Thursday, July 18, 2019
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Crochet Itinerante terza edizione è arrivato ad Arezzo. ‘Un tetto di stelle’, è partito da Palermo con l’intenzione di unire attraverso filo e uncinetto, tutte le artiste appassionate di questo hobby. Obiettivo finale è quello di creare un museo del Crochet in Italia, magari proprio a Palermo.

E si diceva, La trama di lana, che spazia dal blu cobalto al celeste e presenta svariati punti luce, è partita dal capoluogo siciliano, ha fatto sosta a Foggia dove ‘Peonia Laboratoriomagico ha dato il suo contributo; poi la staffetta è passata alla città di Arezzo, attualmente un’artista locale sta lavorando al progetto. Ovviamente si sa, le cose belle con il passaparola sui social destano curiosità, e così la prossima tappa dovrebbe essere Chieti. Stavolta a partecipare saranno un gruppo di donne, quindi ‘Un tetto di stelle’ dovrebbe diventare un maxi lavoro. Fili di morbida lana blu elettrico che incontrano strass e filati color argento, una distesa di cielo da poter toccare e soprattutto capace di mettere in contatto varie parti del mondo.

Nella prima edizione, madrina del progetto è stata la scienziata Daina Taimina, (ne avevamo già parlato qui) inventrice dell’uncinetto iperbolico, che ha donato alla città di Palermo una delle sue mitiche iperboli; mentre nella seconda edizione un mega serpente iperbolico, ha toccato una quindicina di città italiane ed è alla fine giunto a New York nel salotto della stessa Taimina. Cosa succederà stavolta?

Una cosa è certa: il museo del ‘crochet’ è itinerante, e aspetta impaziente di ottenere una sua sede fissa.

https://www.facebook.com/pages/Crochet-Itinerante/260850920601767?fref=ts

Amatissima Frida Kahlo, una donna che ha portato il corpo e l’anima nella sua arte, senza pudore, senza paure, che sembrava dire “io sono così”, la sua onestà intellettuale, la purezza del suo dono, è stata apprezzato, desiderato, una vera icona, un vero esempio. Non perdetevela, nel suo sguardo luminoso, innamorato della vita e i suoi lunghi capelli acconciati alla messicana. Il suo amore con il pittore Diego Rivera, segna la capacità di unire il desiderio e la passione con il sodalizio professionale e umano. La stessa Frida diceva: “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego [Rivera]”.

frida2

Dal 20 febbraio, in quel di Agrigento, dalle 19, eccola, in immagini, la nostra Frida, protagonista dell mostra fotografica di Leo Matiz dal titolo “La Passione di Frida” (fino al 20 marzo).

La mostra di Leo Matiz è anche occasione per conoscere un nuovo spazio, sarà infatti allestita alla Fam Gallery, ospitata in un’antica ex farmacia, a pochi passi dalle Fabbriche Chiaramontane, nel centro di Agrigento

Ci vuole una fervida fantasia per partorire progetti di lavoro brillanti e per di più vincenti. Specie in questi tempi bui e senza speranza. Però è successo a tre ragazzi siciliani che circa una decina di anni fa, nonostante il parere contrario dei familiari, hanno deciso di scommettere su un’idea inusuale e apparentemente impopolare. Il progetto geniale saltato in mente a Davide MerlinoGiuseppe e Michele Sansone, aveva come oggetto del desiderio le lumache. Lumache da allevamento.

Balzana come idea. Direbbe chiunque. Infatti lo era, se non altro per la assoluta mancanza di competenza, per la giovane età, a fronte di un piccolo gruzzolo da investire e per di più in assenza di una legislazione in materia. Considerevoli ostacoli e obiettive difficoltà, che tuttavia non hanno impedito la realizzazione di un sogno glorioso.

lumaca

I tre ragazzi, oggi, trentenni, aiutati da professionisti dell’elicicoltura (allevamento di lumache), a distanza di un decennio, si ritrovano a  gestire un progetto di successo, con un marchio conosciuto e riconosciuto a livello nazionale in campo zootecnico e agroalimentare, che già due anni fa gli è valso pure il Premio Green 2013La Lumaca Madonita, ovvero escargot made in Sicily, è una fiorentissima azienda di elicicoltura tra le più prestigiose del territorio italiano, che ha radici a Campofelice di Roccella e che produce e alleva lumache per destinarle alla vendita, al consumo alimentare, e, infine, anche alla cosmesi. Nutrite con il Nutrihelix, un mangime assolutamente naturale, le lumache, allevate secondo il Metodo madonita, sono una prelibatezza imperdibile per appassionati dal palato stravagante.

