Saturday, May 25, 2019
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Il traffico, come ebbe a sancire la pellicola Johnny Stecchino, è la vera e propria piaga di Palermo. Il problema principale che l’affligge, non c’è scusa che tenga, generiamo traffico, siamo ostaggi delle macchine, ne vediamo ovunque, sui marciapiedi, sulle piste ciclabili, sugli scivoli per disabili, persino sulle strade. Basta salire su un’auto per accorgersi di come sia arduo tentare imprese che in altre città sarebbero all’ordine del giorno: tipo andare in centro, posteggiare in tempi ragionevoli, fare due passi, o dare una guardata alle vetrine per saperne parlare. Dopo avervi svelato, tramite uno studio personale, quali sono i 5 piatti siculi preferiti dagli stranieri, qui vi metteremo a parte, attraverso uno studio svedese (molto personale, lo svedese in questione è un lontano nostro cugino), degli atteggiamenti più comuni del guidatore tipo palermitano.

1) Il posteggio è selvaggio, all’arma bianca, il principio inoppugnabile è “dove c’è spazio mi infilo”, e se non c’è “me lo invento”: dicasi posteggio creativo, indi di traverso, di sguncio, di lato, a testa sotto, ricavando spazio: dando piccole spinte avanti e indietro coi parafanghi – prova ne sono le automobile palermitane stricate, ammaccate e con parafanghi penzolanti – o posteggiando dove vige un passo carrabile.

2) Uno studio approfondito meritano quelli che posteggiano in seconda fila e lasciano mogli e figli (spesso sotto il sole) – si registrano sovente anche casi in cui ad essere lasciati sono suocere e anziani genitori (di solito davanti agli uffici delle poste per riscuotere la pensione) -. I soggetti vengono assunti ad honorem a sentinella del divieto. Nel primo caso vedi l’auto che vive di vita propria perché i bambini la centifrugano coi loro movimenti, al suono della hit del momento sparata a palla dai sub woofer taroccati, mentre la moglie, all’arrivo dello sconosciuto che deve uscire con la sua auto bloccata, risulta quasi sempre sprovvista di patente (costringendo lo sconosciuto a entrare in macchina e spostarla).

3) Non esiste la coda ordinata del traffico a Palermo. Segnatevi questo punto, molto importante, una specie di legge non scritta. C’è sempre il creativo che decide di passare bellamente da una coda all’altra, incapace di decidere capricciosamente cosa gli vada bene, senza avanzare di un passo, convinto di raggiungere la meta, mentre si limita a intasare maggiormente la faccenda e contribuire alla piaga panormita.

4) Da sapere assolutamente: agli incroci passa per primo quello del Suv. E se si incontrano due Suv? Beh, vince quello più nuovo e costoso, è ovvio. Stop.

5) Menzione speciale dedicata al genio impavido dell’insulto, ovvero quello che parcheggia in terza fila, costui di solito scende dall’auto come se fosse davanti a un ipotetico pubblico, con l’indice sollevato come a dichiarare “perderò un minuto”. Non è vero, di solito ci impiega una vita a prendere il caffè al bar, comprare la frutta, giocare la schedina o altre attività fondamentali che giustificano il suo posteggio impavido e smisuratamente azzardato.

La nostra ricerca è scientifica al millesimo, è stata varata alluccando nei piatti dei vicini stranieri al tavolo del ristorante. Cosa è emerso dalle nostre sfrontate e acute osservazioni, in cui ci siamo date di gomito “hai visto quello? Si mangia gli spaghetti con coltello e forchetta?”. Sì perché il turista mangia fra il poderoso luccichio delle posate, molto spesso esageratamente brandite, che costituiscono le sue munizioni per affrontare il pasto siculo.

1) Al primo posto si piazza il più classico dei classici dei primi piatti italici e siculi, spaghetti cu u sugu, ovvero spaghetti con la salsa di pomodoro, di tanto in tanto arricchito da qualche fetta di melenzana, almeno per dire che si mangia un piatto di pasta alla Norma. Chi di noi, soprattutto la domenica mattina, non è stato svegliato dal profumo del sugo preparato con i pomodori estivi della salsa della mamma?

2) Insalata ‘i puippu, il piatto dell’audace straniero che ordina un’insalata di polpo e sta lì, impiegando il suo prezioso tempo di vacanza a masticare l’invertebrato per ore, passando il boccone da una parte all’altra della mandibola senza riuscire praticamente a ingoiarlo, fra il luccichio oleoso del prezzemolo fresco che scintilla al sole fra i suoi denti.

