Tuesday, October 17, 2017
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Fotografia e design. I colori dell’entroterra, i gelsomini, le pomelie, l’agave, l’ibiscus, le maioliche, i paesaggi e le architetture siciliane incontrano, attraverso la fotografia, i tessuti, la pelle, il ferro e il cemento per trasformarsi, seguendo delle linee essenziali, in borse, bijoux e luci di arredo per gli ambienti.

Ecco Isola. Fotografia e design, un mix di colori sapientemente miscelati, impressi per esempio su orecchini che sembrano maioliche in miniatura, borse che riprendono sempre lo stesso tema, ed ancora pochette in stampa fotografica su pvc. Il mondo delle borse, che presentano anche stampe floreali e quello dei monili, si sposta anche nel cartaceo, ed ecco gli splendidi quaderni Isola, progetto fotografico _ “Fleurs” e “Le maioliche; ancora una volta sono questi due elementi a farla da padrone, ed poi Lampade su struttura in plexiglass, con stampa su carta fotografica retro illuminabile. Queste meraviglie si possono ammirare da Spazio a Tempo, in corso Vittorio Emanuele, 297.

Gli antichi corsetti che conferivano alla donna un vitino da vespa, gli abiti d’epoca della grande letteratura storica dipinti a mano e creati come fossero opere d’ingegneria dall’artista Dario Princiotta. Lui vive a Salina e da questa magica isola trae ispirazione. Lo abbiamo incontrato e scoperto il magico mondo che si cela dietro l’alta sartoria, le ore trascorse a lavorare con instancabile pazienza per la creazione di vere e proprie opere d’arte.

Al momento, sto frequentando un corso di laurea triennale di “Fashion & Costume design” alla sede di Palermo di Accademia del Lusso – spiega Princiotta – la mia passione è nata con me, l’immaginario verso cui sono orientato è quello dell’alta sartoria, promuovendo la riscoperta di tecniche antiche. L’abito d’epoca ha avuto e avrà sempre un potere forte per me, così come la storia dell’arte, la grande letteratura storica”.

Tutto ciò spinge l’artista a condurre una continua ricerca in funzione delle sue creazioni, per apportare miglioramenti, in modo particolare, alla struttura, cioè, alle “fondamenta” dell’abito ed è così che esso diventa un’opera di alta ingegneria, che a dispetto del suo aspetto esteriore custodisce tanti segreti.

Prosegue Dario: “Importantissimi sono i miei studi personali sui corsetti: i metodi per confezionarli; i materiali; la loro applicazione nell’ambito di un vestito; la loro vestibilità. Indumenti a lungo mal compresi e tuttora vittime di una cattiva propaganda, essi sono capi che necessitano di grande precisione nonché di innumerevoli ore di lavoro, ma soprattutto di un’alta considerazione della conformazione fisica dell’indossatore per risultare comodi e igienici per la salute”.

Negli ultimi anni arrivano le sfilate a Salina, e recentemente l’ennesima gratificazione: un suo abito ad Expo 2015. “Si è trattato – prosegue – di un piccolo allestimento situato nel padiglione del mediterraneo, in cui erano esposti il mio e altri abiti scenografici ispirati al cibo, che più volte al giorno venivano indossati da ballerine professioniste e messi in mostra in una performance, tutto questo per una settimana lo scorso maggio”.

L’abito è ispirato al mondo subacqueo e vede un polpo come protagonista,  sullo sfondo di un fondale marino. “Si compone di un unico pezzo, e si indossa attraverso una stringatura con occhielli posta nel centro dietro. L’elemento principale, ovvero il polpo, è realizzato in rilievo di taffettà viola dipinto che scende dalla spalla per avvolgere l’intera figura nelle spire dei suoi tentacoli. “Il corpino sagomato conclude Dario Princiotta – è realizzato in raso lato matto, invece la gonna ampia, sostenuta da sottane di tulle e crine, si presenta in tela di cotone interamente dipinta a mano effetto trompe l’oeil. A completamento del look l’hairdress a forma di stella marina guarnito da veletta in rete da pesca”.

Premetto, non mi vedrete mai avvolta in un telo antipioggia, io sono troppo fashion per farlo, a costo di perdermi la messimpiega, il cappuccio non lo tiro su (a meno che il parrucchiere non mi sia costato un occhio della testa allora mi concedo una proroga), ma una certezza c’è, d’inverno, io alla bicicletta non rinuncio.