Forti ormai di una esperienza maturata sul campo, adesso i tre fautori del progetto di elicicoltura madonita, offrono la loro compiuta competenza a chi vuole realizzare e progettare allevamenti simili. Proprio a tal fine, l’azienda La Lumaca madonita ha già da tempo intrapreso la strada dei corsi di formazione di elicicoltura madonita, con dimostrazioni pratiche in azienda, proprio a Campofelice di Roccella, per imparare le nozioni fondamentali relative alla istallazione e gestione degli impianti, alla raccolta e alla conservazione delle lumache, e infine alla legislazione e strategie di mercato. Il corso prevede il rilascio di un attestato di partecipazione, il dvd sul Metodo madonita e il pranzo a base di lumache. Chi fosse interessato a diventare esperto nel settore, può farsi un’idea e richiedere informazioni ai responsabili visitando il sito www.lalumacamadonita.it

 

Una terra di ulivi secolari e rocce, un massiccio calcareo emerso due milioni di anni fa dal fondo del Mar Mediterraneo. Ecco un cammino all’insegna dell’avventura, della storia e dell’arte, quello in questo territorio ricco di cave, anfratti e veri e propri canyon siciliani. Questo cammino di pura gioia, in una zona vocata all’Olio di Oliva (oro verde di questo comprensorio) e alla tradizione,  dura un’intera settimana, dal 24 al 31 marzo, e attraversa i Monti Iblei, area della Sicilia assolata, scenografica e meno battuta dal turismo di massa.

Monti_Iblei2

 

Il percorso, nel pieno della fioritura di primavera, parte dallo splendido centro storico settecentesco di Ragusa Ibla – un trionfo di Barocco rinascimentale, un susseguirsi di chiese, portali, palazzi, scalinate e portoni che rapiscono lo sguardo –  e si snoda negli spettacolari e caratteristici valloni rocciosi che incidono il volto della zona (le cave), vere e proprie nicchie naturalistiche circondate da pareti a strapiombo; è un itinerario di grande suggestione, che permette di scoprire le tracce splendidamente conservate di una storia millenaria grazie a necropoli e catacombe uniche al mondo ( nella zona i resti di grandi cimiteri ipogeici della provincia, risalenti al periodo bizantino, scavate nella roccia ben tremila tombe) e di ammirare sia i resti dei vecchi mulini che la sontuosa arte barocca della Val di Noto – un gioco di forme, concave e convesse, che rende unica la zona, uno stile inconfondibile che si può ammirare nei principali monumenti delle 8 città iscritte nel patrimonio Unesco, e nell’opulenza delle forme ardite segnò la rinascita dopo un terremoto devastante -, per finire sulle spiagge ancora selvagge della Riserva naturale di Vendicari  e nel villaggio di pescatori di Marzamemi, un piccolo borgo, un gioiello di cura, un mix di tradizioni e artigianato, dalla particolare esposizione, addirittura 50 km più a sud di Tunisi.

Per info www.cammini.eu

Nel suo studio, a cui accedo accumulando tre minuti di ritardo, dopo vari attraversamenti che comprendono: mezza Milano, svariate strade, fermate metro e in ultimo una portineria – “ah certo, lo studio di Scianna” – , ci sono foto che metterebbero in soggezione chiunque, figuratevi una picciotta sicula in avanscoperta che fa un mestiere come il mio: ritraggono un Leonardo Sciascia sornione, uno sguardo che non si è sollevato da faldoni, o documenti, non è affaticato da letture o contrito, è uno sguardo complice e rilassato, “non ho mai sentito Sciascia dirmi ‘come sono venuto male in quella foto’, non si preoccupava di venir bene”, mi racconterà dopo poco Scianna. Da una cassetta con la scritta arance principessa, si affacciano, impilati, fogli e documenti. “È una cosa volontaria, questo rimando agli agrumi siciliani?” Chiedo. Lui, Ferdinando Scianna, ha firmato una delle mostre che più mi ha colpito “Quelli di Bagheria”.

“No no, mi serviva sta cassetta per fare ordine – mi dice – Devo averla sottratta a un fruttivendolo”.

Trabocco una certa frenetica e intenzionale diligenza in quest’intervista, a cui mi sono presentata in lieve ritardo, a cui Scianna Ferdinando, originario di Bagheria in provincia di Palermo, fotografo internazionale, si sottopone cortese, si mette comodo, prepara la pipa, la fuma, il suo sguardo azzurro è tranquillo.

Ma quando penso di cominciare e inserisco la mia faccia e la mia postura più professionale, accendo il registratore, Ferdinando Scianna che fa? Si intimidisce.

“Tutto mi intimidisce. L’ho detto innumerevoli volte. Intanto, essendo diventato vecchio anch’io, ti ritrovi, per tutte le vicende della vita e per i giochi di incastro del caso ad aver avuto fortuna, a sentirti chiamare maestro. Ma quando succede io mi giro sempre dall’altra parte, dubito che sia rivolto a me, diciamo che mi sento più un allievo professionista. Mi irritano, io mi sento un granello di sabbia in una storia lunghissima, è che tutti cerchiamo di imitare i maestri, cambiando qualcosina, mettendoci una musichina diversa sotto. È chiaro anche il contrario, che molti maestri m’intimidiscono”.

Ho notato che alla presentazione (del libro Autoritratto di un fotografo uscito per Bruno Mondadori, che si è tenuta a Bagheria il 13 dicembre 2011 N.d.A.) c’era sua madre, ha detto qualcosa, commentato?