3) Polpetta di sarde al sugo, un’arma bianca praticamente, per l’inconsapevole turista, egli le addenta senza sapere che troverà spine pronte a incastrarsi nelle sue gengive e nella sua laringe comportando largo uso di stuzzicadenti e molliche di pane, senza contare che il sugo lo impataccherà sicuramente creando un bellissimo effetto body art sulla sua maglietta di cotone fresco.

4) Pane e panelle. Ecco il panino che gli viene servito incandescente, ma loro non lo sanno e anche qui lo addentano incansapevoli, riportando piccole ustioni al cavo orale (tutto rientra immediatamente con una bella gazzosa o birra atturrunata, ovvero agghiacciata).

5) Cannoli: è bello vedere come uno straniero addentando un cannolo si inchiappunìa tutta la faccia di ricotta e la maglietta – già ferita dal sugo delle polpette di sarde – completa il menu del giorno con la polvere dello zucchero a velo.

 

Palermo deve tanto a Letizia Battaglia. Deve una testimonianza, un’arte, deve una possibilità: ecco cosa crea una donna, nata e cresciuta in un mondo di uomini, di mafie, di preconcetti. Lei si schermisce e lo fa anche con me. La casa dà su un piccolo terrazzo e Letizia mi ascolta con i suoi occhi che sorridono, i suoi occhi che hanno guardato attraverso mille obiettivi e mi chiede come sto, cosa faccio adesso. Quando l’ho conosciuta avevo poco più di vent’anni.  La guardavo e pensavo, visto? Si può fare. Si può essere interi, bellissimi, dire come stanno le cose, avere consapevolezza di sè. Sì, anche con una punta di tristezza e di malinconia, senza paura di come si sta. Per questo ci chiediamo come viviamo adesso e che progetti abbiamo. Perché la vittoria è continuare a ripartire. Continuare a tessere relazioni e avere voglia di parlarne.

Letizia racconta questo, mette in scena la sua anima ferita, la sua anima risorta, la sua anima che ricerca, tra le pieghe di questa città, eternamente sospesa tra miseria e nobiltà. Eppure questa donna ha lavorato con L’Ora il quotidiano del pomeriggio uscendo di casa con la sua macchina fotografica, per guadagnarsi il pane. Fotografando l’umanità che rimane, come un alito di fumo, a soffiare dopo attentati, scene del delitto raccapriccianti, corpi crivellati riversi dentro auto, mani sul viso, lacrime. La guerra di mafia. “Ho sempre pensato che la fotografia avesse attinenza con me, con la mia vita, umori, amori, figlie, nipoti e amanti e con il pane che mi guadagnavo, nessuna apparenza ma tutta sostanza”.

Quando era fotografa di cronaca nera, non sapeva, non poteva sapere che sarebbe diventata la fotografa italiana più famosa al mondo. Nasce nel ’35, si sposa a 16 anni, ha tre figlie, nel ’71 si trasferisce a Milano, qui, con il compagno Santi Caleca, impugna la macchina fotografica, guarda nel mirino, crea un mondo espressivo in cui fotografare può aiutarla a rimettere ordine, chiedere giustizia, tracciare un percorso di verità. Fioccano i premi, tra i quali il Premio Eugene Smith (1985), il Premio Dr. Erich Salomon (2007) e il Cornell Capa Infinity Award (2009).

Il suo ultimo lavoro è Diario, “Una specie di compendio, ho ottanta anni, ci sono cose che ho scritto io e cose che hanno scritto gli altri”, il libro esce edito da Castelvecchi.

“La fotografia – mi dice –  non è più considerata nell’economia di un giornale, non viene stanziata alcuna somma, ormai tutti si mettono in mano una macchinetta e scattano, ma questo è differente, non è fotografia”. Ma cos’è una fotografia, chiedo, rispetto a scattare un’immagine in digitale, magari con lo smartphone? “una fotografia è quel che scegli, fra gli scatti, il momento supremo, se io fotografo te, io fotografo anche me, così come mi serve per quietare la mia inquietudine, il mio desiderio di raccontarmi, la buona fotografia è quando riesce a raccontare del fotografo, non solo del mondo fotografato, a volte si dice: che bella sta fotografia, ma è bello il paesaggio o la modella, ma non c’era il fotografo, i maestri sono quelli che sono riusciti nell’arco di un po’ di tempo a mantenere un certa coerenza di politica, di filosofia, di emozione e raccontarla con il loro lavoro.  Non ci possono essere inganni in una buona fotografia. Perché se devo valutare un fotografo lo devo vedere nel tempo”.