Proprio non li capisco quelli che lasciano la bicicletta nel periodo invernale a impolverarsi nel garage dicendo “in primavera la prendo”, credetemi, nel 99% dei casi non lo faranno, un giorno la agguenteranno forse, ma a quel punto la bicicletta gli si rivolterà contro, quando le olieranno la catena, come minimo, faranno la pozza di unto sul pavimento, perché o sei ciclista urbano sempre, o mai. E la bicicletta lo sa, lo sente, non ci sta a fare l’orpello, l’accessorio, come una borsetta collezione Primavera/Estate da tirare fuori nella stagione giusta.

Chiude forse, in inverno, via Divisi, a Palermo? La via che riunisce rivendite di biciclette e ciclofficine? Giammai, lavora a pieno ritmo. Per questo appena posso, per dissipare i pensieri a ogni colpo di pedale, io vado a farmi un giro al porticciolo della Cala in bicicletta. Oppure mi fiondo a scattare foto con lo smartphone al mercato di Ballarò.

La bicicletta è di moda, soprattutto la domenica mattina con il centro chiuso, diciamolo. Sfilano famiglie intere, con bici di varia misura, per via Maqueda. Qualcuno ne sfoggia modelli con qualsiasi optional cercando di spingere il velocipede a diventare uno status symbol, manco fosse una smart ultimo modello. Ma io sono certa che non ci riusciranno.

Qualcuno dice che la bicicletta è un mezzo povero, ma io dico no: la bicicletta è un lusso. Un vero, autentico lusso. Per trovare la libertà in una bicicletta devi avere fantasia, gambe, polmoni, devi essere attento, vigile, con una schiena flessibile e la testa con pochi pensieri ansiogeni, tipo: che ne sarà di me nel traffico? Cosa respirerò, su quali piste ciclabili correrò? Quanta gente mi urlerà improperi dietro non appena salirò, un istante, sul marciapiedi? La bicicletta è un lusso, perché è, come dice mio padre “suscia ca vuola” ovvero, basta uno spostamento d’aria per farla sollevare. Fragile, ma indistruttibile con la sua anima di ferro che si può storcere, ma riportare alle origini, che può essere scartavetrata e ridipinta all’infinito. E poi con quale altro mezzo ti fanno lo  sconto? Se ti presenti in bicicletta da Spinno, in via Marche, a Palermo, per mangiare qualcosa, te lo fanno!

Palermo d’inverno, regala qualche giorno di poggia e qualche sottopassaggio allagato, ma superato quello e facendo grande attenzione a evitare le pozzanghere mentre vi soprassa un’auto, è un posto meraviglioso da attraversare in bicicletta. E quando lo scrivo lo dico soprattutto agli automobilisti: è un posto magnifico, non ci sono tante salite, non ci fate stare col magone mentre arranchiamo, non ci suonate dietro, andiamo a pedali, ve lo ricordate? Se piove rimaniamo impassibili, dignitosi, con le gocce in faccia, sulla nostra due ruote che Suscia ca vuola, ma non ci prende bene, ok? Non prende bene a voi in auto, stare nella pioggia, figuratevi  a noi.

A volte il tempo su certe cose sembra non lasciare alcun segno. Sulla memoria di alcune esperienze significative non infierisce affatto con impietoso passo. A Totò Cascio, per esempio, l’enfant prodige di Nuovo Cinema Paradiso, si ha la sensazione che l’età abbia fatto un grande dono. Quello di crescere, ma di conservare il candore “bambino”. Impossibile, infatti, non avvertire chiacchierando con lui, imprigionato tra le sue parole, quell’impertinente guizzo del piccolo chierichetto appassionato di cinema.

Ancora con lo sguardo curioso, adesso riconoscente alla vita per un destino fortunato. Lo stesso che lo costringe piacevolmente all’eterno ritorno. Totò e Nuovo Cinema Paradiso hanno stretto un patto di sangue inalienabile. Un affetto immenso che nel tempo si rigenera e si rinnova di una tenerezza immacolata. Uno strano tuffo al cuore: Totò e Nuovo Cinema sono una cosa sola.
La settimana scorsa Nuovo Cinema Paradiso ha fatto ritorno a Los Angeles in versione restaurata, impossibile, quindi non pensare a lui, all’anima candida e irriverente di quell’indimenticabile favola sul cinematografo.