Mia madre non ha commentato per niente, a dire la verità, a parte che è piuttosto sorda, possono averla interessata due cose: che il suo bambino fosse lì al centro dell’attenzione, e le cose di carattere personale, autobiografico. Il libro che ho scritto è dedicato a lei, il libro Quelli di Bagheria è dedicato a lei, è lei che mi ha più capito, apprezzato. Una cosa bella che mi ha detto mia madre, e mi riconosco, è che io dico sempre le cose come sono successe, non le trasformo, non le infioro, io non ho fantasia, come diceva Sciascia, metto insieme le cose.

Nel libro si parla di più di suo padre, il conflitto con lui sembra fondamentale nella decisione di andarsene.

Sì, lo scontro era con mio padre, forse esisteva anche con le madri, ma le madri mediavano, erano vittime della storia quanto noi figli. Certo che la mia non fosse contenta, e avrebbe voluto che rimanessi, come tutte le madri, era chiaro, ma credo che il mio trasferimento sia stato un sollievo per tutti, soprattutto per mio padre, perché lui subiva il conflitto, che non era solo il conflitto tra noi due: a lui arrivavano i conflitti tra me e la società, il paese, lui pure era un vittima del contesto, era chiuso nelle sue logiche, aveva un suo sistema di difese, di valori, era un uomo molto pauroso, inquieto, lo avevano forgiato varie catastrofi, che riguardavano le vicende familiari

Veniva da una storia romanzesca. Il mio bisnonno Giacinto, intelligentissimo, che portava i baffi, favoriti (io ho fotografato la sua foto d’epoca, pensi che dopo i lavori in casa la volevano buttare, io per fortuna l’avevo fotografata), da famiglia miserabile, venne raccomandato da un prete a un ricco signore di Bagheria (non abbiamo mai capito chi diavolo fosse) che lo adottò e lo fece studiare a Palermo. Questo a quanto pare era abbastanza fuori dall’ordinario, e quindi si laureò ed esercitò le due professioni di medico e avvocato, però si era inserito in un contesto politico che era quello borbonico e quando arrivò Garibaldi fu la sua rovina, tant’è che fu costretto a tornare a fare il vignaiuolo a Bagheria. Anche mio nonno faceva il vignaiuolo, mi ricordo le botti… Poi ci fu il disastro del batterio, e le vigne furono distrutte in tutta Europa.

Ci fu una catastrofe economica, politica, agricola, che terminò solo quando piantarono la vite americana. Mio nonno era socio di una piccola banca agricola e fallì pure quella. I debiti che si accumularono da queste condizioni sfavorevoli arrivarono a mio padre. Che non aveva alcun talento scolastico, a quattordici anni andò a lavorare come commesso. Io sono figlio di un limoneto, un piccolo appezzamento dove crescevano gli agrumi, così ho potuto studiare, grazie ai nostri limoni. Mio padre aveva progetti ben diversi su di me. Lui aveva molta paura, aspettava sempre un’altra catastrofe. Aveva questa frase terrificante, tu potevi dirgli qualsiasi cosa tipo “Shakespeare ha scritto Re Lear” a cui rispondeva puntualmente: “ma tanto anche lui deve morire”. Una visione nichilista come poche ne ho viste. I suoi sforzi erano dedicati a creare sistemi di sicurezza. Poco prima di morire mi disse: “ma in fondo tu hai fatto la tua vita, tua sorella si è sposata. Non ho problemi, eppure sogno spesso che mi manca il pane”. Lui si sposò dopo la morte di sua madre, che morì presto, nonostante fosse infinitamente più giovane del padre (che si era sposato a 50 anni) e c’era quest’altra cosa terrificante, psicoanaliticamente devastante: lui era il terzo figlio avuto da mia nonna, e i primi due erano morti e nonostante lui si chiamasse Baldassare tutti lo chiamavano Gigi, proprio come il primo bambino deceduto, quindi portava il nome di un morto. Si sposò per autodifesa, i figli erano per lui fonte di inquietudine. Quando venne fuori che io a scuola me la cavavo lui si sollevò moltissimo, “non avrà il destino che ho avuto io”, pensò, ma durò poco, perché poi ho voluto fare il fotografo, altra catastrofe… Il conflitto cominciò soprattutto con la politica, lui era un conservatore. Io non sono mai stato comunista, questo volevo metterlo nel mio biglietto da visita. Sono stato socialista estremista, tra i fondatori del PSI a Bagheria.

Quanto c’entra la creatività nella fotografia?

Sulle fotografie l’idea di creatività porta di solito a delle qualsiasità… (dice proprio così e conia un nuovo termine) Sciascia diceva: “ci sono gli scrittori di cose e gli scrittori di parole, io sono uno scrittore di cose”. Ecco, il mio latticello (dice proprio latticello, è probabilmente fa un riferimento a quel che resta attorno a un agglomerato di idee, come il coagulo del latte, dopo averne estratto il burro e la panna) viene da lì, dalla letteratura. Mi interessa quello che devo dire, non la forma, poi uno, la forma, se la trova.