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Ma  adesso come si lavora con la fotografia?

I ragazzi non ce la fanno ad avere buoni maestri che ad avere spazio nelle redazioni, già ai miei tempi, lottavamo, per essere riconosciuti giornalisti, ma era più facile.

Le tue foto vengono continuamente condivise sui social, che ne pensi?

Mi sento impotente, ogni tanto le vedo, è un furto, non si potrebbe e non si dovrebbe, penso che verrà regolamentata, non si può prendere una foto e non pagarla, quando un fotografo campa di fotografia. Dire che sono mie non è sufficiente, oltretutto quei venti, trenta scatti che girano, sono conosciutissime si sa che sono mie, ma mica mi serve la pubblicità a ottant’anni.

Quanto c’entra la maternità, il tuo essere madre, donna, nel tuo lavoro, nel mondo che tu rappresenti?

Quasi sempre quando il lavoro è buono percepisci che dietro c’è una donna. C’è quella delicatezza, quell’entrare dentro le cose. Secondo me si percepisce, se i risultati sono buoni, la vedi e la senti, la riconosci perché io so che cosa mi attraversa, quando scelgo tra le mie le fotografie.

Ma cos’è che crea una vera foto?

L’empatia. Certe volte anche la fortuna, ma la fortuna non arriva per caso. Io e Franco Zecchin (fotografo ed ex compagno della Battaglia) andavamo a fotografare insieme, ma i risultati erano diversi. Lui riusciva sempre a tirare fuori un po’ di ironia da ogni situazione, e io drammatica. La sua chiave forse era più giusta, ma la mia più diretta.

La foto dipende da chi fotografa. Ti faccio un esempio: se tu hai amato i pittori del ‘500, l’arte, è chiaro che ti porti dietro tutte queste cose mentre scegli una foto.

Quindi si capisce chi c’è dietro, anche una donna…

Le donne sono più emotive, materne, solidali.

Io non ho mai voluto fare foto di guerra. Si va lì perché era un buon luogo per farsi pubblicità, rischi, ma quando torni hai un racconto particolare del mondo, un racconto in cui puoi contribuire fino a un certo punto, io non sono mai andata, mi fa paura essere al centro di un odio. In una guerra, io mi metterei da una parte, magari con chi mi fa simpatia, ma comunque anche quelli sparerebbero ad altri esseri umani.

Ma tu sei stata in una guerra di mafia

Io sono stata col mio popolo però. Io non vado lì a difendere qualcuno, in quegli anni era me che difendevo, con i risultati che ho avuto. La fotografia non cambia il mondo.

Ma ha cambiato il tuo mondo

Ma non sono interessata al mio mondo, è troppo piccolo, man mano che progredivo i vantaggi erano di meno, e gli interessi erano sempre più staccati da me. Con Gli Invincibili mi sono chiesta: ma cos’è che mi ha sostenuto in questi anni?

Sono venuti fuori 12 personaggi, Pasolini, che io ho fotografato, Ezra Pound, che ho conosciuto a Venezia…, Letizia comincia a raccontarmi le sue emozioni, quelle che l’hanno portata a intessere il progetto, in cui poi, hanno fatto parte Joyce, Gabriele Basilico, Paolo Borsellino, Che Guevara, Giovanni Falcone, Sigmund Freud, Rosa Louise Parks, Luisa Senzani, Il Crocifisso di Santo Spirito, la Venere di Urbino. La mostra si intitola, appunto, Gli invincibili.

Alcune foto del progetto sono nel libro, che è un Diario un po’ anarchico, senza date, che si chiude con i ringraziamenti “Dedico con gratitudine questo libro alla mia famiglia che mi ha sostenuta e ricambia il mio amore”. Letizia è piena di gratitudine, lo dice più volte, è bello sentirlo ripetere da lei.

A fronte un autoscatto di Shoba, Letizia fra le sue figlie, gli occhi chiusi, l’abbraccio di un bacio.

Mentre sfogli il volume vedo le foto di nera che corredavano L’Ora, in una Letizia stringe la mano a Giovanni Falcone, in un’altra, si scorge lo sguardo struggente di Paolo Borsellino, alcune ritraggono stragi, e chiedo: ma tu quando entravi in queste situazioni, in queste stanze, come ti sentivi?

Mi tremavano le gambe.

Poi ci sono molto foto di ragazzine, per strada, che lavorano, per loro è stato bello il momento in cui venivano fotografate?

