Sunday, September 22, 2019
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Mia nonna era nata negli anni ’20, nella Palermo Liberty e della Belle Epoque. Al contrario del marito lei non raccontava storie della sua infanzia o episodi di vita. Aveva mani ruvide, la nonna, e capelli corti. Preparava gli gnocchi e la pasta fresca, il pane fritto avvolto nello zucchero, quando andò in pensione trascorreva il suo tempo a impiattare prelibatezze e lavare panni. Per noi, tutto questo ben di Dio, per noi. Tutto ‘stu beneriIddio. Profumava di casa e di bucato. E ogni “milinciana” fritta era stata affettata e immersa nell’olio per noi, ogni fogliolina di mentuccia destinata a noi, perché sprigionasse odori, a lato del basilico sminuzzato con le mani, perché colori e sapori ci rendessero felici davanti al tavolo imbandito. Così viveva la nonna. E andava in giro con la borsa, prendeva autobus e ci accompagnava dal parrucchiere o in città a comprare scarpe.

E la sua borsa, aveva un figlio piccolo, il borsellino (dal quale lei tirava fuori gli spicci che ci distribuiva), e una confezione di caramelle di carrubba, avvolte nella carta, un pettinino d’osso,  un flacone minuscolo di acqua di colonia di zagara (qualche goccia la rubavo di nascosto e poi la annusavo tutto il giorno, nell’incavo del braccio) e una piccola tasca con i documenti, i Santini e le foto. Quelle immagini le si materializzavano in mano appena incontrava commari e colleghe, come noi facciamo adesso, quando apriamo la gallery fotografica dallo smartphone. Erano le nostre foto. Magari scattate con il ciripà, con gli occhi strizzati dal sole, col biberon o l’abito di comunione. Le mostrava e mandava a memoria voti di pagelle e giudizi di maestre, per poterli snocciolare orgogliosa.

Tutto questo conteneva, insieme al fazzoletto ricamato, la borsa di mia nonna.