Sunday, May 26, 2019
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Quello di Bagheria. Dialogo con Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna, originario di Bagheria in provincia di Palermo, fotografo internazionale, si sottopone cortese a quest'intervista, si mette comodo, prepara la pipa, la fuma, il suo sguardo azzurro è tranquillo.

Ferdinando Scianna (foto da notizie.bari)

Nel suo studio, a cui accedo accumulando tre minuti di ritardo, dopo vari attraversamenti che comprendono: mezza Milano, svariate strade, fermate metro e in ultimo una portineria – “ah certo, lo studio di Scianna” – , ci sono foto che metterebbero in soggezione chiunque, figuratevi una picciotta sicula in avanscoperta che fa un mestiere come il mio: ritraggono un Leonardo Sciascia sornione, uno sguardo che non si è sollevato da faldoni, o documenti, non è affaticato da letture o contrito, è uno sguardo complice e rilassato, “non ho mai sentito Sciascia dirmi ‘come sono venuto male in quella foto’, non si preoccupava di venir bene”, mi racconterà dopo poco Scianna. Da una cassetta con la scritta arance principessa, si affacciano, impilati, fogli e documenti. “È una cosa volontaria, questo rimando agli agrumi siciliani?” Chiedo. Lui, Ferdinando Scianna, ha firmato una delle mostre che più mi ha colpito “Quelli di Bagheria”.

“No no, mi serviva sta cassetta per fare ordine – mi dice – Devo averla sottratta a un fruttivendolo”.

Trabocco una certa frenetica e intenzionale diligenza in quest’intervista, a cui mi sono presentata in lieve ritardo, a cui Scianna Ferdinando, originario di Bagheria in provincia di Palermo, fotografo internazionale, si sottopone cortese, si mette comodo, prepara la pipa, la fuma, il suo sguardo azzurro è tranquillo.

Ma quando penso di cominciare e inserisco la mia faccia e la mia postura più professionale, accendo il registratore, Ferdinando Scianna che fa? Si intimidisce.

“Tutto mi intimidisce. L’ho detto innumerevoli volte. Intanto, essendo diventato vecchio anch’io, ti ritrovi, per tutte le vicende della vita e per i giochi di incastro del caso ad aver avuto fortuna, a sentirti chiamare maestro. Ma quando succede io mi giro sempre dall’altra parte, dubito che sia rivolto a me, diciamo che mi sento più un allievo professionista. Mi irritano, io mi sento un granello di sabbia in una storia lunghissima, è che tutti cerchiamo di imitare i maestri, cambiando qualcosina, mettendoci una musichina diversa sotto. È chiaro anche il contrario, che molti maestri m’intimidiscono”.

Ho notato che alla presentazione (del libro Autoritratto di un fotografo uscito per Bruno Mondadori, che si è tenuta a Bagheria il 13 dicembre 2011 N.d.A.) c’era sua madre, ha detto qualcosa, commentato?

Mia madre non ha commentato per niente, a dire la verità, a parte che è piuttosto sorda, possono averla interessata due cose: che il suo bambino fosse lì al centro dell’attenzione, e le cose di carattere personale, autobiografico. Il libro che ho scritto è dedicato a lei, il libro Quelli di Bagheria è dedicato a lei, è lei che mi ha più capito, apprezzato. Una cosa bella che mi ha detto mia madre, e mi riconosco, è che io dico sempre le cose come sono successe, non le trasformo, non le infioro, io non ho fantasia, come diceva Sciascia, metto insieme le cose.

Nel libro si parla di più di suo padre, il conflitto con lui sembra fondamentale nella decisione di andarsene.

