Sunday, May 26, 2019
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Sostenere idee e progettualità a Palermo. Lo fa “Sartoria Sociale”, che realizza da anni, abiti e oggetti personalizzati, e allo stesso tempo offre al pubblico una gamma di prodotti già pronti.

“Qui si avviano laboratori e servizi nel campo del restyling e upstyling di stoffe e abbigliamento – spiegano  –  il tutto, sia per la casa che per la persona o semplicemente per il nuovo look di un’azienda”. In questo caso entra in campo il marchio Al Reves – società cooperativa sociale”. Insomma si tratta di un progetto che riunisce stilisti, sarti e amanti del cucito di varie etnie in un laboratorio in cui lavorano insieme anche giovani italiani stranieri in difficoltà umane, relazionali, occupazionali o esistenziali. Inoltre da qualche anno viene data la possibilità ai cittadini di devolvere il 5 per mille, scelta che consente al contribuente di decidere il beneficiario a cui versare le proprie tasse. Molti gli eventi che sono stati organizzati dalla sartoria, dall’ultima asta di beneficienza (lo scorso luglio), in cui sono state esposte e messe in vendite opere di noti artisti siciliani all’aperialoe, un aperitivo all’aloe in cui l’amica Ileana ha parlato degli effetti benefici di questa pianta e dei suoi campi di applicazione per stare meglio.

Sartoria Sociale si trova in Largo Zuccarello, 28 a Palermo per info contattare sartoria sociale@libero.it.

O la pagina fb che porta l’omonimo nome.

Se vi accingete a fare quattro passi in centro storico, troverete tanti posti dove gustare il tradizionale street food palermitano, quello per intenderci che include panelle con farina di ceci, crocchè di patate, panini con la milza, sfincioni, arancine e fritture di vario genere. Tuttavia, non potrete esimervi dal fare una sosta in uno dei tempi delle delizie culinarie palermitane: Franco’u Vastiddaru. Lui è tra i migliori.

Eccola immediatamente alla vostra destra una volta aver percorso tutto il vecchio Cassaro a piedi, questo l’antico nome di Corso Vittorio Emanuele, la via che arriva fino a piazza Marina. La bottega di Franco ‘u Vastiddaru è allegra, colorata, accogliente, la trovata al numero 102, segnalata da profumi e voci, il numero di telefono è 091 325987 e per essere precisi fa angolo sulla piazza. Qui, una volta agguantato un posto tra i tavolini in plastica rossa, potrete finalmente tuffarvi tra gustosi assaggi alla scoperta di mitiche prelibatezze panormite. Praticamente all’ombra della fontana del Garraffo. Se proprio sarete costretti ad operare una scelta, non mancate di assaggiare il panino con polmone e milza che viene preparato in un pentolone tra gli effluvi di strutto bollente. Potrete dire di avere assaggiato qui il vero, unico e inimitabile panino palermitano che vanta svariati tentativi di imitazione. Qui anche le panelle e le crocchè sono buonissime, eccezionali se consumate ancora incandescenti. Se vorrete invece assaggiare qualche panino più convenzionale Franco’u Vastiddaru è famoso per i suoi intingoli elaborati e succulenti. Il patron Franco ci ha lasciato poco tempo fa, ma la sua eredità, come il suo nome, resiste più che mai. Un sorriso, una stretta di mano e tanta simpatia fanno di questo luogo mitico per i palermitani una vera e propria oasi di bontà.

I love Etna, passeggiata sul vulcano

Da dove viene il fenomeno della Fata Morgana? Probabilmente i viaggiatori che hanno fatto tappa sull’Isola raccontavano tutti qualcosa scambiando tra loro impressioni, magari davanti a un bicchiere di vino in una taverna, in attesa di una nave o di chissà quale altro mezzo di trasporto. I siciliani non hanno perso tempo, e le storie che hanno carpito le hanno subito riadattate. Basta pensare alle leggende africane che hanno ispirato il ciclo di Giufà.

Secondo la versione di Goffredo di Monmouth, datata 1135, Artù vivrebbe tuttora nell’Avalon, l’isola dell’eternità celata nientemeno che nella bocca dell’Etna. Leggermente diversa l’interpretazione di Chrétien de Troyes, che sull’Etna-Avalon colloca Morgana, intenta a curare il mago Merlino.

La versione siciliana ci tramanda che, dopo aver condotto il suo fratellastro Artù ai piedi dell’Etna, la celtica fata mutaforme Morgana si trasferì in Sicilia, scegliendo un posto inaccessibile tra l’Etna e lo stretto di Messina. Qui, Morgana costruì addirittura un palazzo di cristallo che scintillava nel sole. Racconta la leggenda che Morgana uscì dall’acqua con un cocchio tirato da sette cavalli e gettò nell’acqua tre sassi: un sortilegio che trasformò la superficie del mare in cristallo, facendo sì che riflettesse magicamente l’immagine di una città in continuo movimento. La visione trasse in inganno un re barbaro che, ammirandola dalla sponda calabra, ne fu rapito al punto da decidere di conquistare la Sicilia. Partito alla carica, affogò miseramente.

