Wednesday, June 26, 2019
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L’arte contemporanea per accendere i riflettori sulla vita sottomarina nel Mediterraneo, messa sempre più a repentaglio dalla plastica, e per sensibilizzare ad una raccolta differenziata che possa essere attenta e sostenibile per l’ambiente. E’ Plastic, il progetto promosso dall’Area Marina Protetta delle Egadi e dal Comune di Favignana, ai nastri di partenza nelle tre isole dell’arcipelago delle Egadi.

Il progetto, che porta la firma di Pablo Dilet, pseudonimo artistico del giornalista Dario La Rosa, inizierà con un weekend (19-20 maggio – info@ampisoleegadi.it) che servirà a ripulire dalla plastica proveniente dal mare le spiagge di Levanzo, Marettimo e Favignana e a creare la materia simbolo dell’installazione artistica che sarà inaugurata in piena estate. Venerdì 19 e sabato 20 maggio, infatti, associazioni, studenti e turisti potranno unirsi insieme all’artista ed al personale dell’AMP e del Comune per due intere giornate mirate alla sostenibilità ambientale.

La plastica sta mettendo a repentaglio la vita del Mediterraneo. L’AMP e il Comune delle Isole Egadi, per accendere i riflettori su una tematica ambientale di altissima importanza, lanciano un progetto che mette insieme sensibilizzazione e azione concreta. Il tutto nel segno dell’arte contemporanea, ovvero con una installazione che consentirà di riflettere sulle tematiche ambientali, sul pericolo della plastica abbandonata in mare e sull’importanza di una raccolta differenziata attenta, soprattutto nel periodo estivo, che è quello più complesso da gestire considerata la mole di turisti che popolano l’arcipelago. Da quella che si scioglie creando un brodo inquinato, a quella che viene ingerita da delfini, tonni e tartarughe sino a quella che arriva sulle nostre spiagge, la fotografia del mare è preoccupante. Ed anche la vita sottomarina, come confermato da recenti ricerche scientifiche, si avvicina ad un possibile punto di non ritorno.

Ecco allora la scelta dell’artista Pablo Dilet, quella di creare una installazione che potesse fisicamente ingabbiare la stessa plastica che inquina il nostro mare. Lettere di metallo che compongono la scritta “Plastic” saranno riempite proprio con la plastica sottratta dalla mercé di pesci e volatili.

Un progetto dal forte impatto visivo oltre che simbolico che si muove in linea con i programmi di tutela ambientale dell’AMP e del Comune.

“Il rispetto dell’ambiente – spiega il sindaco delle Isole Egadi e Presidente dell’AMP, Giuseppe Pagoto – è stato un tema cui la nostra amministrazione si è dedicata con impegno, portando a casa importanti risultati grazie ai progetti nelle scuole e anche alla sensibilità mostrata dai cittadini. Voglio ricordare che il Comune di Favignana è stato premiato a Roma per il riciclo a km 0 degli imballaggi in acciaio nell’ambito dell’iniziativa di Legambiente “Comuni Ricicloni”. Alla nostra Amministrazione è stato consegnato un riconoscimento come esempio di “best practice” dal Consorzio Ricrea. Occorre che questo impegno possa portare a risultati migliori anche nel periodo estivo, in cui il trend turistico aumenta le difficoltà di gestione”.

“La plastica – aggiunge Stefano Donati, direttore dell’AMP – è il killer silenzioso dei nostri mari. Quando recuperiamo le tartarughe marine in difficoltà, presso il nostro Centro di Primo Soccorso a Favignana, portano sempre i segni dell’incontro drammatico con la plastica, avendone ingurgitata una grande quantità o restandone fisicamente imprigionate. La plastica sta entrando nella catena alimentare e, accumulata nei tessuti dei pesci che mangiamo, arriva fino a noi. Non c’è più tempo da perdere, per salvare gli oceani, la biodiversità e anche noi stessi”.

“La plastica ha i colori della bellezza, ma nasconde i suoi veleni come la mela di Biancaneve – afferma Pablo Dilet -, ecco allora il desiderio di ingabbiarla per mettere davanti agli osservatori dell’opera una delle principali cause della distruzione del nostro ambiente. Una gabbia che ha anche il valore della speranza, ovvero di tutte quelle azioni concrete che ciascuno di noi può fare per l’ambiente che ci circonda”.

Credo sia sufficiente sapere che il blog britannico Purple Travel considera il Farm Cultural Park di Favara niente meno che il sesto posto al mondo da visitare assolutamente dopo Firenze, Bilbao, le Isole della Grecia e New York, per avere la percezione di cosa sia e che cosa rappresenti realmente questo singolare esempio di “comunità”. Già perché a pensarci un attimo e dando un’occhiata alle foto scattate al Farm Cultural Park, a questa kasbah contemporanea, dove la cultura architettonica, i laboratori di idee e la sperimentazione sono i motori primi di un grande progetto in espansione, si ha come la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una esperienza aliena. A un insediamento paracadutato da chissà dove nel pieno centro di una provincia dell’agrigentino che non è neppure annoverata tra le rotte del turismo più convenzionale.