Penso di sì. Ci sono molte immagini di bambine, è come se io avessi bisogno di ritrarre i miei 10 anni, chissà perché sono così importanti per me i 10 anni.

Ma come funzionava?

Si fermavano e mi guardavano, qualche volte funzionava sì, è un attimo, sai.

Ma cosa consiglieresti a un giovane fotografo?

Bisogna insistere, non guadagnerai mai soldi, su centomila ne escono fuori due che riescono a campare, alla fine troverà se stesso nelle foto che fa, è un lavoro che dev’essere intrapreso, non viene dal caso, devi sapere cosa ti fa soffrire cosa ti fa gioire. Avere la coscienza di sé. Deve essere umile, subito non farà belle fotografie, deve studiare molto, sentire che quelle foto lo rappresentano, senza vanità.

Cosa ti fa soffrire e cosa gioire?

Mi fa soffrire l’indelicatezza, la mancanza d’amore, la rozzezza. Gioire non lo so… non sono vanitosa, accetto i premi, ma con umiltà.. ecco, le carezze. Quelle le vorrai sempre, le carezze. Anche a ottant’anni, le carezze sono la bellezza.

Fare la marmellata può sembrare desueto in tempi di hardiscount, con un euro e mezzo puoi avere della marmellata industriale, tappata sottovuoto in un barattolo di vetro, perfettamente sterilizzato e etichettato, con su scritto ingredienti e percentuale di zucchero e frutta. Eppure preparare e mettere a bollire la frutta è un gesto semplice e rivoluzionario (chiamarla resistenza al consumismo ci pare esagerato) di resistenza cultuale sicuramente, non solo ci ricorda il lavoro delle nostre madri e nonne e l’inossidabile tradizione delle conserve, ma mette in moto una serie di azioni: intanto smuove dal divano una domenica pomeriggio, utilizza la frutta che abbonda, rimette in piedi la relazione con i fornelli, con il bilancino da cucina per pesare gli ingredienti, stimola creatività.  Sì, perché cosa succede se alle arance aggiungo un po’ di zenzero? E se faccio lo stesso con una stecca di cannella?

Ma procediamo con ordine, la nostra marmellata nasce direttamente dall’agrumeto di casa ed è stata preparata in tandem una domenica pomeriggio in un cui non davano un film interessante in tv. Per questo è una marmellata rivoluzionaria. Anche perché è la prima del suo genere, per accostamenti di sapori e sperimentazioni e perché non ne avevamo mai fatta una del genere in vita nostra.

Il bello viene quando, nel caso specifico della marmellata di arance, si devono lavare per bene le arance con un po’ d’acqua e bicarbonato, pelarle e privarle dei filamenti e della parte bianca. Prima però, col pelapatate tirate via un po’ di buccia, solo la parte più esterna, quella che quando la tagli sprizza profumo, e mettetela a sbollentare 5 minuti.

Poi dentro la pentola si creano strati di zucchero, alternati a quelli di arance private dei semi, a cui aggiungere una grattugiata di radice di zenzero, una stecca di cannella prima di lasciare bollire e bollire. Noi abbiamo un po’ inventato, ma il web è pieno di ricette facili e totalmente inconsapevoli di quanto possa essere rivoluzionario profumare la casa, per oltre un’ora, di vapori odorosi di zucchero, agrumi e cannella. I barattoli, lavati e bolliti anche loro, poi li abbiamo lasciati a raffreddare sottosopra perché pare che così si crei il sottovuoto. La soddisfazione di aver curato la propria marmellata, passo dopo passo, è impagabile. Se non è rivoluzione questa, da spalmare sul pane.

Certi viaggi servono per recuperare una memoria perduta, per mettersi sui passi di storie a ritroso scritte e modificate, dilatate e distorte dal tempo o da voci anziane. Spesso si tratta di itinerari reali, avvolti da folate di vento caldo che trasportano omissioni, errori e imperizia.