Sono passati 25 anni da Nuovo Cinema Paradiso. Chi è Totò Cascio oggi?

Totò Cascio, trascorsi questi anni, ha un po’ di barba in più. Avevo 8 anni quando ho recitato nel film diTornatore, è facile comprendere quanto Nuovo Cinema Paradiso faccia parte della mia vita. Fa parte ormai del mio quotidiano. È un’esperienza di cui vado sempre fiero e di cui parlo con orgoglio e umiltà. Anche il tributo d’affetto che mi arriva dalla gente mi fa sentire in debito e di questo ringrazio Tornatore. Ho vissuto fondamentalmente tre fasi della mia vita. Da bambino, ero esattamente come nel film, da adolescente ho vissuto una fase si introversione e timidezza, poi, da adulto, ho recuperato la spontaneità di quand’ero piccino.

Hai mai nostalgia del cinema, avresti voluto continuare a recitare?

Più che il cinema, mi piacerebbe fare televisione. Amo molto il varietà stile Fiorello o Celentano.

Che sensazione hai provato in occasione del ritorno della pellicola di Tornatore a Los Angeles?

Una sensazione speciale. Organizzato con il supporto dell’Istituto Luce, alla presenza di star importanti del panorama americano, con un parterre ricchissimo, puoi immaginare l’entusiasmo. Con Peppuccio (Tornatore) parliamo spesso del fatto che passano gli anni più cresce l’affetto per Nuovo Cinema Paradiso. Lo avverto dalle parole della gente, quando mi ferma. Il discorso cade sempre lì. Su quella pellicola che puoi rivedere per centinaia di volte, trovandoci sempre spunti nuovi. Un film reso perfetto da un mix vincente dato dal regista, dal produttore, il compianto Franco Cristaldi, dalla struggente colonna sonora di Morricone e dalla eccellente bravura di Noiret.

Quali sono le cose più importanti nella vita di Totò?

Sono un uomo di fede, credo moltissimo nel progetto divino. Credo nei valori, quelli veri, come la famiglia, l’amicizia e cerco ancora la mia “Elena”. Ho avuto diverse donne, ma non ho ancora trovato quella giusta. Spero che l’attuale sia quella decisiva.

C’è un ricordo in particolare che conservi della tua partecipazione a Nuovo Cinema Paradiso?

Sì, ce n’è uno su tutti. Ed è quello in cui scoppia l’incendio, io sono sulla bicicletta con Alfredo/ Noiret , sul set c’è una folla di curiosi, tra loro anche i miei genitori. Ero un bambino, a quell’età, a 8 anni, ami giocare, su un set puoi diventare una mina vagante. Ho costretto Peppuccio a girare la scena più volte. Arrivato ad un certo punto, Tornatore scocciato, mi ha pesantemente rimproverato dicendomi che da Roma (dalla produzione) non erano contenti di me. È stato in quel momento che ho capito che stavo facendo una cosa seria e che il ruolo che ricoprivo ero lo stesso degli attori blasonati.

Totò_Cascio_adesso

 

Vale la pena allora, rispolverare una delle leggende/storie che riguardano più da vicino Antonello da Messina, che svelano una parte meno conosciuta della sua vita d’artista, che ci accompagnano come novelle che rendono entrambe, le vite dei Santi e quelle degli artisti, più reali.

Di Santa Eustochia potete ammirare ancora adesso il suo corpo incorrotto, tanto ben conservato, risparmiato miracolosamente, è il caso di dire, dall’usura del tempo da potersi reggere appoggiato alle palme dei piedi. Viene chiamata “la santa in piedi” infatti, e i messinesi sono certi che li abbia protetti dai terremoti. La si può visitare nell’abside della Chiesa di Montevergine, esposta alla venerazione della folla che la visita soprattutto il 20 gennaio, giorno in cui i martirologi francescani la ricordano. La santa, che all’anagrafe venne registrata con un nome luminoso come Smeralda, entrò nel convento delle Clarisse di Santa Maria Basicò a soli 15 anni. Contro il volere dei fratelli che a lungo minacciarono di dar fuoco al sacro luogo se l’avesse accolta. Ma la giovane null’altro desiderava al mondo.