Eppure, a crearne quasi un fenomeno, o per meglio dire, un “caso”, che ha attirato l’attenzione di giornalisti, artisti e operatori culturali (nel 2011 il Farm Cultural Park ha vinto il Premio Cultura di Gestione di Federculture) ci hanno pensato due “menti in carne ed ossa”: il notaio Andrea Bartoli e la moglie, avvocato, Florinda Saieva. I mentori, gli ideatori ed esecutori materiali di una vera e propria rinascita culturale. Di un grande laboratorio a cielo aperto, dove convivono in perfetta armonia le linee e i colori di un museo d’arte contemporanea insieme a un complesso residenziale per artisti, designer, curatori e architetti e dove, tra i sette cortili, ci trovi gli spazi per convegni, feste, laboratori educativi e un modernissimo spazio dove condividere buon cibo in un’atmosfera rilassata e multiculturale.

Il Farm Cultural Park è un originale luogo per la mente, dove si respira aria buona, in cui gli uomini si incontrano felicemente per creare un mondo migliore, diverso, innovativo, accogliente e sostenibile. Un mondo dove l’Arte, la creatività, la cooperazione e soprattutto lo star bene sono gli imperativi categorici. Dove si progetta, oltre gli spazi, anche un nuovo modo di pensare.

Un luogo che ti fa stare bene, recita la home page del sito del Cultural Park, un crocevia di idee, espressioni e progetti che qui trovano un porto sicuro, terreno fertile grazie alla circolarità di rapporti e relazioni con il mondo della cultura e delle start-up. E che Andrea Bartoli insieme alla moglie intesse mirabilmente. A lui abbiamo chiesto di raccontarcene la storia.

Ci racconti come è nato il progetto per il Favara Cultural Park?

Quando con Flò siamo diventati genitori ci siamo chiesti come tutte le coppie del mondo dove volevamo costruire il nostro progetto di vita familiare. Abbiamo deciso di restare in Sicilia, senza lamentarci e senza piangerci addosso e soprattutto senza aspettare che qualcuno ci cambiasse la vita, ma facendo tutto quello che era nelle nostre possibilità per migliorare il nostro territorio.

In che modo Favara ti ha dato l’ispirazione?

Mi capita di dire spesso anche quando parlo a ragazzi giovani; le possibilità più grandi sono sotto il nostro naso, nei posti apparentemente più sfigati, bisogna solo saperle coglierle. Favara ci ha consentito di fare un progetto molto più grande di noi che non avremmo mai potuto iniziare in nessuna altra parte del mondo.

Qual è stato e qual è il rapporto con la cittadinanza?

I giovani che hanno studiato fuori e tutte le persone che hanno avuto modo di viaggiare sono fieri del lavoro che stiamo facendo. Viceversa persone più statiche e adulte fanno fatica a capire cosa stiamo facendo e sopratutto il perché. È chiaro che non abbiamo un ritorno economico e questo è per loro assolutamente inspiegabile. Però bisogna essere indulgenti; come possiamo pretendere che chi non ha mai viaggiato, mai letto un libro o visitato un museo possa capire quello che stiamo facendo?

Favara Cultural Park è un bellissimo esempio di kasbah interculturale ed ecosostenibile, quali sono gli altri ingredienti salienti?

Tanti. L’essere un progetto unico dove la cultura diventa uno strumento nobile per rigenerare un centro storico abbandonato. Ma anche la continuità e la capacità di costruire una comunità.

Le distanze vengono spesso vissute come mancanze, che tipo di rapporti intessete con designer, artisti, intellettuali musicisti, scrittori e come arrivano fino da voi?

I quattro valori principali della ricerca Farm sono l’Ironia, la Denuncia, il Capovolgimento della Realtà e la Provocazione. Ai Sette Cortili, presso Farm Cultural Park, stiamo privilegiando le opere a prescindere dalla notorietà degli artisti stessi. Se un lavoro è straordinario, rimane tale anche se fatto da un giovane artista non affermato nella scena nazionale. Ci piace sopratutto ospitare opere installative esterne di grande impatto emozionale. Stiamo producendo cultura non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli abitanti del luogo e la gente comune. I creativi ci inviano dei proposal e noi selezioniamo quelli che risultano più coerenti con il nostro linguaggio e i nostri obiettivi. Siamo profondamente interessati ai progetti relazionali, che creano connessioni tra l’artista in residenza e le persone del nostro territorio. Credo che la sfida ormai improcrastinabile per tutti gli operatori dell’Arte sia quella di misurarsi con nuovi pubblici. Ci piace ospitare artisti i cui linguaggi siano immediati e di facile comprensione e ai curatori eruditi preferiamo le interpretazioni autentiche degli artisti che attraverso delle mini-interviste, inserite nel nostro sito, nella pagina istituzionale di Facebook e sul nostro canale You tube, spiegano il loro lavoro al pubblico in modo semplice, autentico e diretto.

Quattro anni di attività culturali carichi di successo e soddisfazioni. Cosa riserva il futuro?

Speriamo tante cose belle. Stiamo lavorando a un progetto, anche questa volta, più grande di noi, un Children’s Museum, una struttura dove i bambini potranno giocare e divertirsi imparando ma anche sognare e acquisire consapevolezza globale.