Sì, lo scontro era con mio padre, forse esisteva anche con le madri, ma le madri mediavano, erano vittime della storia quanto noi figli. Certo che la mia non fosse contenta, e avrebbe voluto che rimanessi, come tutte le madri, era chiaro, ma credo che il mio trasferimento sia stato un sollievo per tutti, soprattutto per mio padre, perché lui subiva il conflitto, che non era solo il conflitto tra noi due: a lui arrivavano i conflitti tra me e la società, il paese, lui pure era un vittima del contesto, era chiuso nelle sue logiche, aveva un suo sistema di difese, di valori, era un uomo molto pauroso, inquieto, lo avevano forgiato varie catastrofi, che riguardavano le vicende familiari

Veniva da una storia romanzesca. Il mio bisnonno Giacinto, intelligentissimo, che portava i baffi, favoriti (io ho fotografato la sua foto d’epoca, pensi che dopo i lavori in casa la volevano buttare, io per fortuna l’avevo fotografata), da famiglia miserabile, venne raccomandato da un prete a un ricco signore di Bagheria (non abbiamo mai capito chi diavolo fosse) che lo adottò e lo fece studiare a Palermo. Questo a quanto pare era abbastanza fuori dall’ordinario, e quindi si laureò ed esercitò le due professioni di medico e avvocato, però si era inserito in un contesto politico che era quello borbonico e quando arrivò Garibaldi fu la sua rovina, tant’è che fu costretto a tornare a fare il vignaiuolo a Bagheria. Anche mio nonno faceva il vignaiuolo, mi ricordo le botti… Poi ci fu il disastro del batterio, e le vigne furono distrutte in tutta Europa.

Ci fu una catastrofe economica, politica, agricola, che terminò solo quando piantarono la vite americana. Mio nonno era socio di una piccola banca agricola e fallì pure quella. I debiti che si accumularono da queste condizioni sfavorevoli arrivarono a mio padre. Che non aveva alcun talento scolastico, a quattordici anni andò a lavorare come commesso. Io sono figlio di un limoneto, un piccolo appezzamento dove crescevano gli agrumi, così ho potuto studiare, grazie ai nostri limoni. Mio padre aveva progetti ben diversi su di me. Lui aveva molta paura, aspettava sempre un’altra catastrofe. Aveva questa frase terrificante, tu potevi dirgli qualsiasi cosa tipo “Shakespeare ha scritto Re Lear” a cui rispondeva puntualmente: “ma tanto anche lui deve morire”. Una visione nichilista come poche ne ho viste. I suoi sforzi erano dedicati a creare sistemi di sicurezza. Poco prima di morire mi disse: “ma in fondo tu hai fatto la tua vita, tua sorella si è sposata. Non ho problemi, eppure sogno spesso che mi manca il pane”. Lui si sposò dopo la morte di sua madre, che morì presto, nonostante fosse infinitamente più giovane del padre (che si era sposato a 50 anni) e c’era quest’altra cosa terrificante, psicoanaliticamente devastante: lui era il terzo figlio avuto da mia nonna, e i primi due erano morti e nonostante lui si chiamasse Baldassare tutti lo chiamavano Gigi, proprio come il primo bambino deceduto, quindi portava il nome di un morto. Si sposò per autodifesa, i figli erano per lui fonte di inquietudine. Quando venne fuori che io a scuola me la cavavo lui si sollevò moltissimo, “non avrà il destino che ho avuto io”, pensò, ma durò poco, perché poi ho voluto fare il fotografo, altra catastrofe… Il conflitto cominciò soprattutto con la politica, lui era un conservatore. Io non sono mai stato comunista, questo volevo metterlo nel mio biglietto da visita. Sono stato socialista estremista, tra i fondatori del PSI a Bagheria.

Quanto c’entra la creatività nella fotografia?

Sulle fotografie l’idea di creatività porta di solito a delle qualsiasità… (dice proprio così e conia un nuovo termine) Sciascia diceva: “ci sono gli scrittori di cose e gli scrittori di parole, io sono uno scrittore di cose”. Ecco, il mio latticello (dice proprio latticello, è probabilmente fa un riferimento a quel che resta attorno a un agglomerato di idee, come il coagulo del latte, dopo averne estratto il burro e la panna) viene da lì, dalla letteratura. Mi interessa quello che devo dire, non la forma, poi uno, la forma, se la trova.