La foto è legata a questo strumento della modernità, la macchina fotografia, e contiene un’ansia che è propria del documento, negarlo è tagliargli le palle, guardare una foto come un quadro è un errore: allora fai quadri. I quadri esistevano prima della fotografia, e continueranno ad esistere anche dopo la morte della fotografia. Si può disegnare a memoria, ma non fotografare a memoria. La foto di una mela non ha lo stesso statuto del disegno di una mela. Noi portiamo appresso una foto del fidanzato, non un disegno del fidanzato. Perché è una traccia, e questo è decisivo.

A me della fotografia non è mai importato niente, per me la fotografia è stata, primo, uno strumento di fuga, secondo: uno strumento per dire le cose.

Fossi stato più bravo avrei scritto, ora scrivo perché cammino poco. Quello che conta è avere delle cose da dire, poi uno lo strumento se lo trova. Poi, una volta che hai scelto lo strumento, hai il dovere di usarlo bene.

Doveri? Quali sono i doveri di un fotografo?

Sui doveri io sono diventato con la vecchiaia sempre più perplesso. L’unico dovere dell’essere umano è essere il meno infelice possibile. Non dico felice, il meno infelice possibile. E siccome fra le posizioni meno infelici c’è quella di una dimensione di carattere etico, direi: dovere di non mentire, prevaricare, essere dalla parte di chi subisce. Ti fanno campare meno peggio con te stesso.

Qualche tempo fa su Facebook, circolava la foto di un fotoreporter che aveva ritratto una strage al mercato, c’erano commenti tipo: come mai si è messo a fotografare in un momento simile?

Dopo 45 anni di fotografia ho scritto un libro su etica e fotografia, non essendoci più né etica né fotografia. Un chirurgo al pronto soccorso se ti arriva uno che rischia di morire, mica si mette a dire povero ragazzo giovane, vedi cosa gli è successo, quello muore. Lo stesso per un fotografo. Se le fa con quella compassione, non scatta delle buone foto.

Non tutte le foto si possono fare. Non tutte quelle che si scattano si possono mostrare. Dipende dal contesto.

All’inizio, quando cominciarono a circolare le le notizie, della guerra in Jugoslavia, la stampa mostrò la foto di un soldato che reggeva una testa mozzata. Allora succede questo: in questo momento, mentre accade, è giusto, cazzo, sta succedendo qua dietro, dietro la porta, con questo tipo di ferocia, domani non sarà giusto, ma morboso, lo stesso motivo per cui ci si ferma a guardare quando c’è un incidente.

La foto denuncia a volte aiuta a creare un alibi collettivo. Succede in certe situazioni, per esempio quando vedi queste campagne di raccolta fondi, che usano la foto di un bambino del terzo mondo con la lacrima e mandi un sms con due euro per lavarti la coscienza.

Non sarebbe stato male, se un italiano avesse parlato della colonizzazione della Libia, nessun regista italiano ha girato un film degli italiani in Libia, abbiamo combinato le stesse cose degli altri, ho conosciuto un uomo a Racalmuto, era stato un colonnello in Etiopia ed è uscito pazzo, aveva ucciso un sacco di persone col lanciafiamme, nell’attentato a Diaz.

Penso che la coscienza sia un fatto storico, anche quello. Storicamente e anche geneticamente, tu lo sai quello che è giusto e quello che non è giusto. Il famoso discorso di Eichmann, che si giustifica: io ricevevo degli ordini, passavo le carte (nel processo di Norimberga, il funzionario tedesco Otto Adolf Eichmann continuò a ripetere: io eseguivo solo degli ordini) ma insomma, era quello che decideva come ammazzare le persone. C’è sempre la tua responsabilità. Sempre ne paghi un prezzo. Pensi invece che uno come Primo Levi considerò una colpa il suo essere sopravvissuto ai campi di concentramento, se lo portò fino al suicidio, “perché io?, ho fatto qualcosa di indegno? E gli altri, che hanno fatto per meritare di morire?”.

bagheria_foto_ferdinando_scianna

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Cosa vale la pena fotografare?

Sempre un’infinità, tutto. Sentimenti di bellezza, di indignazione, o semplicemente il racconto, la partecipazione. Non è che si fotografa o si scrive sempre e comunque quello di cui si dovrebbe scrivere, tu scrivi anche quello che una società ti porta a scrivere o fotografare. Nella fotografia noi viviamo in un momento storico particolare, della comunicazione globale, di massa, nella quale la sovrapposizione fra l’immagine e la cosa è fortissima, anzi pende dalla parte dell’immagine.