Nel  territorio di quella che viene comunemente chiamata volgarmente la “provincia babba”, ovvero Messina, esistono ancora dei borghi abbandonati, i cosiddetti siti fantasma. Si tratta dei borghi Schisina – Borgo San Giovanni – Borgo Bucceri/Monastero – Borgo Pietra Pizzuta – Borgo Malfìtana – Borgo Piano Torre – Borgo Morfia, nei pressi di Francavilla di Sicilia, che dopo la Seconda Guerra Mondiale furono il frutto di un esproprio latifondistico voluto dall’ente per la riforma agricola in Sicilia. L’Eras, acquistando dalla Contessa Maria Maiorca Mortillaro il vasto terreno, affidò  a un’impresa edile messinese la costruzione di nuclei abitativi da assegnare alla classe contadina che ne aveva fatto richiesta. Ma i sette villaggi, sorti con le migliori intenzioni, risultarono sprovviste di luce e acqua. Le case facilmente preda di intemperie, piccole e anguste, e infine i terreni non adatti alle colture e idonei ai pascoli scoraggiarono i contadini al punto che soltanto pochi vi si insediarono e, nel corso del tempo, finirono per abbandonare i siti sui quali la Regione aveva pensato grandi progetti.

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Di questi luoghi reietti, non resta nulla, se non le costruzioni, zone pianeggianti su cieli aperti, che tanto incuriosirono nel 1960 il grande regista Michelangelo Antonioni, il quale proprio qui, a Borgo Schisina vi girò scene del film L’Avventura. Oggi utilizzato dall’associazione A.S.D Mountanbike Messina (https://www.facebook.com/ASD-Mountain-Bike-Messina-132640726786019/) come punto di ristoro della 200 km della Sella Madrazzi.

Proprio su questo itinerario naturalistico e storico, che è dunque recupero di identità passate, si muove l’associazione di bikers, che il 20 marzo prossimo, alle 8.30 di mattina, partirà  dalla piazzetta accanto Chiesa di Maria S.S.Assunta di Francavilla di Sicilia – nei pressi dell’incrocio per Castiglione di Sicilia con la SS.185, alla volta dei sette villaggi fantasma su un percorso di circa 40 Km. e 1000 metri di dislivello con colazione al sacco, buona scorta d’acqua fino al pomeriggio.

Il ricamo, è un’arte antica, il telaio, il rumore lieve delle mani abili e veloci che creano disegni destinati a rimanere nel tempo. Un’arte da donne, per le donne, per perpetrare l’affetto e il pensiero attraverso gli oggetti: un lenzuolo ricamato è un lenzuolo che ha una sua storia e un vissuto e racconta un universo di aspettative e desideri.

Il ricamo è uno strumento per custodire sogni e relazioni, segna le iniziali – su tovaglie, camicie, asciugamani –, rappresenta appartenenza e viene utilizzato per impreziosire e rendere unici i corredi delle ragazze che vanno in sposa e salutare l’arrivo dei piccoli della famiglia. Angiolina Anello cambia l’uso del ricamo e decide di trasporlo su oggetti di uso quotidiano contemporaneo. Tovagliette, pochette, custodie per iPhone, pc, tablet.

Questa è una storia che passa anche dall’uso intelligente dei social network, perché è per caso che Angiolina scopre la pagina Facebook di una ricamatrice giapponese: Yumiko Higuchi e comincia a ricamare da autodidatta riscoprendo un suo piccolo telaio che usava da bambina. Riprende a disegnare fiori “che è una cosa che faccio da sempre”, con una nuova finalità, un nuovo senso. A un certo punto la curiosità la spinge a chiedere alla zia Melinda, ricamatrice esperta, di aiutarla. Tutto torna, dal Giappone fino all’aria rassicurante dei gesti di casa. Non a caso il sottotitolo riassume le intenzioni Angiolina Home hand made.

È una serie di relazioni che si curano legati dal filo intrecciato del punto nodino, punto stemma, punto erba, punto stuoia. Cosa l’ha spinta? “Spesso creo le cose per me stessa. I pettinini per capelli con le pietre dure, ad esempio li cercavo, servivano, d’estate col caldo, era un buon espediente per avere un gioiello fresco che non appesantisse”, ma anzi, si rivelasse utile.

L’idea insomma, spiega Angiolina Anello, è “valorizzare quello che si ha tra le mani e inventarsi un lavoro”. Un lavoro certosino, lento, per avere un oggetto unico, curato e raffinato. “ In una settimana – mi racconta –  creo tre pochette”. Ricamando per diverse ore. Ogni decorazione d’altronde è un’avventura. La serie di disegni legati a Joey ad esempio, raccontano per immagini l’affetto per il gatto rosso di casa. La Sicilia, disegnata dal cartografo arabo-siculo Al-Idrisi diventerà il simbolo delle sue borse (un’idea di borsa intercambiabile, da costruire autonomamente  e vestire che piacerà moltissimo). Passato e presente, l’intreccio continua. Intanto le gratificazioni non sono mancate, “perché – conclude – il lavoro manuale salva la vita”.