La foto è legata a questo strumento della modernità, la macchina fotografia, e contiene un’ansia che è propria del documento, negarlo è tagliargli le palle, guardare una foto come un quadro è un errore: allora fai quadri. I quadri esistevano prima della fotografia, e continueranno ad esistere anche dopo la morte della fotografia. Si può disegnare a memoria, ma non fotografare a memoria. La foto di una mela non ha lo stesso statuto del disegno di una mela. Noi portiamo appresso una foto del fidanzato, non un disegno del fidanzato. Perché è una traccia, e questo è decisivo.

A me della fotografia non è mai importato niente, per me la fotografia è stata, primo, uno strumento di fuga, secondo: uno strumento per dire le cose.

Fossi stato più bravo avrei scritto, ora scrivo perché cammino poco. Quello che conta è avere delle cose da dire, poi uno lo strumento se lo trova. Poi, una volta che hai scelto lo strumento, hai il dovere di usarlo bene.

Doveri? Quali sono i doveri di un fotografo?

Sui doveri io sono diventato con la vecchiaia sempre più perplesso. L’unico dovere dell’essere umano è essere il meno infelice possibile. Non dico felice, il meno infelice possibile. E siccome fra le posizioni meno infelici c’è quella di una dimensione di carattere etico, direi: dovere di non mentire, prevaricare, essere dalla parte di chi subisce. Ti fanno campare meno peggio con te stesso.

Qualche tempo fa su Facebook, circolava la foto di un fotoreporter che aveva ritratto una strage al mercato, c’erano commenti tipo: come mai si è messo a fotografare in un momento simile?

Dopo 45 anni di fotografia ho scritto un libro su etica e fotografia, non essendoci più né etica né fotografia. Un chirurgo al pronto soccorso se ti arriva uno che rischia di morire, mica si mette a dire povero ragazzo giovane, vedi cosa gli è successo, quello muore. Lo stesso per un fotografo. Se le fa con quella compassione, non scatta delle buone foto.

Non tutte le foto si possono fare. Non tutte quelle che si scattano si possono mostrare. Dipende dal contesto.

All’inizio, quando cominciarono a circolare le le notizie, della guerra in Jugoslavia, la stampa mostrò la foto di un soldato che reggeva una testa mozzata. Allora succede questo: in questo momento, mentre accade, è giusto, cazzo, sta succedendo qua dietro, dietro la porta, con questo tipo di ferocia, domani non sarà giusto, ma morboso, lo stesso motivo per cui ci si ferma a guardare quando c’è un incidente.

La foto denuncia a volte aiuta a creare un alibi collettivo. Succede in certe situazioni, per esempio quando vedi queste campagne di raccolta fondi, che usano la foto di un bambino del terzo mondo con la lacrima e mandi un sms con due euro per lavarti la coscienza.

Non sarebbe stato male, se un italiano avesse parlato della colonizzazione della Libia, nessun regista italiano ha girato un film degli italiani in Libia, abbiamo combinato le stesse cose degli altri, ho conosciuto un uomo a Racalmuto, era stato un colonnello in Etiopia ed è uscito pazzo, aveva ucciso un sacco di persone col lanciafiamme, nell’attentato a Diaz.

Penso che la coscienza sia un fatto storico, anche quello. Storicamente e anche geneticamente, tu lo sai quello che è giusto e quello che non è giusto. Il famoso discorso di Eichmann, che si giustifica: io ricevevo degli ordini, passavo le carte (nel processo di Norimberga, il funzionario tedesco Otto Adolf Eichmann continuò a ripetere: io eseguivo solo degli ordini) ma insomma, era quello che decideva come ammazzare le persone. C’è sempre la tua responsabilità. Sempre ne paghi un prezzo. Pensi invece che uno come Primo Levi considerò una colpa il suo essere sopravvissuto ai campi di concentramento, se lo portò fino al suicidio, “perché io?, ho fatto qualcosa di indegno? E gli altri, che hanno fatto per meritare di morire?”.

bagheria_foto_ferdinando_scianna

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Cosa vale la pena fotografare?

