Thursday, June 29, 2017
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Il 3 settembre a Palermo è un giorno importante. Uno di quelli in cui la devozione della città nei confronti della sua santa protettrice si esplica con un rituale immancabile che mette a dura la resistenza fisica. E’ una questione di devozione. Chiunque voglia chiedere una grazia a Santa Rosalia o ringraziarla per una grazia ricevuta affronta con spirito audace la famigerata “acchianata”, la salita a piedi da via Bonanno, dalle falde, fino alla cima del Monte Pellegrino dove è situato il Santuario della santa protettrice di Palermo.

I più devoti addirittura percorrono l’ultima parte della salita in ginocchio. Per moltissimi palermitani questa è comunque una buona occasione per rinnovare un patto di identità e di fede con la città, così si organizzano in comitive, con tanto di viveri, e acchianano il promontorio che Goethe definì il più bello d’Europa.

Per i visitatori  e i turisti questa è anche un pretesto per conoscere una tradizione popolare che affonda le sue radici nella storia e nella devozione palermitana.

Ragion per cui, l’associazione Terredamare ha pensato a un’iniziativa turistica e culturale ad hoc: la Santuzza card, cioè un biglietto unico che per tutta la giornata del 3 settembre prevede l’Acchianata e la visita di 4 monumenti (Chiesa del Gesù(Casa Professa), Palazzo Alliata di Villafranca, Palazzo Asmundo, Torre di San Nicolò) al prezzo speciale di 8 euro.

È possibile acquistare il biglietto unico, presso tutti i siti monumentali coinvolti.
Evento facebook: www.facebook.com/events/1036344173129633

Villa Filippina è un bellissimo spazio verde nel cuore della città. Vi si accede da una cancellata con scalinata da piazza San Francesco di Paola. Questo interessante sito cittadino è caratterizzato da un’atmosfera di incantevole tranquillità, il verde domina su tutto, incorniciando su tutta la linea laterale della villa le arcate di un antico convento di Padri Filippini sulle cui pareti è ancora oggi sono visibili le tracce di pitture murarie. Qui è possibile durante il periodo estivo assistere ad eventi culturali, concerti e rassegne cinematografiche.

D’inverno, durante tutto il periodo natalizio, per la gioia dei bambini, qui viene allestita una pista di ghiaccio per il pattinaggio.
Villa Filippina ormai diventato anche un importante punto di riferimento per i cultori di scienze, perché ospita il Planetario insieme al Museo della Scienza e dello Spazio. Qui in collaborazione con l’Osservatorio astronomico di Palermo si offre a studenti e giovanissimi un ricchissimo cartellone di appuntamenti attraverso la visione di documentari, mostre e attività osservative.

Dai telescopi presenti al museo è possibile infatti osservare i pianeti visibili grazie alla guida e al supporto degli operatori dell’Osservatorio astronomico. Un luogo ideale,dunque, per tutti gli appassionati di astronomia, di cieli puntinati di stelle e di romanticherie.

Il Porticciolo dell’Acquasanta è un piccolo gioiello incastonato tra la borgata omonima circondata da Monte Pellegrino e il mare che si estende dal porto fino a Capo Gallo. Il porto affollato di barche offre una visuale molto suggestiva e la presenza di imbarcazioni di varie dimensioni, le hanno conferito il titolo dell’attracco turistico più importante della città. Oltretuttogode di una vista preferenziale su uno degli alberghi più belli di Palermo: l’Hotel Villa Igiea.

Specie all’imbrunire la luce dei lampioni di notte fa baluginare sullo specchio d’acqua la sagoma dell’Hotel e getta riflessi dorati sulla piazza storica e la chiesa parrocchiale. Un tempo il porticciolo dell’Acquasanta era solo ad uso dei pescatori della borgata, ma già due secoli fa, la presenza dell’albergo ne destinò parte della fruizione ai turisti che accedono al porticciolo tramite un pontile. Oggi infatti, da qui è possibile salpare con piccole imbarcazioni turistiche e fare un giro lungo la costa palermitana. Nonostante l’atmosfera sia oramai diversa, volgendo lo sguardo in direzione dello sperone di roccia sul quale si erge elegante l’Hotel Villa Igiea, sembra di poter respirare una brezza marina che si tinge delle sinuose raffinatezze della Belle Epoque. Oltre il porticciolo, nel versante in declivio al di sotto dell’attuale piazza,, fino agli anni Settanta c’era una spiaggia frequentata dagli abitanti della borgata e di tutto il quartiere Monte Pellegrino, che purtroppo con la riqualificazione del porto è scomparsa.