Per contatti visitate la sua pagina FB: https://www.facebook.com/Angiolina-A-942622242426355/?pnref=story

Conoscete la tecnica dell’hyperlapse? Se già conoscevate il timelapse, vi sorprenderà con questo movimento di camera molto sincopato. Come già segnala Repubblica, nella pagine dedicate al capoluogo siciliano il giovane documentarista Jacopo Tofani della Black Tree Production, si è cimentato in questa tecnica, mettendo insieme ben 1000 foto su Palermo. Il risultato è Palermo in Hyperlapse un video in full HD composto da oltre mille foto, con movimenti di macchina, zoommate, scene come il passaggio di un banco di nubi, o di uno gnuri in carrozella, gente che sciama dentro la Cattedrale, sulle note struggenti del piano di Shane Walsh che suona Chimera.

 

Un fine settimana sul comprensorio delle Madonie, fra storia, tradizioni e un cammino con le ciaspole. Zaino in spalle e vento in faccia, occasione di incontrare la neve, avvistare qualche animale, vedere volare qualche maestoso rapace. Respirare natura a pieni polmoni e riempire gli occhi e l’anima di panorami pieni di luce.

Le ciaspole (chiamate anche racchette da neve) sono dei “zatteroni” che, attaccati sotto gli scarponi da montagna, permettono infatti come di galleggiare sulla neve fresca evitando di finirci dentro, mentre dall’altro grazie ai ramponcini metallici che si trovano nella suola fanno in modo che non si scivoli sulla neve quando questa è dura.
L’escursione di cui stiamo parlando è organizzata dall’associazione Kalura in collaborazione con Madonie Outdoor. Si snoda intorno alla stazione sciistica più amata dai palermitani, Piano Battaglia, un appuntamento invernale atteso, per concedersi sciate e slittate, e arriva fino al più lontano dei paesini della Madonie, Petralia Soprana.

Petralia è un gioiellino di vicoli e putie, con l’aria fresca e fine e un’accoglienza indimenticabile, farcita di cibi e sapori tipici del luogo.

Sabato 20 febbraio
– ore 6,30 partenza da Ragusa, appuntamento parcheggio Piazzale Zama. Per chi e di Catania o Siracusa, appuntamento “bivio” Madonnuzza. innesto SS 290 con SS 120 alle ore 9:30. Per raggiungere Madonnuzza percorrere l’ autostrada A19,(Catania /Palermo) direzione PA, uscire allo svincolo Irosa, tra gli svincoli di Resuttano e Tremonzelli, che collega i paesi Bompietro, Locati, Blufi, e le Petralie. Direzione Petralie, superare centro abitato di Blufi e dopo 6 km si giunge a Madonnuzza, sotto Petralia Soprana.
– ore 10.00 arrivo a Petralia Soprana e incontro con l’Ass. Madonie
Outdoor;
– ore 10:30 partenza per la ciaspolata
– Pranzo a Sacco
– ore 17:30 rientro in struttura Hotel Residenza Petra (Petralia Soprana), sistemazione in camera (doppia, tripla, quadrupla).
– ore 20.00 cena
Domenica 21 febbraio
– ore 8.45 partenza con i mezzi propri per raggiungere Piano Battaglia ….
– ore 9.30 arrivo all’attacco del sentiero
– ore 9.45 inizio ciaspolata
-Pranzo a Sacco
– ore 15.30 fine escursione e rientro in struttura.
-ore 17,00 rientro a casa

Si raccomanda un equipaggiamento adatto a un’escursione sulla neve e cioè scarpe da trekking a collo alto, zaino piccolo (capacità massima consigliata 30 lt), abbigliamento caldo e impermeabile, ghette, giacca a vento, bastoncini, guanti, berretto di lana o fascia collo, occhiali da sole o occhialoni, acqua, medicine e accessori personali.
Importante: Chi porta l’auto deve essere fornito di catene da neve a bordo o pneumatici invernali.

N.B. In assenza di neve, si farà l’escursione senza ciaspole. Il programma può subire variazioni a causa del meteo e imprevisti vari non imputabili all’organizzazione.