Sempre un’infinità, tutto. Sentimenti di bellezza, di indignazione, o semplicemente il racconto, la partecipazione. Non è che si fotografa o si scrive sempre e comunque quello di cui si dovrebbe scrivere, tu scrivi anche quello che una società ti porta a scrivere o fotografare. Nella fotografia noi viviamo in un momento storico particolare, della comunicazione globale, di massa, nella quale la sovrapposizione fra l’immagine e la cosa è fortissima, anzi pende dalla parte dell’immagine.

Io cito la frase di McLuhan di 40 anni fa, della mamma che riceve un complimento sul suo piccolo, “ma che bel bambino”, e lei risponde: “non l’ha visto in fotografia”, cioè il bambino è bello in quanto può produrre un’immagine. Noi viviamo in questo contesto, insito in tutti i linguaggi, che sono sempre ambigui, in quello dell’immagine in particolare. Si può mentire meglio con una foto. Se pubblichi due righe con una foto, che è una specie di prova, gli dai il prestigio del documento, Solo che la foto può essere mistificata, può non essere la verità. Oggi alla gente non interessa più com’è il mondo, la fotografia è nata come esigenza, come ponte fra noi e la realtà, in un certo senso la sua morte nasce da un eccesso di successo. Le immagini sono un’onda, un oceano. Persino una cosa fondamentale della foto come un album di famiglia se arriva su Facebook non è più privata. Allora lì è fondamentale che tu costruisca il romanzo della tua famiglia come vorresti che fosse, non com’è. La gente vuole la storia di quello che vorrebbe essere, non di quello che è.

L’evoluzione della fotografia del matrimonio: un rito al quale, la gente, continua comunque a credere. Però è diventato la costruzione di un immaginario, di una novella. Anche il più povero si veste in un certo modo, quella che consegna al documento fotografico è una condizione socio culturale che non è la sua.

Non ci sono fenomeni italiani molto specifici, ma quello della fotografia del matrimonio ci si avvicina, vai a sposarti con l’auto in affitto, di solito la Rolls Royce che è un mito, in quel momento diventi uno che viaggia in Rolls Royce, e la sposa è sempre vestita come una principessa.

Io la conosco nel 2003, per la proiezione a piazza Matrice, di Quelli di Bagheria, vedo la mostra, e mi rivedo, anche se non sono di Bagheria.

Per me quel libro è di un’estrema importanza, le dico perché l’ho fatto. Sciascia aveva fatto Occhio di capra, un lavoro per recuperare i modi di dire di Racalmuto, e diceva “ciascuno di noi lo dovrebbe fare per il proprio paese”. Una presa di istantanee coscienziali, o se vuole, una presa di coscienza collettiva. Ci sono modi di dire che riguardano tutti i siciliani e modi di dire che riguardano la biografia del paese, pensava questa cosa qui, io non potevo riproporre quello che aveva fatto lui, ma potevo farlo con la fotografia. Era anche una maniera di presentare quello che io dico da anni sulla fotografia, mostrare in un libro che per me la fotografia è racconto, visto attraverso il prisma del tuo essere. Con la fotografia non puoi fare un discorso fantastico ma documentario. Ho cominciato a lavorare con l’ambizione di riuscire a raccontare i fatti miei, la mia adolescenza, la mia infanzia, sperando che funzionasse come un racconto collettivo. E questo ha funzionato. A Lugano una persona mi ha detto: mi ha fatto piangere, mi ha ricordato la mia infanzia, tutti diventiamo di Bagheria, come tutti diventiamo di Macondo quando leggiamo Cent’anni di solitudine. Il film nasce da quello, è un autoritratto che racconta me in funzione di quello che ho combinato come fotografo. Ho fatto un libro, ma un libro ha un certo tipo di destinazione sociologica. Una mostra è un rito anche di carattere mondano, che implica una sua architettura, uno spazio che attraversi. Io volevo fare incontrare quelli di Bagheria con quelli di Bagheria, il sistema era il film, che è molto più imperativo, perché non ti dà il tempo di lettura, con il ricatto della musica, un contributo emotivo, c’è il pathos della parola, è quello ha funzionato da Dio, c’erano tremila persone molti dei quali erano commossissimi, succedeva che persone della mia età si rivedevano che saltavano mentre avevano il nipotino in braccio. L’unico progetto a carattere di megalomania che ho fatto.