L’attaccamento dei siciliani a questa leggenda è talmente radicato che ancora oggi viene chiamato “fata Morgana” un fenomeno ottico che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell’isola di Favignana. Con «le giuste condizioni atmosferiche e una particolare distribuzione dell’indice di rifrazione della luce del sole in diversi strati d’aria», come dicono gli esperti, si assiste a uno spettacolo
assimilabile al miraggio.

Un mondo di coloratissimi pupazzi, tappeti gioco e altri divertenti accessori, possono stimolare la fantasia dei più piccini? Sì se questo universo magico si chiama Pongazio. La sua creatrice, Donatella Carrara  si racconta così. “Creo da quando ero bambina, passando dalla pittura, alla creta, dalla lana, alla carta, e poi con la nascita dei miei bambini ho inventato articoli per loro; un pomeriggio di tre anni fa – prosegue – ho realizzato il primo pupazzo; Pongazio, è così che mia figlia Margherita l’ha battezzato, da allora ne ho creato tantissimi, aggiungendo una linea di articoli che continuo a proporre alla mia clientela”. Così Donatella decide di aprire la sua prima boutique on line; accessori pensati per far giocare bambini e genitori tra le altre creazioni, anche se alcuni pongazi, sono stati acquistati da ragazzi.

“Le idee nascono mentre sono con i bambini – sottolinea -, guardo le stoffe che metto sul tavolo o per terra, le taglio e le cucio a macchina, non imbastisco, assemblo di getto, un po’ come si fa con i colori su una tela”. E così oltre alle fasce porta bebè, ci sono i giocattoli sensoriali e altri accessori per la dentizione, creati utilizzando tessuti morbidi o ruvidi nei quali vengono inseriti suoni, imbottiture, e utilizzati forti contrasti di colori e forme facilmente riconoscibili. I preferiti sono il nero e il rosso, il bianco ed il blu, il giallo ed il viola, “perché la vista di un neonato si sviluppa di settimana in settimana”.

Pongazio è abbastanza apprezzato dal pubblico palermitano, “nonostante le cuciture non sempre perfette -prosegue Donatella – ,ho una clientela che mi segue con attenzione e curiosità, più che altro composta da giovani coppie in dolce attesa, ragazzi che vogliono festeggiare una nascita e nonne, insomma ho un target vario e sempre voglioso di novità”.        

Lui arriva ogni giorno quando aprono le botteghe del Cassaro, si piazza lì e colora in pochi secondi un angolo di città pieno di grigio smog.

Ha fiori di stagione, c’è sempre tantissimo rosso che si mischia al verde del fogliame rigoglioso, e la gente spesso chiede : “ma oggi che fiori ha?”. Lui ha il posto fisso, anzi dice, a chi magari sta lasciando la propria auto di fronte a Franco u vastiddaru -: “si livassi pi favuri, chistu è me postu” (si sposti per favore, questo è il mio posto). E gli automobilisti gli fanno spazio, perché questi centimetri di marciapiede e strada se li è conquistati, sono suoi e guai a chi glieli tocca. Vederlo arrivare è uno spettacolo, cammina lentamente verso di te e una miriade di petali coloratissimi si fanno sempre più grandi, il carretto è sempre stracolmo e bellissimo, non puoi non fotografarlo, non puoi non comprare almeno un mazzolino di gerbere, anche se è impareggiabile il quadro animato con lui dentro, il contrasto della strada, le putie intorno e gli storici palazzi intorno.

Un universo incantato fatto all’uncinetto: scialli multicolor per abbracciarti con calde lane, collier, guanti, bracciali e cappelli per i più piccini. Manuela Muliello, artista emergente palermitana del ‘crochet’ realizza tutto questo in armonia con se stessa, anzi di lei dice: “quando lavoro all’uncinetto, i cattivi pensieri spariscono, io mi concentro sul pezzo e la mente si rilassa completamente”.

La Muliello nasce col filet (preziosissima lavorazione che ricorda i merletti e che si usava per orlare teli da bagno, tovaglie ed altri accessori per la casa) per poi passare ad un crochet libero dagli schemi, vivace e molto apprezzato; tanto che dal 20 dicembre sarà ospite alle Terrazze della Feltrinelli in occasione del mercatino sull’artigianato.