 

È sempre stato un mio desiderio, pur essendo siciliano e abitante a pochi km da Trapani, visitare una salina durante la raccolta del sale e finalmente dopo aver contattato la SANIMA, azienda che gestisce la Salina Galia riesco a prenotare e trascorrere una mattinata insieme ai salinari. La salina Galia è situata a sud di Trapani lungo la Via del Sale che, costeggiando una delle zone umide più estese della Sicilia, giunge fino a Marsala. Ricevuto dalla gentilissima Alberta, moglie di Massimo D’Antonio uno dei principali soci dell’azienda, il mio arrivo in mattinata con un vassoio di cornetti freschi e caffè, viene accolto con gioia dai salinari che, iniziando l’orario di lavoro alle 6 per concluderlo alle 14,30, approfittano volentieri di una breve pausa per la colazione. Un susseguirsi di vasche dal colore cangiante si possono ammirare già dalla strada di collegamento ma è sicuramente addentrandosi nell’intricato reticolo di vasche e canali che porta verso il mare, che lo spettacolo diventa assolutamente unico e interessante. Alberta mi presenta il curatolo, gestore, amministratore della salina e uomo di fiducia, che segue le varie fasi della lavorazione e procaccia i lavoratori stagionali.

Mentre essi spalano il prezioso sale dal fondo della salina sulle carriole e poi sul nastro trasportatore, egli spiega che ci sono saline posizionate direttamente sul mare e saline con vasche di acqua di mare indirette, in cui l’acqua  evapora per l’irraggiamento solare. Di questa secondo tipologia sono quelle di Trapani, dove l’acqua vergine viene prelevata dal mare e incanalata nella prima vasca (detta fridda) da idrovore fino a passare, attraverso un canale detto d’acqua crura, a vasche  intermedie costituite dalle ruffiane dette anche messaggere, ed infine a vasche d’acqua fatta o cauri e alle santine dove l’acqua è per l’appunto fatta, cioè vicina al punto di saturazione, in cui si concentra la soluzione del sale.  Per concludere l’acqua viene fatta arrivare attraverso i canali alle vasche finali salanti (dette caselle o caseddari), dove avviene la sua finale evaporazione e la precipitazione del sale, fase in cui la densità dell’acqua raggiunge i 25,7 °Baumé.

Qui si assiste alla cristallizzazione del sale che viene infine raccolto da una o due squadre di venti operai (venne), diretti e sorvegliati dal curatolo, e sistemato in cumuli munzidduna da 200 a 400 tonnellate ricoperti di tegole di terracotta ciaramire sulle adiacenti piattaforme di terra ariuni. L’inizio del processo di produzione del sale avviene con la formazione della Mammacàura, un residuo della campagna salinifera costituito dalla fanghiglia mista a solfati di calcio e magnesio. Essa viene utilizzata per risagomare e compattare il fondo delle caselle salanti, delle calde e degli argini ad apertura della nuova campagna per le sue proprietà impermeabilizzanti. Il ciclo completo produttivo del sale dura da giugno a settembre. Se il tempo lo permette, il primo raccolto si fa dopo circa 50 giorni dall’inizio della coltivazione, il secondo dopo 30 giorni. Il sale viene raccolto a mano dagli operai detti salinari con pala e carriola, e si fanno cumuli di sale negli arioni, ossia negli spazi davanti alle vasche salanti. Non c’è tristezza nei loro sguardi, ma traspare una atavica consapevolezza, quella tramandata dai fenici di fare uno dei lavori più antichi del mondo!    I salinari si conoscono da tempo e, con ritmi scanditi dal tipo di lavoro di squadra, ognuno svolge la propria mansione con automatica routine in un clima disteso e sereno. Conoscono il sole, il sale e i loro pericoli, proteggendosi la testa con un cappello e i piedi con pratici stivali di gomma. Alle 11,30 circa il lavoro sotto il sole cocente dei salinari viene interrotto dal clacson di un’auto in arrivo.

