Thursday, August 24, 2017
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Street food, anzi stritfud, la nostra guida in giro per la città

Street food per principianti. Ecco un elenco delle specialità che potrete trovare in mezzo alla strada, da venditori ambulanti e qualche spiegazione sui cibi più strani, per evitare confusione.

frittola

Dal centro storico alle borgate marinare di Mondello e Sferracavallo, è un trionfo di specialità culinarie siciliane.

Ecco un elenco delle specialità che potrete trovare in mezzo alla strada, da venditori ambulanti e qualche spiegazione sui cibi più strani, su cui forse spesso si fa un po’ di confusione.

babbaluci

Partiamo dai babbaluci, visto che ci avviciniamo al Festino di Santa Rosalia, e proseguiamo con le crocchè e le panelle, soffermandoci sulla frittola. Cosa è esattamente?  Un insieme di frattaglie di vitello (scarti di macellazione, grassetti, piccole cartilagini, ossa, etc…), che vengono bollite e poi rosolate, spesso con lo strutto, e insaporite con spezie profumate come alloro, zafferano e pepe.

Il nostro tour nello street food prosegue con la ‘fritturiedda’, il musso e il calcagnolo e il pane con la meusa. Qualche spiegazione? Eccola:  musso, o mussu, e carcagnolo (letteralmente muso e calcagno)  per esempio, sono parti del vitello, pezzi di carne ricavati da muso, orecchie e piedi dell’animale. Possono essere serviti, una volta bolliti, con olio e limone o ad insalata, con l’aggiunta di trito di verdure. L’insalata, da mangiare fredda, racchiude spesso un altro tipico ingrediente, il “masciddaru”, ovvero la mascella del vitello. Viene spesso mangiata per strada, ma  anche servita in tavola come contorno. Quando si compra per casa se ne realizza una rutilante insalata, con l’aggiunta di cipolla rossa, sedano verdissimo, carota, olio e limone.

E passiamo alla ‘quarume’: leggenda vuole che con la quarume (o quarumi, quaruma, ma anche, italianizzando, caldume) si svezzassero i bambini delle borgate palermitane. Questo perché le profonde e nutrienti viscere del vitello custodiscono principi nutritivi ben noti fin dall’antichità. Ma ancora oggi, nei chioschi dei quartieri popolari, potete riconoscere un quarumaru, che bolle per più di tre ore l’intestino tenue (“ziniero”) e gli stomaci (“quagghiaru”, “centopelle” e “trippa”) del vitello, insieme a patate, carote, sedano e pomodori in un grosso pentolone (la “quarara”).

E proseguiamo con i dolci,  oltre alla tradizionale brioche con gelato, imperdibili sono: cartoccio, iris al forno o fritta. Soffermiamoci sull’iris fritta; si dice che il pasticcere palermitano Antonio Lo Verso creò questo dolce in occasione della serata di gala per l’opera Iris di Mascagni, nel 1901. Da allora l’iris, una ciambella fritta senza il buco, ripiena di ricotta, zucchero e pezzetti di cioccolato, è diventata una specialità gastronomica di strada, che i palermitani e i turisti gustano appena fritta ad ogni ora della giornata. Un’invenzione culinaria nata borghese e cresciuta democratica, perché a Palermo, si sa, il gusto è un diritto di tutti.

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