Nella sua collezione, ci sono anche divertenti calze con elementi floreali, abiti impreziositi da bordure iperboliche e altri accessori dove impera il colore, che sono sempre più richiesti dal pubblico palermitano e non, basti pensare che tra i suoi contatti fb c’è la celeberrima Ana Clara Voog, artista internazionale del ’cappello’ e musicista. Ma di lei ve ne parleremo un’altra volta.

Giulia vive in una casa senza citofono. A sua figlia ha detto che si è rotto. La verità è che l’ha fatto togliere perché una volta il suo ex si è attaccato al campanello per più di un’ora. Roba da andarci al manicomio. E poi saltare in aria ogni volta che suonano.

Chiara se l’è fatta addosso tante volte. Suo marito non la voleva nel letto, ma nemmeno lontana dal letto. Doveva dormire lì accanto, all’impiedi, nuda, e non spostarsi per nessuna ragione, né per prendere qualcosa da mettersi addosso né per fare pipì.

Nunzia, appena è tornata libera, è andata dal parrucchiere e si è fatta tagliare i capelli corti corti, “a maschio”. Perché suo marito invece voleva che li portasse lunghi: gli servivano per prenderla e trascinarla. Manco fosse un cane da tenere al guinzaglio.

Me, mi ha salvata il taccuino. Perché c’erano momenti in cui non ce la facevo a reggere i racconti delle loro vite maltrattate e fatte a pezzi dagli uomini che avrebbero dovuto amarle: abbassavo la testa e scrivevo, anche se in quel momento non c’era niente da scrivere, anche se in quel momento erano troppo impegnate a serrare le labbra per impedire alla diga del dolore di tracimare in un fiume di lacrime. Abbassavo la testa e scrivevo, anche se il registratore era in funzione.

Giulia, Chiara, Nunzia e le altre sono le protagoniste di “Violenza degenere”, il libro che ho scritto con Roberta Fuschi per riportare storie di violenza sulle donne, quelle maltrattate fisicamente, psicologicamente, sessualmente ed economicamente, ma che si sono salvate dal femminicidio (anche se qualche cretino sostiene che il femminicidio non esiste) perché hanno avuto la forza di chiedere aiuto. Storie che fanno un male cane già soltanto a sentirle raccontare, figuriamoci a viverle.

Gli incontri con le signore sono arrivati alla fine, dopo che per mesi avevamo frequentato quasi quotidianamente il Centro antiviolenza Thamaia di Catania: solo quando le operatrici si erano accertate che fossimo in grado di affrontare la questione. Ogni volta, il giorno dell’appuntamento con una signora, era sempre la stessa storia: partivi da casa con il mal di pancia da esami, tornavi a casa portandoti sulle spalle un palazzo di sette piani. Ci confrontavamo in chat: “Com’è andata ieri?” “Ne sono uscita a pezzi: c’era pure una ragazza di 25 anni presa a coltellate dal padre. Mi ha fatto vedere i segni”. Oppure: “Oggi pesante”. Lapidario: “Oggi pesante”. Come un macigno.

E poi riascoltarle ancora per “sbobinare”, e rivedere le espressioni del volto, un sorriso, una smorfia, riscrivere le loro parole una per una, anche a costo di riportare errori grammaticali o espressioni dialettali, o sbalzi temporali che incasinavano tutto, perché volevamo che fossero loro a raccontare: loro in prima persona, non attraverso noi. “Si sente il parlato”, ci ha detto un giorno con soddisfazione il nostro editore, Salvo La Porta di Villaggio Maori. Era esattamente quello che volevamo.

Noi continuiamo a sentirlo “il parlato” ogni volta che ripensiamo ad una delle nostre signore e continuiamo a sentire sulla nostra pelle le loro storie, che ormai sono anche nostre. Come le loro vite, che ci hanno consegnato senza riserve o sovrastrutture mentali – quasi fossimo amiche da una vita o sorelle – perché noi potessimo girarle ad altre donne ma anche agli uomini, per indurre le une e (forse soprattutto) gli altri a prendere coscienza.

Poi, quando ne intravedi una alla presentazione del libro, sei felice come se un’amica carissima fosse venuta a condividere con te il più bel giorno della tua vita. Che, no, non sempre è quello del matrimonio, ma è quello in cui ti rendi conto di avere fatto qualcosa di utile.

 

Vincenzo Nibali, all’anagrafe messinese; 31 anni a novembre, detto lo squalo dello Stretto, o anche Can-Nibale, per la capacità di divorare chilometri, sulla bici è una scheggia. Da ciclista urbana e donna, certe volte, mentre affronto una pendenza, una qualsiasi, e comincio a fischiettare fra me e me, mi chiedo ma come fanno i ciclisti? Quando vedi infiniti cordoni nelle riprese aeree, durante le gare, affrontare le salite.