Io cito la frase di McLuhan di 40 anni fa, della mamma che riceve un complimento sul suo piccolo, “ma che bel bambino”, e lei risponde: “non l’ha visto in fotografia”, cioè il bambino è bello in quanto può produrre un’immagine. Noi viviamo in questo contesto, insito in tutti i linguaggi, che sono sempre ambigui, in quello dell’immagine in particolare. Si può mentire meglio con una foto. Se pubblichi due righe con una foto, che è una specie di prova, gli dai il prestigio del documento, Solo che la foto può essere mistificata, può non essere la verità. Oggi alla gente non interessa più com’è il mondo, la fotografia è nata come esigenza, come ponte fra noi e la realtà, in un certo senso la sua morte nasce da un eccesso di successo. Le immagini sono un’onda, un oceano. Persino una cosa fondamentale della foto come un album di famiglia se arriva su Facebook non è più privata. Allora lì è fondamentale che tu costruisca il romanzo della tua famiglia come vorresti che fosse, non com’è. La gente vuole la storia di quello che vorrebbe essere, non di quello che è.

L’evoluzione della fotografia del matrimonio: un rito al quale, la gente, continua comunque a credere. Però è diventato la costruzione di un immaginario, di una novella. Anche il più povero si veste in un certo modo, quella che consegna al documento fotografico è una condizione socio culturale che non è la sua.

Non ci sono fenomeni italiani molto specifici, ma quello della fotografia del matrimonio ci si avvicina, vai a sposarti con l’auto in affitto, di solito la Rolls Royce che è un mito, in quel momento diventi uno che viaggia in Rolls Royce, e la sposa è sempre vestita come una principessa.

Io la conosco nel 2003, per la proiezione a piazza Matrice, di Quelli di Bagheria, vedo la mostra, e mi rivedo, anche se non sono di Bagheria.

Per me quel libro è di un’estrema importanza, le dico perché l’ho fatto. Sciascia aveva fatto Occhio di capra, un lavoro per recuperare i modi di dire di Racalmuto, e diceva “ciascuno di noi lo dovrebbe fare per il proprio paese”. Una presa di istantanee coscienziali, o se vuole, una presa di coscienza collettiva. Ci sono modi di dire che riguardano tutti i siciliani e modi di dire che riguardano la biografia del paese, pensava questa cosa qui, io non potevo riproporre quello che aveva fatto lui, ma potevo farlo con la fotografia. Era anche una maniera di presentare quello che io dico da anni sulla fotografia, mostrare in un libro che per me la fotografia è racconto, visto attraverso il prisma del tuo essere. Con la fotografia non puoi fare un discorso fantastico ma documentario. Ho cominciato a lavorare con l’ambizione di riuscire a raccontare i fatti miei, la mia adolescenza, la mia infanzia, sperando che funzionasse come un racconto collettivo. E questo ha funzionato. A Lugano una persona mi ha detto: mi ha fatto piangere, mi ha ricordato la mia infanzia, tutti diventiamo di Bagheria, come tutti diventiamo di Macondo quando leggiamo Cent’anni di solitudine. Il film nasce da quello, è un autoritratto che racconta me in funzione di quello che ho combinato come fotografo. Ho fatto un libro, ma un libro ha un certo tipo di destinazione sociologica. Una mostra è un rito anche di carattere mondano, che implica una sua architettura, uno spazio che attraversi. Io volevo fare incontrare quelli di Bagheria con quelli di Bagheria, il sistema era il film, che è molto più imperativo, perché non ti dà il tempo di lettura, con il ricatto della musica, un contributo emotivo, c’è il pathos della parola, è quello ha funzionato da Dio, c’erano tremila persone molti dei quali erano commossissimi, succedeva che persone della mia età si rivedevano che saltavano mentre avevano il nipotino in braccio. L’unico progetto a carattere di megalomania che ho fatto.

Ma secondo lei perché si fa una cosa del genere?

Si fa una cosa del genere, perché quando sono andato con Tornatore a Tunisi, abbiamo fatto un libro di dialogo fra me e lui (Baaria Bagheria. Dialogo sulla memoria, il cinema, la fotografia. Contrasto ed. N.d.A.) il mio libro precede di sette anni il suo film ma in un certo senso la missione era la stessa. Gli ho chiesto come mai così presto? “Non me lo dire” mi ha risposto, “lo avrei voluto girare tra dieci anni, ma sono contento di averlo fatto, mi c’è voluta un’energia tale, che dopo mi sarebbero mancate le forze”.

“Come mai così presto” anagraficamente?

Sì, perché penso che sia una di quelle cose che uno fa a un certo punto della sua vita, per tirare un po’ le fila.

Non tira soltanto le fila sulla sua vita, ma capisce, attraverso questo processo, a cosa era destinato il suo mestiere.

Io per raccontarmi ho creato una forma di letteratura nuova, in cui foto e testo creano un nuovo linguaggio, una trappola narrativa per cui tu non puoi vedere le foto prescindendo da quello che leggi, ma intanto non puoi più leggere senza essere suggestionato dalla foto. Lì il problema non era fare un libro con le migliori cinquanta foto su Bagheria. Un po’ come quando uno scrive, non è che analizza frase per frase.