E’ quello di Maria Pia, simpatica donna trapanese che dal nulla si è inventato un lavoro adoperando il bagaglio dell’auto come il bancone di una putia: fare il giro ambulante delle varie saline e vendere pagnotte di pane, panini imbottiti, zuccherini e brioches dolci ai vari salinari. Di ogni operaio Maria Pia ha imparato a conoscere i gusti e ad assecondarli quotidianamente; con il proprio panino e cibo preferito e seduti a semicerchio vicino le auto parcheggiate,  Tommaso, Angelo, Peppe e gli altri mangiano e bevono ristorandosi. La Salina Galia ricade all’interno del territorio della Riserva Naturale delle Saline di Trapani e Paceco, estesa oltre mille ettari, gestita dal WWF, splendido risultato del  connubio  tra lavoro umano e natura, in cui si possono vedere molti uccelli acquatici, tra cui:  Fenicotteri, Aironi bianchi, Garzette,  Spatole, Anatre, Avocette, Cavalieri d’Italia e il Martin pescatore. L’esistenza delle saline risale al tempo in cui i Fenici vivevano nel territorio siciliano occidentale. Furono  proprio essi, abili commercianti, che intorno al primo millennio a.C. cominciarono a fondare le proprie colonie in luoghi strategici per i loro viaggi di mare, dove potersi rifornire di acqua e conservare cibi…appunto con il sale. Già nel 1154 durante il periodo della dominazione normanna in Sicilia il geografo arabo al-Idrīsī, noto come Edrisi, descrive Trapani, come “una città bianca, in prossimità della quale sorge una salina”. Federico di Svevia istituì il monopolio di stato ma in seguito, grazie agli aragonesi le saline tornarono private e raggiunsero il loro apice durante la dominazione spagnola quando il porto di Trapani divenne il più importante centro europeo di commercio del sale. Le vasche insieme ai lunghi canali coprono un vasto territorio che arriva fino al mare, mentre, antichi mulini  a vento (molti oggi con le pale spezzate o in disuso) si intravedono  tra bianchi  cumuli di  sale. Oggi la pala con cui si raccoglieva il sale dalle vasche è stato sostituito da un mezzo simile all’aratro, un nastro trasportatore viene oggi utilizzato al posto delle ceste di canna cartedde di 25 o 30 Kg. caricate un tempo sulle spalle degli uomini o in gobba ai muli, le pale dei mulini da pompe a gasolio o elettriche, mentre il fondo delle vasche è rullato da macchine schiaccia sassi al posto del rullo di legno o di pietra tirato a mano. Mentre il nastro trasportatore porta il sale in alto, depositandolo nei candidi arioni, alla periferia delle saline si stagliano silos e capannoni industriali insieme alle case di Trapani, dai cui tetti si distinguono le cupole delle chiese e la sagoma di mastodontiche navi da crociera, che da tempo hanno iniziato ad ormeggiare presso il porto.

All’orizzonte invece si erge nel suo splendore Monte Erice con il suo cappello di nuvole, specchiandosi nell’acqua delle saline. Salutati i gioviali salinari tra pacche sulle spalle e inviti a ritornare a trovarli, ringrazio Alberta e faccio un breve giro per la riserva tra mulini abbandonati e panoramiche acque stagnanti, dove fenicotteri ed aironi sembrano aspettare per un saluto la fine del lavoro dei loro amici che tornano a casa dopo una giornata di lavoro nelle saline. Ripongo nella custodia la fedele macchina fotografica che mi ha seguito in questa breve ed intensa esperienza e mi accorgo solo adesso di avere la pelle secca, rattrappita dalla forte irradiazione riflessa dal bianco sale, sensazione che il succedersi istantaneo dei click fotografici ha rimandato. Mentre bevo un lungo sorso d’acqua, torno alla guida per rientrare a casa, riflettendo che il sale è sapienza e dopo questa esperienza anch’io ne trarrò profitto.

 

Giuseppe Russo viaggiatore, fotografo, reporter. Trovate i suoi racconti di viaggio anche sul suo blog Zoom,Andata&Ritorno https://russogiuseppefotoeviaggi.wordpress.com/ 

http://www.siciliafan.it/trapani-una-giornata-con-i-salinari-salina-galia-saline-di-trapani/ 

Spesso chi arriva da turista a Palermo ama definire il centro storico della città come un teatro a cielo aperto, dove si sono susseguite vicende storiche importanti, con eccellenti protagonisti e dove nel frattempo aneddoti e leggende si sono moltiplicate, sovrapponendosi ai fatti realmente accaduti.

Per gli appassionati di luoghi misteriosi, quelli che per intenderci hanno visto nascere o consumarsi le gesta o la vita di personaggi affascinanti, le tappe imperdibili sono numerose. Tra quelle che incuriosiscono maggiormente i visitatori meno convenzionali c’è senza dubbio la Casa di Cagliostro.