Quota di partecipazione € 90,00

La quota comprende:
– servizio guida escursionistica e logistica
– assicurazione
– Pernotto in mezza pensione (cena del sabato e colazione della domenica)

La quota non comprende:

– Trasporto e carburante
– Il pranzo al sacco del sabato e della domenica
– Eventuali visite a musei
– Affitto ciaspole (€ 10,00 al giorno)

Prenotazioni:
segreteria Kalura 327.0069217 – mailto:info@kalura.org
Informazioni:
Maurizio Roccuzzo 335.1790462

Credo sia sufficiente sapere che il blog britannico Purple Travel considera il Farm Cultural Park di Favara niente meno che il sesto posto al mondo da visitare assolutamente dopo Firenze, Bilbao, le Isole della Grecia e New York, per avere la percezione di cosa sia e che cosa rappresenti realmente questo singolare esempio di “comunità”. Già perché a pensarci un attimo e dando un’occhiata alle foto scattate al Farm Cultural Park, a questa kasbah contemporanea, dove la cultura architettonica, i laboratori di idee e la sperimentazione sono i motori primi di un grande progetto in espansione, si ha come la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una esperienza aliena. A un insediamento paracadutato da chissà dove nel pieno centro di una provincia dell’agrigentino che non è neppure annoverata tra le rotte del turismo più convenzionale.

Eppure, a crearne quasi un fenomeno, o per meglio dire, un “caso”, che ha attirato l’attenzione di giornalisti, artisti e operatori culturali (nel 2011 il Farm Cultural Park ha vinto il Premio Cultura di Gestione di Federculture) ci hanno pensato due “menti in carne ed ossa”: il notaio Andrea Bartoli e la moglie, avvocato, Florinda Saieva. I mentori, gli ideatori ed esecutori materiali di una vera e propria rinascita culturale. Di un grande laboratorio a cielo aperto, dove convivono in perfetta armonia le linee e i colori di un museo d’arte contemporanea insieme a un complesso residenziale per artisti, designer, curatori e architetti e dove, tra i sette cortili, ci trovi gli spazi per convegni, feste, laboratori educativi e un modernissimo spazio dove condividere buon cibo in un’atmosfera rilassata e multiculturale.

Il Farm Cultural Park è un originale luogo per la mente, dove si respira aria buona, in cui gli uomini si incontrano felicemente per creare un mondo migliore, diverso, innovativo, accogliente e sostenibile. Un mondo dove l’Arte, la creatività, la cooperazione e soprattutto lo star bene sono gli imperativi categorici. Dove si progetta, oltre gli spazi, anche un nuovo modo di pensare.

Un luogo che ti fa stare bene, recita la home page del sito del Cultural Park, un crocevia di idee, espressioni e progetti che qui trovano un porto sicuro, terreno fertile grazie alla circolarità di rapporti e relazioni con il mondo della cultura e delle start-up. E che Andrea Bartoli insieme alla moglie intesse mirabilmente. A lui abbiamo chiesto di raccontarcene la storia.

Ci racconti come è nato il progetto per il Favara Cultural Park?

Quando con Flò siamo diventati genitori ci siamo chiesti come tutte le coppie del mondo dove volevamo costruire il nostro progetto di vita familiare. Abbiamo deciso di restare in Sicilia, senza lamentarci e senza piangerci addosso e soprattutto senza aspettare che qualcuno ci cambiasse la vita, ma facendo tutto quello che era nelle nostre possibilità per migliorare il nostro territorio.

In che modo Favara ti ha dato l’ispirazione?

Mi capita di dire spesso anche quando parlo a ragazzi giovani; le possibilità più grandi sono sotto il nostro naso, nei posti apparentemente più sfigati, bisogna solo saperle coglierle. Favara ci ha consentito di fare un progetto molto più grande di noi che non avremmo mai potuto iniziare in nessuna altra parte del mondo.

Qual è stato e qual è il rapporto con la cittadinanza?

I giovani che hanno studiato fuori e tutte le persone che hanno avuto modo di viaggiare sono fieri del lavoro che stiamo facendo. Viceversa persone più statiche e adulte fanno fatica a capire cosa stiamo facendo e sopratutto il perché. È chiaro che non abbiamo un ritorno economico e questo è per loro assolutamente inspiegabile. Però bisogna essere indulgenti; come possiamo pretendere che chi non ha mai viaggiato, mai letto un libro o visitato un museo possa capire quello che stiamo facendo?

Favara Cultural Park è un bellissimo esempio di kasbah interculturale ed ecosostenibile, quali sono gli altri ingredienti salienti?

Tanti. L’essere un progetto unico dove la cultura diventa uno strumento nobile per rigenerare un centro storico abbandonato. Ma anche la continuità e la capacità di costruire una comunità.