Sì, insisto, ma perché si fa veramente a livello umano? È come rientrare nell’anima del proprio paese natale, restituire un pezzetto di vita, un’istantanea – ai protagonisti – di quello che sono stati. Cosa implica, anche a livello di manipolazione, in senso buono, delle emozioni?

Ci ho lavorato due anni. In ogni caso ogni tipo di gesto costruttivo, non dico creativo, implica una riflessione sui modi, un problema di lingua. Ho messo come esergo, ricordare è lo stesso di immaginare. Secondo gli studi di molti neuroscienziati, è nelle stesse zone del cervello che si muovono i meccanismi di memorie, ritrovamenti e immaginazione. La memoria è ritrovamento, ma non di qualcosa che è lì, qualcosa che ricostruisci. Quando ricordi ricostruisci, e nel farlo crei una fiction vera, è tanto più è vera, più funziona, questa è la forza della letteratura.

Uno lo fa, questa la risposta alla sua domanda, perché ogni gesto di carattere narrativo come finalità abbia questa motivazione: raccontare il mondo. Ma non si può farlo, raccontare il mondo, senza raccontare se stessi. Anche quando ho fotografato in luoghi lontanissimi dalla Sicilia, tu non vedi altro che l’immaginario che ti sei creato da ragazzino. Poi lì la materia è proprio quella. Fotografi o scrivi proprio per questo motivo. Ogni volta che guardi un pezzettino di mondo ritrovi un’eco di quello che ha contribuito alla creazione di te stesso. Farlo direttamente con quella materia lì, la storia della mia Bagheria, è molto più difficile, ma molto più emozionante. C’è il rischio di parlare solo dei fatti tuoi o il rischio di fare diventare un romanzo i fatti tuoi, renderli una specie di finzione. Personalmente, da quando sono costretto alla scrittura. – e quando dico che sono costretto alla scrittura, in fondo lo desideravo, non mi dispiaceva provarci, tutto quello che scrivo è sostanzialmente autobiografico, – succede lo stesso, anche quando l’oggetto del tuo narrare non è direttamente autobiografico.

Gli orti urbani per single, per comunità, da coltivare in solitudine nei propri giardini o nei balconi, da condividere con una collettività espansa, vanno ormai per la maggiore. E fatte salve le proposte di agronomi e architetti più creativi come nel caso del palermitano Orto Capovolto che propone soluzioni, pratiche intelligenti pret à porter e persino gestibili da soggetti diversamente abili, per progettare e gestire uno spazio verde coltivabile, basta fare un giro in rete per crearsi un’idea più ampia ed efficace. Oltre la progettazione c’è giustamente anche l’aspetto più strettamente  agronomico. E tra le scelte più à la page che naturalmente tendono a soddisfare le principali esigenze di ciascuno, in base ai gusti e alle preferenze più diffuse che vedono primeggiare la semina di ortaggi e verdure da insalata, c’è chi invece concentra tutta la sua attenzioni sugli aromi.

capperi

E dove se non in Sicilia possono fiorire gustose idee per gli orti domestici? Succede, infatti, che a Scicli a un certo Enrico Russino è venuto in mente di creare il kit per coltivare il cappero in orto casalingo. Russino è l’addetto alla produzione e al marketing dell’azienda Gli Aromi, una creatura di sedici anni, praticamente un investimento  sulle piante da erbe aromatiche e officinali, ormai giunte a 150 varietà. Un’ impresa a tutti gli effetti che grazie alla tenacia e alla pazienza oggi è leader nel settore in tutta la Sicilia con attestazioni e riconoscimenti anche dall’estero. Una scommessa che oggi ha un fatturato di 400 mila euro e gli permette di creare all’interno dell’azienda percorsi di accoglienza turistica con tanto di lezioni di cucina, ormai supportate anche da grandi chef. E non solo, gli ha consentito pure di ampliare lo spettro delle sue delizie aromatiche, concentrandosi appu ntosulla pianta di capperi.

Russino ha pensato agli appassionati di orti creando per loro niente meno che un kit completo ed esaustivo per la coltivazione delle piante del cappero, intitolandolo simpaticamente Fatti i capperi tuoi. Un kit semplice  e alla portata di tutti che agli amanti degli orti urbani potrà tornare certamente utile, se non altro per condire con più soddisfazione gli innumerevoli piatti della tradizione siciliana che del cappero s’incoronano.

 

Le parole, a volte, possono essere come la lava incandescente, ci mettono del temo a sedimentare in poesia

All’ombra del Vulcano Etna, una serata di poesia e una cena social, durante Il fuoco e la pietra, si condivide il desco e le emozioni con i poeti che declameranno. Un’occasione unica, si parla di poeti siciliani fra i più riconosciuti dell’Isola.

“Qui noi ci troveremo – si legge nell’evento facebook -, se vorrete, il prossimo 20 febbraio, nella dimora giusta: ai piedi del vulcano, per la consegna irrinunciabile della parola e del canto, perché la poesia non resti sulla carta, perché possa ardere nei cuori”.