Evidente è l’interesse tra quanti si appassionano a leggende, esoterismo e magia per l’edificio che la storia e i documenti indicano come la casa natale di Alessandro Balsamo, il Conte di Cagliostro, nato qui nel 1743 e poi avviato a una vita raminga tra le corti europee. E che proprio per il suo interesse nelle discipline esoteriche e magiche, la passione per le preparazioni magistrali condussero, con l’accusa di eresia all’esilio presso la fortezza di San Leo, dove morì nel 1795.

Il mito di Cagliostro, il celebre esoterista, da molti ritenuto soltanto un ciarlatano, che il grande Luigi Natoli  e perfino Goethe tramandano, è tutto concentrato anche nella visione suggestiva e misteriosa delle mura natali.

La Casa di Cagliostro, per chi ama avventurarsi tra storie e misteri, si trova a Palermo nel vicolo omonimo, nel cuore del mercato storico di Ballarò.

E’ al Museo Pitrè, accanto la Palazzina Cinese, che troverete il suo busto in gesto. Si tratta della Vecchia dell’aceto, al secolo Giovanna Bonanno, vissuta a Palermo sul finire del Settecento, alla quale antropologi e studiosi di tradizioni popolari hanno dedicato fior fior di libri.

La famosa vecchia che oggi viene ricordata dai palermitani attraverso leggende e modi di dire, è passata alla storia perchè abile fattucchiera, capace con pochi ingredienti, un mix di aceto e arsenico, di mandare al Creatore uomini fedifraghi e di malaffare.

Nel  corso del Settecento, nella Palermo dei nobili e degli straccioni, imperversavano i pidocchi, e l’aceto, si sa, era l’unico rimedio valido e facile per debellarli. Così, Giovanna Bonanno, che documenti d’archivio indicano con il nome di Anna Pantò, utilizzando una mistura di facile reperibilità, risolveva annose questioni in cambio di denaro.

La Vecchia dell’aceto, era un’indigente e così, la sua magheria, divenne presto merce di scambio per sopravvivere.

Si narra che il cosiddetto “arcano liquore aceto“, testato inizialmente su un cane, fosse in grado di scatenare forti spasmi allo stomaco, indurre attacchi di vomito reiterati con conseguente decesso.

La Vecchia dell’aceto agiva fomentata dalle richieste di occasionali clienti, a quanto pare tutte donne, spinte dall’urgenza di togliersi dai piedi mariti traditori e violenti. La sua fama di strega, nel tempo, si accrebbe, ma la mistura velenosa, preparata accidentalmente per il figlio di un’amica, pose fine alla sua pratica omicida.

Colta in flagrante dai gendarmi, fu tratta in arresto e impiccata a piazza Vigliena il 30 luglio del 1789 con l’accusa di stregoneria.

Rimane il fatto che la Vecchia dell’aceto è viva nell’immaginario culturale dei palermitani ed è ormai un’icona nelle storie e nelle leggende cittadine della Palermo che non c’è più. Da tutti riconosciuta, appunto, come la Strega palermitana.

 

Se vi capiterà di fare tappa a Catania, tra le tante bellezze da ammirare e le bontà da gustare non dimenticate il cioccolato. Perchè se Vienna vanta la fama delle Palle di Mozart, il capoluogo etneo non sfigura di certo. Qui potete trovare, infatti, i Cigni di Bellini. Queste golose praline al cioccolato, che rendono omaggio al compositore catanese Vincenzo Bellini e alla sua città, sono il frutto del geniale incontro tra il maestro d’Orchestra Luigi De Giorgi del Teatro Bellini e il maestro cioccolatiere dell’Antica Dolceria Rizza di Modica, Giuseppe Rizza, che insieme per due anni hanno studiato i giusti accostamenti tra gli ingredienti e le dieci opere di Vincenzo Bellini.

I Cigni, così battezzati per celebrare lo stile delicato ed elegante del compositore catanese, sembrerebbero dunque, senza volere scatenare conflitti e antagonismi, la risposta siciliana alle palle di Mozart, le praline al cioccolato viennese inventate nel 1890, famose in tutto il mondo per la loro bontà golosa.