Ma secondo lei perché si fa una cosa del genere?

Si fa una cosa del genere, perché quando sono andato con Tornatore a Tunisi, abbiamo fatto un libro di dialogo fra me e lui (Baaria Bagheria. Dialogo sulla memoria, il cinema, la fotografia. Contrasto ed. N.d.A.) il mio libro precede di sette anni il suo film ma in un certo senso la missione era la stessa. Gli ho chiesto come mai così presto? “Non me lo dire” mi ha risposto, “lo avrei voluto girare tra dieci anni, ma sono contento di averlo fatto, mi c’è voluta un’energia tale, che dopo mi sarebbero mancate le forze”.

“Come mai così presto” anagraficamente?

Sì, perché penso che sia una di quelle cose che uno fa a un certo punto della sua vita, per tirare un po’ le fila.

Non tira soltanto le fila sulla sua vita, ma capisce, attraverso questo processo, a cosa era destinato il suo mestiere.

Io per raccontarmi ho creato una forma di letteratura nuova, in cui foto e testo creano un nuovo linguaggio, una trappola narrativa per cui tu non puoi vedere le foto prescindendo da quello che leggi, ma intanto non puoi più leggere senza essere suggestionato dalla foto. Lì il problema non era fare un libro con le migliori cinquanta foto su Bagheria. Un po’ come quando uno scrive, non è che analizza frase per frase.

Sì, insisto, ma perché si fa veramente a livello umano? È come rientrare nell’anima del proprio paese natale, restituire un pezzetto di vita, un’istantanea – ai protagonisti – di quello che sono stati. Cosa implica, anche a livello di manipolazione, in senso buono, delle emozioni?

Ci ho lavorato due anni. In ogni caso ogni tipo di gesto costruttivo, non dico creativo, implica una riflessione sui modi, un problema di lingua. Ho messo come esergo, ricordare è lo stesso di immaginare. Secondo gli studi di molti neuroscienziati, è nelle stesse zone del cervello che si muovono i meccanismi di memorie, ritrovamenti e immaginazione. La memoria è ritrovamento, ma non di qualcosa che è lì, qualcosa che ricostruisci. Quando ricordi ricostruisci, e nel farlo crei una fiction vera, è tanto più è vera, più funziona, questa è la forza della letteratura.

Uno lo fa, questa la risposta alla sua domanda, perché ogni gesto di carattere narrativo come finalità abbia questa motivazione: raccontare il mondo. Ma non si può farlo, raccontare il mondo, senza raccontare se stessi. Anche quando ho fotografato in luoghi lontanissimi dalla Sicilia, tu non vedi altro che l’immaginario che ti sei creato da ragazzino. Poi lì la materia è proprio quella. Fotografi o scrivi proprio per questo motivo. Ogni volta che guardi un pezzettino di mondo ritrovi un’eco di quello che ha contribuito alla creazione di te stesso. Farlo direttamente con quella materia lì, la storia della mia Bagheria, è molto più difficile, ma molto più emozionante. C’è il rischio di parlare solo dei fatti tuoi o il rischio di fare diventare un romanzo i fatti tuoi, renderli una specie di finzione. Personalmente, da quando sono costretto alla scrittura. – e quando dico che sono costretto alla scrittura, in fondo lo desideravo, non mi dispiaceva provarci, tutto quello che scrivo è sostanzialmente autobiografico, – succede lo stesso, anche quando l’oggetto del tuo narrare non è direttamente autobiografico.

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