Si ascolteranno le voci di Biagio Guerrera, Christian Sinicco, Cinzia Accetta, Franca Alaimo, Francesco Terzago, Gisella Torrisi, Guglielmo Peralta, Luca Tumminello, Melania Costa, Nicola Romano, Salvo Pitruzzella, Sebastiano Patané Ferro (ed altri ancora: la lista è un work in progress..). Accade il 20 febbraio a Sant’Alfio, alla Casa di paglia Felcerossa, dove si pratica la Permacultura sull’Etna (via Felcerossa 14, 95010 Sant’Alfio).

All’incontro parteciperanno anche i poeti Christian Sinicco e Francesco Terzago, in visita in Sicilia per una collaborazione tra la rivista di poesia Argo (http://www.argonline.it/), di cui sono redattori, e la casa editrice Mesogea (http://www.mesogea.it/)

Mi racconta Massimo Mirabile, fra gli organizzatori, nonché poeta a sua volta, “l’idea di questo incontro tra alcune voci della poesia contemporanea nasce dal desiderio di realizzare una riflessione comune sui temi evocati dalla presenza potente e portentosa del vulcano come luogo esplosivo di creazione, da cui la terra emerge nera ed infuocata, per farsi fertile poi occupando lo spazio delle acque. Questa immagine offre l’opportunità di un’analogia di natura psicanalitica, oltreché letteraria, con la parola che sorge dal ribollio emozionale e prende forma, suono e senso aperto – mai cristallizzato, perciò fecondo – nel verso poetico.”

Perché avete scelto la Casa di Paglia Felcerossa? “Perché questa stessa cura che in poesia si presta alla ricerca e alla coltura della parola esatta, Toti Domina e Tiziana Cicero – gli amici che ci ospiteranno nella loro casa di paglia di Sant’Alfio – la stanno riversando nel progetto di permacultura con Felcerossa”.

Se aderite portate con voi i vostri testi, o una lettura che amereste condividere. la serata sarà intima, in pochi, non più di una trentina. Si cenerà insieme, con un piccolo contributo per il lavoro prezioso degli amici che ospitano l’evento.
Per partecipare si prenota entro il 18 febbraio, specificando numero e nomi dei partecipanti; su richiesta, sarà possibile pernottare.

Contatti:
– per partecipare all’evento e alla cena, 3294306771 (Massimo)
– per il pernottamento, 3381536208 – tizianacicero@gmail.com

Io ricordo che ero bambina, non avevo più di sette anni. I miei genitori che all’epoca erano giovani, belli e ancora su questa terra, avevano l’abitudine di portare me, mia sorella e mio fratello a mangiare pesce al ristorante. Lo facevano una volta a settimana. Dopo una giornata di lavoro in ufficio per entrambi, per noi, dopo la scuola, era un appuntamento sacro, un spazio che dedicavano allo stare insieme con tranquillità, gustando soprattutto le gioie per le piccole cose. Ricordo le luci del lungomare di sera, che si riflettevano sull’asfalto e richiamavano a tratti le lampare sulle barche dei pescatori al largo con le reti già in mare.

Allora, l’immancabile tour al ristorante “marinaro” prevedeva la doverosa sosta alle bancarelle dei polipari e venditori di ricci. Negli anni Settanta, molti di voi ricorderanno che il lungomare di Mondello, vicino alla piazza e il centro del borgo marinaro di Sferracavallo pullulavano di gazebi costruiti alla buona dove per turisti e cittadini era possibile sostare per assaggiare polpi bolliti, tagliati a pezzetti e innaffiati semplicemente con il limone, ricci e cozze.

Ho in mente ancora i guanti enormi indossati dall’uomo del gazebo sulla piazza di Sferracallo. Sguardo attento e preciso, come se stesse mirando con una pistola un ipotetico bersaglio, con una mano afferrava il frutto di mare spinosissimo e con l’altra sferrava un colpo secco di coltello e lo tagliava perfettamente a metà. La cosa che  mi piaceva maggiormente era, e lo è tuttora, ammirare la forma a fiore o di stella delle gonadi. Quelle lingue arancioni e spugnose che attraggono l’occhio ancor prima che il palato.

Mio padre la prima volta me li fece assaggiare staccando un pezzetto di gonade con un cucchiaino d’acciaio, esattamente come ho sempre mangiato l’uovo à la coque, poi, ho finito per mangiarlo spezzando le mafalde a piccoli bocconi e affondando la crosta e la mollica dentro il guscio. Il sapore forte, un pò da selvaggina di mare mi è sempre rimasto attaccato alle papille gustative. Mio fratello da ragazzino insieme ai suoi amici, con pinne e maschera li pescava nei fondali di Castellammare del Golfo e di Ustica. Da grande ho pure imparato che questo frutto di mare bizzarro e particolare si chiama scientificamente Pracentrotus lividus, e che ne basta poco per insaporire un piatto di spaghetti insieme ad uno spicchio d’aglio e un ciuffo di prezzemolo fresco.