E a un’analoga celebrità sembrano essere votati i cigni di Bellini che concentrano in una piccola tentazione tutta l’essenza di Sicilia. Sono il perfetto connubio tra il cioccolato modicano, il pistacchio di Bronte, il sale di Trapani, il passito di Pantelleria e gli agrumi dell’Etna, tutti ingredienti che primeggiano per nobiltà ed eccellenza in Italia e all’estero. E rappresentano non soltanto un omaggio ad un illustre compositore, ma il tramite per rilanciare le famose opere belliniane con una serie d’iniziative che si svilupperanno in ambienti culturali ed europei nel segno di un mix raffinato fatto di musica, odori e sapori.

Il tour ideato da Ilario Ferrari e Cono Cinquemani, una commistione di musica, video e spettacolo – condita da entusiasmo e amore per l’Isola – che ha viaggiato sulle ruote di un camper attraversando la Sicilia dei siti dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità, si è concluso ieri.

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Per concludere Cono Cinquemani ha proposto il testo teatrale “favola Cinquemani” una storia di emigrazione siciliana raccontata in siculish, il siculo americano parlato dai primi emigrati siculoamericani. Ideatori del progetto: Cono cinquemani, Lorena cinquemani (entrambi lab5). Testo dello spettacolo Cono Cinquemani, musiche di Ilario Ferrari. Hanno collaborato Ciccio Paladino e Giovanni Timpanaro.

 

Cono e Lorena Cinquemani

Cono e Lorena Cinquemani

Location degli spettacoli: chiesa della Badia di Sant’Agata (Catania), officina agroculturale Cafeci (Valguarnera), Associazione all’improvviso (Aidone), Palazzolo Acreide (piazza del Popolo), Sambuca di Sicilia, Canicattini bagni, Catania campo San Teodoro.

Ilario Ferrari ha presentato il suo primo lavoro discografico accompagnato dalla band Ferrari&the Cluster, scegliendo la Sicilia come lancio per il suo disco. Collaborando con Edoardo Blandamura, Agnes Bischof, Homen.

Da Sicily Coast 4 Coast è scaturito anche un lavoro video curato dal regista spagnolo David Nicolas.

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Si ringrazia per il supporto web Veronica Laureanti. Ospitalità: Luca Giovanni Rapisarda, cantine colle acre, antico frantoio, pino e gelsomino, casa Santa Lucia.

 

L’associazione Obiettivo Ibleo ci porta sabato 27 agosto prossimo alla scoperta degli scorci e dei magici scenari di un’Ibla notturna.
Macchine fotografiche in mano, sguardi in su ad ammirare architetture e testimonianze storiche, per inquadrare attraverso il mirino una Ibla insolita, pre-barocca, che si nasconde dietro le scenografie barocche.
L’appuntamento è al largo San Paolo, ore 19.30.
Il percorso prevederà la salita (e discesa) di scale e si snoderà per circa 2 ore.
Previsto un contributo di 3€ per i soci, 5€ per i non soci. Per info: https://www.facebook.com/events/1094585977294810/

Soltanto quindici chilometri da Ragusa, Castello di Donnafugata è una tappa obbligata per quanti si trovano a visitare le meraviglie della Sicilia sud orientale. Il palazzo si erge elegante e maestoso nella sua struttura ottocentesca sulle vestigia di una torre medievale e prende il nome dall’arabo fonte di salute. Una leggenda narra che qui la regina Bianca di Navarra fu rinchiusa dal conte di Modica, Bernardo Cabrera, ma riuscì a fuggire grazie a sottopassaggi che portavano al giardino. Da qui il nome Donnafugata.

Ma questa non è l’unica dicerìa che circola intorno al famoso castello che fu protagonista di alcune scene del film di Visconti Il Gattopardo. Si narra infatti che qui fosse nascosta una capra d’oro, capace di sconvolgere la vita degli ospiti. Tuttavia non vi sono testimonianze scritte che accertino la veridicità di queste leggende.

Fatto sta che il castello con 122 stanze è un esemplare di pregevole architettura gotico chiaramontana con un cortile grande fiancheggiato da corpi bassi. La facciata merlata con le bifore e i capitelli creano l’ingresso a stupendi saloni ( quello degli Stemmi, degli Specchi, del Biliardo e della Musica) ricchi di affreschi e stemmi. Il Giardino lussureggiante è una distesa di piante mediterranee, statue, e manufatti calatini. Da non mancare il famoso u Pirdituri, ovvero il famoso labirinto in pietra caro a Garrone, da percorrere per perdersi e ritrovarsi.

Qui, per i fortunati che riescono a partecipare, si svolgono rinfreschi e manifestazioni culturali e enogastronomiche.