Le distanze vengono spesso vissute come mancanze, che tipo di rapporti intessete con designer, artisti, intellettuali musicisti, scrittori e come arrivano fino da voi?

I quattro valori principali della ricerca Farm sono l’Ironia, la Denuncia, il Capovolgimento della Realtà e la Provocazione. Ai Sette Cortili, presso Farm Cultural Park, stiamo privilegiando le opere a prescindere dalla notorietà degli artisti stessi. Se un lavoro è straordinario, rimane tale anche se fatto da un giovane artista non affermato nella scena nazionale. Ci piace sopratutto ospitare opere installative esterne di grande impatto emozionale. Stiamo producendo cultura non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli abitanti del luogo e la gente comune. I creativi ci inviano dei proposal e noi selezioniamo quelli che risultano più coerenti con il nostro linguaggio e i nostri obiettivi. Siamo profondamente interessati ai progetti relazionali, che creano connessioni tra l’artista in residenza e le persone del nostro territorio. Credo che la sfida ormai improcrastinabile per tutti gli operatori dell’Arte sia quella di misurarsi con nuovi pubblici. Ci piace ospitare artisti i cui linguaggi siano immediati e di facile comprensione e ai curatori eruditi preferiamo le interpretazioni autentiche degli artisti che attraverso delle mini-interviste, inserite nel nostro sito, nella pagina istituzionale di Facebook e sul nostro canale You tube, spiegano il loro lavoro al pubblico in modo semplice, autentico e diretto.

Quattro anni di attività culturali carichi di successo e soddisfazioni. Cosa riserva il futuro?

Speriamo tante cose belle. Stiamo lavorando a un progetto, anche questa volta, più grande di noi, un Children’s Museum, una struttura dove i bambini potranno giocare e divertirsi imparando ma anche sognare e acquisire consapevolezza globale.

Di pasta con le sarde ne ho assaggiati diversi piatti nella vita, fuori dal suo entourage di appartenenza, ovvero l’Isola sicula. Pure a Roma e una volta persino, e dico persino, a Milano.

Gli ingredienti quelli sono, se trovi un pusher che ti fa avere del finocchietto selvatico sei salvo, puoi farcela, dico a voi, nordici, pure se non siete siciliani, avrete un mercato del pesce, una rivendita di pesce, da qualche parte in città, potete farcela, non disperate.

Ma c’è una pasta con le sarde che non ha eguali al mondo ed è quella che cucina mia madre. Voi direte, ha un ingrediente segreto? E io dico no, non ce l’ha. Allora, dicci: è particolarmente accurata e lenta nella preparazione? E io dico no, è una scheggia, si muove fra i fornelli alla velocità della luce, ha sempre mille faccende da spicciare, e allora a questo punto indagherete: sussurra forse mantra amorevoli mentre amalgama gli ingredienti? No, si lamenta semmai e parla al cellulare.

Allora, come mai la pasta con le sarde di mamma gambina è così favolosa? Perché lei, si alza una mattina e dal nulla, come se fosse un ordine calato dalle alte sfere, compone il suo pensiero: domenica faccio la pasta con le sarde. Poi si attacca al cellulare, e numero dopo numero, chiama tutti i figli annunciando la lieta novella: domenica cucino la pasta con le sarde. L’annuncio è serio, dichiarato con voce grave e pacata. Dopodiché comincia ad allertare mio padre, dicendo “domenica vengono i tuoi figli e gli dobbiamo fare trovare la pasta con le sarde” Lei dice proprio così: trovare, come se si trattasse di un tesoro da scovare dentro una caverna.

Mio padre, in evidente stato di emergenza, una mattina si alzerà prestissimo e andrà al mercato del Capo e sceglierà dallo stesso banco, quello che conosce da 20 anni, le sarde fresche per la sua prole.

Mia madre, prima di cucinarle, le spinerà lungamente; sa che io le spine del pesce le detesto e mentre lo fa ripeterà: “Daniela non le sopporta le spine”, come a darsi coraggio e arrivare in fondo, fino all’ultima spina.

Poi io mi siederò e la mangerò distratta, quella pasta, e guarderò la tv e litigherò con mia sorella o mi lamenterò del lavoro e magari dimenticherò di chiedere il bis. Lei forse ci resterà male, o forse no.

Me ne andrò sapendo che lei mi richiamerà, fra una settimana o due. E io avrò la pasta. Quella pasta. Preannunciata dalla stessa chiamata.

Ecco perché, ora e per sempre, la pasta con le sarde di mia madre è e sarà la più buona del mondo.