Prendere il tram, adesso, a Palermo, è possibile. Puoi salire e accomodarti nella pancia di una di queste balene bianche e attraversare la città. Nel capoluogo è infuriata un’infinita polemica riguardo l’attivazione di questo servizio, sono state avanzate moltissime riserve: l’asse tranviario è stato considerato obsoleto, una specie di mezzo di trasporto ormai in disuso che noi, panormosauri, avremmo accettato supinamente, in quanto incapaci di misurarci con le grandi Capitali europee, ma è davvero così?

Io sperimento il servizio e prendo il tram insieme al mio nipote quattordicenne che stringe un paio di biglietti con le sue unghie rosicchiate. Gli dico “ho bisogno del tuo punto di vista”, è un adolescente, lui è il futuro. Io sono una zia con i tablet che chiede informazioni a un autista. Accanto a me ci sono una coppia di nonni e una bambina, anche loro, mi dicono “viaggiamo in tram per la prima volta”. La nostra è a tutti gli effetti una gita, anche perché il mondo che andremo a visitare è una fetta di Palermo che non visito facilmente.

La balena bianca e scintillante – il tram numero 2 – mette in comunicazione due mondi: la stazione Notarbartolo, una zona di vetrine, di passeggio, diremmo una zona bene, attraversando Uditore, quello che i palermitani chiamano “via Leonardo da Vinci alta” e arriva fino a piazza Santa Cristina, e piazza San Paolo. Il tram riesce a fare cose che gli autobus, enormi e spesso incagliati nel traffico, non sono riusciti a fare, manco fosse una politica semplice ed efficace di integrazione: il tram scivola sui binari e senza colpo ferire ci mostra una parte di città che non conosciamo, con le sue casette basse, i piccoli alberi di mandarini sui terrazzi, i portoncini, tutto curato. Chi l’avrebbe mai detto? Il tram arriva qui. Strappa dall’isolamento, dal confino, anche mentale, dal retaggio culturale del panormosauro che è in noi, che sale obliterando il suo biglietto, il quartiere Borgo Nuovo. In un colpo, su un binario, crea il filo e lega, con sobrietà ed eleganza i due mondi.

 

I giardini davanti alle case, ecco l’estrema periferia ovest della città, ai piedi della Conca d’Oro, casette di edilizia popolare che gli abitanti, malgrado fossero prodotte in serie,  col tempo hanno personalizzato. Il tram sarà obsoleto, ma introduce una novità assoluta: è comodo, impiega poco tempo, serve a zone che altrimenti rischiano di essere fuori dai circuiti ufficiali.

La balena bianca è una visione. Percorre l’impercorribile: la distanza mentale. Ci mancava, era dovuto.

 

 

Un architetto che si trasforma in artigiano digitale, è l’idea di ARks3d (a Monreale, quartiere Ciambra) che grazie all’ausilio della stampa in 3d crea originali e inusuali accessori per la casa, ma anche monili e oggetti fashion ecologici.  Spiega Rosanna Romano architetto e responsabile del progetto: “ci sono dagli accessori alla tavola ai gioielli, dai vasi alle lampade, dalle scarpe all’intimo,  si tratta di una esplorazione totale il cui unico limite dipende dalle dimensioni dell’area di stampa della stampante 3D”.

Forma e funzione dell’accessorio qui si modificano e adattano alla illimitatezza del mezzo, del materiale e quindi del concetto.

“L’intero processo creativo si stravolge – prosegue la Romano – perché stravolto è il tradizionale processo produttivo. La materia si plasma per dar forma a pensieri ed immagini di ispirazione organica e geometrica, dalle intricate ed inconsuete strutture, fatte di una materia “green”, sostenibile perché riciclata, riciclabile ed ecologica. Il risultato? Innovazione e rivoluzione”

Ed ecco che per contenere una pianta, nascono bizzarri portavaso dalle forme sinuose e intricate, mentre i gioielli presentano geometriche forme, l’intimo da indossare invece ricorda l’arte degli origami e gli accessori per il cibo raccontano di tavole imbandite moderne e fuori dal comune.

Romano 4

La Romano,  dopo la laurea studia alla ASA College di New York, poi frequenta la Domus Academy di Milano, per la quale consegue il diploma di master in Product Design. Svolge il suo internship come designer a Milano presso lo studio di Giovanni Levanti, per il quale collabora all´allestimento della sua personale per il Fuori salone di Milano 2010. Trasferitasi a Copenaghen, lavora per la Afuture,  approfondendo gli aspetti legati alla sostenibilità, in termini di design, processi lavorativi, costruttivi ed innovazioni tecnologiche. “Qui nasce l´interesse per la stampa 3d – aggiunge -, con esperimenti su nuovi materiali sostenibili al processo di stampa stesso, analizzandone vantaggi e svantaggi, processi lavorativi, impatti ambientali oltre che sociologici e previsioni future”. Nel 2014 rientrata in Sicilia fonda aRks3D, lavorando e sperimentando le nuove tecnologie e tecniche 3D, dando vita ad una collezione di progetti auto-modellati, auto-sperimentati ed auto-prodotti.