Basta aprire wikipedia per saperlo, Nibali è un fenomeno, è siciliano, è cresciuto con l’aria dello Stretto, in una città che è un porto, da dove salpare verso “Il Continente”, il sesto ciclista nella storia ad aver vinto tutte le tre grandi corse a tappe europee, il Tour, la Vuelta spagnola e il Giro d’Italia. Come lui soltanto un’altra stella, Felice Gimondi.

Vincenzo Nibali è un ragazzino quando scopre di non essere un asso col pallone e esce fuori dal perimetro di un campo di calcio e comincia a correre in bici. La bici, ognuna ne ha una, ricevuta in regalo, magari confinata in una cantina, la bici è un sogno a portata di mano e Vincenzo lo afferra, ostinato, ostinatissimo, “la bici ti porta ovunque e ti dà un senso di libertà” ha dichiarato durante un’intervista al talk show Che tempo che fa?

Oltre le tempeste del doping, Nibali ha l’ossessione della pulizia da farmaci, in una tappa della Vuelta ha addirittura rinunciato al cortisone per calmare il gonfiore provocato dalla puntura di un’ape, tanto che ha dichiarato pubblicamente “Essere superati da qualcuno dopato dà fastidio, non mi piace. È sleale è come se ti rubassero qualcosa”.

Nella faccia di Nibali, nel suo sorriso aperto, c’è il sacrificio, c’è la dieta programmata, c’è l’allenamento intenso e l’impegno, in ogni angolo, di questo viso, c’è il sacrificio, quello che si evince, che perfino io riconosco da ciclista urbana, nelle salite, nel rimanere sui pedali, del cordone di uomini che salgono, facendo solo e unico riferimento alla forza delle gambe, al ritmico contrarsi dei loro muscoli. E quando lui vince, vinciamo un po’ anche tutti noi.

Cosa pensa Nibali quando pesta sui pedali?

Dipende dalle circostanze. Se sto bene sono concentrato sull’obiettivo e l’asfalto sotto di te scorre veloce. Non pensi ad altro che non sia come riuscire a sbarazzarsi degli avversari e a vincere. Se non sei al meglio, invece, non vedi l’ora di arrivare e ti guardi attorno sperando che finisca presto. In allenamento, invece, affronti la fatica contro te stesso per sapere come stai.

Da ragazzino, a Messina, cosa sognavi? Avresti mai pensato di diventare uno dei più forti ciclisti al mondo?

Lo sognavo, da quando ho iniziato a pedalare a 8-9 anni.

Quando torni a casa, a Messina, come vieni accolto, frequenti i tuoi amici?

Quando vado a casa, trascorro il mio tempo con la mia famiglia e i miei genitori. Quando mi vedono di solito dicono “come sei sciupato, mangia…”. Sul versante delle amicizie, sono andato via presto dalla Sicilia – avevo 16 anni – e quindi gli amici si contano sulle dita di una mano. Tuttavia, cerco sempre d’incontrarli e di andare a mangiare con loro un pezzo di focaccia classica o fare una pizzata; un qualcosa per ritrovarci.

Dove pedali quando ti trovi in Sicilia, esci insieme alla tua famiglia?
Scelgo le strade dove pedalavo anche da ragazzo. Mi piace andare in riviera sia in direzione Taormina e Catania sia verso Palermo. Da giovane mi seguiva mio padre e anche adesso capita di uscire con lui e con mio fratello Antonio, anche lui corridore professionista nella Vini Fantini Nippo.

Come molti giovani siciliani per esprimere al meglio il tuo potenziale, passare allo sport professionistico, e inseguire il tuo sogno, ha dovuto abbandonare la sua terra, ti è pesato farlo?

Non mi è pesato farlo, perché era quello che volevo.

Sappiamo che in quanto atleta, segui un regime alimentare, ma c’è una ricetta o una specialità isolana cui sei rimasto affezionato?

Con gli arancini è amore a prima vista. Ma ci sono altre specialità che mi piacciono: dalla parmigiana alle granite. I dolci, cannoli e cassate su tutti, mi appassionano meno perché non ne sono goloso.

Consigli a un giovane che non è portato per il calcio, ma vuole provare a correre in bici?

Di solito, ti senti dentro la voglia di pedalare e quindi gli direi solo di assecondare la sua passione e i suoi desideri. Più prosaicamente, in questo momento in Sicilia il ciclismo è da rilanciare, mancano le società sportive e quindi non è facile fare del ciclismo.

Secondo te, cosa c’è da fare in Sicilia?

Io ci vado per rilassarmi e per andare al mare. Ma dovessi consigliare un amico gli direi di visitare tutta l’isola per ammirare i suoi tanti gioielli: dalle chiese e cattedrali al teatro antico di Taormina passando per la valle dei Templi di Agrigento. Adoro andare sull’Etna; è un luogo unico al mondo dove d’inverno, per esempio, si scia guardando il mare.