a livello internazionale.

I lavori realizzati dai bambini rimarranno installati invece all’interno della scuola, in modo che gli scolari possano confrontarsi con i valori della parola grazie anche in futuro. Il modello artistico/educativo messo a punto da Pablo Dilet e da Farm Cultural Park sarà tra le altre cose esportato anche all’interno di altri istituti scolastici.

“L’arte non è solo fine a se stessa – affermano Pablo Dilet e Florinda Sajeva, che di Farm è la mente operativa – e la possibilità di trasmettere allo stesso tempo emozioni agli adulti e messaggi educativi per la crescita futura dei bambini è uno stimolo non solo prettamente artistico ma anche umano”.

Credo sia sufficiente sapere che il blog britannico Purple Travel considera il Farm Cultural Park di Favara niente meno che il sesto posto al mondo da visitare assolutamente dopo Firenze, Bilbao, le Isole della Grecia e New York, per avere la percezione di cosa sia e che cosa rappresenti realmente questo singolare esempio di “comunità”. Già perché a pensarci un attimo e dando un’occhiata alle foto scattate al Farm Cultural Park, a questa kasbah contemporanea, dove la cultura architettonica, i laboratori di idee e la sperimentazione sono i motori primi di un grande progetto in espansione, si ha come la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una esperienza aliena. A un insediamento paracadutato da chissà dove nel pieno centro di una provincia dell’agrigentino che non è neppure annoverata tra le rotte del turismo più convenzionale.

Eppure, a crearne quasi un fenomeno, o per meglio dire, un “caso”, che ha attirato l’attenzione di giornalisti, artisti e operatori culturali (nel 2011 il Farm Cultural Park ha vinto il Premio Cultura di Gestione di Federculture) ci hanno pensato due “menti in carne ed ossa”: il notaio Andrea Bartoli e la moglie, avvocato, Florinda Saieva. I mentori, gli ideatori ed esecutori materiali di una vera e propria rinascita culturale. Di un grande laboratorio a cielo aperto, dove convivono in perfetta armonia le linee e i colori di un museo d’arte contemporanea insieme a un complesso residenziale per artisti, designer, curatori e architetti e dove, tra i sette cortili, ci trovi gli spazi per convegni, feste, laboratori educativi e un modernissimo spazio dove condividere buon cibo in un’atmosfera rilassata e multiculturale.

Il Farm Cultural Park è un originale luogo per la mente, dove si respira aria buona, in cui gli uomini si incontrano felicemente per creare un mondo migliore, diverso, innovativo, accogliente e sostenibile. Un mondo dove l’Arte, la creatività, la cooperazione e soprattutto lo star bene sono gli imperativi categorici. Dove si progetta, oltre gli spazi, anche un nuovo modo di pensare.

Un luogo che ti fa stare bene, recita la home page del sito del Cultural Park, un crocevia di idee, espressioni e progetti che qui trovano un porto sicuro, terreno fertile grazie alla circolarità di rapporti e relazioni con il mondo della cultura e delle start-up. E che Andrea Bartoli insieme alla moglie intesse mirabilmente. A lui abbiamo chiesto di raccontarcene la storia.

Ci racconti come è nato il progetto per il Favara Cultural Park?

Quando con Flò siamo diventati genitori ci siamo chiesti come tutte le coppie del mondo dove volevamo costruire il nostro progetto di vita familiare. Abbiamo deciso di restare in Sicilia, senza lamentarci e senza piangerci addosso e soprattutto senza aspettare che qualcuno ci cambiasse la vita, ma facendo tutto quello che era nelle nostre possibilità per migliorare il nostro territorio.

In che modo Favara ti ha dato l’ispirazione?

Mi capita di dire spesso anche quando parlo a ragazzi giovani; le possibilità più grandi sono sotto il nostro naso, nei posti apparentemente più sfigati, bisogna solo saperle coglierle. Favara ci ha consentito di fare un progetto molto più grande di noi che non avremmo mai potuto iniziare in nessuna altra parte del mondo.

Qual è stato e qual è il rapporto con la cittadinanza?

I giovani che hanno studiato fuori e tutte le persone che hanno avuto modo di viaggiare sono fieri del lavoro che stiamo facendo. Viceversa persone più statiche e adulte fanno fatica a capire cosa stiamo facendo e sopratutto il perché. È chiaro che non abbiamo un ritorno economico e questo è per loro assolutamente inspiegabile. Però bisogna essere indulgenti; come possiamo pretendere che chi non ha mai viaggiato, mai letto un libro o visitato un museo possa capire quello che stiamo facendo?

Favara Cultural Park è un bellissimo esempio di kasbah interculturale ed ecosostenibile, quali sono gli altri ingredienti salienti?

Tanti. L’essere un progetto unico dove la cultura diventa uno strumento nobile per rigenerare un centro storico abbandonato. Ma anche la continuità e la capacità di costruire una comunità.

Le distanze vengono spesso vissute come mancanze, che tipo di rapporti intessete con designer, artisti, intellettuali musicisti, scrittori e come arrivano fino da voi?

I quattro valori principali della ricerca Farm sono l’Ironia, la Denuncia, il Capovolgimento della Realtà e la Provocazione. Ai Sette Cortili, presso Farm Cultural Park, stiamo privilegiando le opere a prescindere dalla notorietà degli artisti stessi. Se un lavoro è straordinario, rimane tale anche se fatto da un giovane artista non affermato nella scena nazionale. Ci piace sopratutto ospitare opere installative esterne di grande impatto emozionale. Stiamo producendo cultura non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli abitanti del luogo e la gente comune. I creativi ci inviano dei proposal e noi selezioniamo quelli che risultano più coerenti con il nostro linguaggio e i nostri obiettivi. Siamo profondamente interessati ai progetti relazionali, che creano connessioni tra l’artista in residenza e le persone del nostro territorio. Credo che la sfida ormai improcrastinabile per tutti gli operatori dell’Arte sia quella di misurarsi con nuovi pubblici. Ci piace ospitare artisti i cui linguaggi siano immediati e di facile comprensione e ai curatori eruditi preferiamo le interpretazioni autentiche degli artisti che attraverso delle mini-interviste, inserite nel nostro sito, nella pagina istituzionale di Facebook e sul nostro canale You tube, spiegano il loro lavoro al pubblico in modo semplice, autentico e diretto.

Quattro anni di attività culturali carichi di successo e soddisfazioni. Cosa riserva il futuro?

Speriamo tante cose belle. Stiamo lavorando a un progetto, anche questa volta, più grande di noi, un Children’s Museum, una struttura dove i bambini potranno giocare e divertirsi imparando ma anche sognare e acquisire consapevolezza globale.