Alcuni scritti addebitano la forte vocazione della Santa alla perdita dell’uomo che amava, che morì d’improvviso facendole comprendere la caducità del corpo umano, altri documenti riportano invece di una vocazione sempre in fieri, che anima Smeralda fin da bambina quando s’impegna a seguire i precetti della madre fervente cristiana e si riempie di una tale pena alla vista del crocifisso da decidere di prendere i voti. Essendo discendente di una famiglia agiata, come si conveniva a quel tempo, venne affidata a un convento che si concedeva parecchi strappi alla regola e tentava di alleggerirsi la clausura. Smeralda, che da suora aveva preso il nome di Eustochia, deplorava questa condotta, lei dormiva in un sottoscala, per poche ore, sulla nuda terra e si martirizzava col cilicio e la flagellazione, seguendo le orme di San Francesco, per questo, nauseata, tentò una riforma trasferendosi nel nuovo convento di Santa Maria Accomandata. Nonostante le difficoltà la riforma fu accettata e le Clarisse vissero un gran rifiorire di vocazioni, perché la Santa insegnava con la “parola e con l’esempio”, la sua vita stessa era autorevole, non aveva bisogno di imporre discipline. Secondo la leggenda la sua vita così irreprensibile, sincera e profondamente cristiana, ha vissuto un momento di pura gioia estetica, un istante di abbandono a una richiesta, e ambì all’eternità. Adesso il suo volto immacolato, oltre al suo corpo, “supera gli oceani del tempo” e condivide con noi la gioia dell’arte, la sua forza accentratrice. La leggenda racconta di un famoso pittore suo coetaneo e vicino di casa. I due avevano vissuto insieme giochi per le strade e scorribande d’infanzia. Si dice, anche, che il pittore ne fosse innamorato, e le avesse chiesto, innanzi tempo, di calarsi nei panni sacri della Madonna. Richiesta al quale lei acconsentì. Quel pittore era Antonello da Messina appena tornato in Sicilia, nel 1497. Nel quadro, l’Annunciata, secondo la leggenda, potete vedere una Eustochia ragazzina in queste vesti immortali, ritratta con una dolce fermezza nello sguardo colta nell’attimo in cui l’angelo se n’è appena andato, il manto azzurro a coprirle il capo, forse già consapevole di essere santa.

Avremmo potuto iniziare questo post parlando di quanto sia affascinante Ortigia. Di quanto la dimensione pigra e maestosa di questa isola immersa nella luce e nel biancore degli intonaci e delle pietre, sia attraente. Potevamo parlare delle bellezze paesaggistiche, dei monumenti e dei vicoli arroventati dal sole. Ma sappiamo che potete trovare tutto questo altrove. Una guida più convenzionale ve lo racconterà di certo. Il Duomo, la fontana Aretusa, il Tempio d’Apollo, sono tappe irrinunciabili, ma un po’ di shopping, qualche curiosità, una volta che vi trovate a Ortigia, ve le volete perdere?.

Preparatevi a un piccolo itinerario che anche, ha un grande valore storico, culturale e si lega alle tradizione al territorio, ma che punta l’attenzione al lavoro artigianale, quello che viene dall’inventiva, dalle idee, dalla caparbietà delle persone. Noi di #cosedafareinsicilia siamo fautori di #salvalabottega. Che intende mettere in circolo le buone pratiche e rendere note le botteghe artigianali che operano in Sicilia. Perché sono le persone a fare la differenza, a dare nuove chance agli oggetti, a inventare nuovi usi capaci di dare sostanza a un sistema più etico, sostenibile e soprattutto per valorizzare una forma più umana di scambio e crescita.

Superato il piccolo ponte che la lega a Siracusa, Ortigia sembra un mondo a parte. Dove si mischiano le lingue di ogni Paese, al profumo di salsedine, mentre biciclette sfrecciano cariche di fiori. A Ortigia la gente vuole fermarsi a vivere, per assaporare la lentezza e un’atmosfera senza tempo.

Se amate i colori, ad esempio, al numero 20 di via Tolomei potrete trovare cuori, anche infranti e a metà prezzo, come recitano le cartoline. Succede da Circo Fortuna.

Ogni piccolo dettaglio di questa piccola bottega, gestita e inventata dall’olandese Caroline Von Riet, vi rapirà, piccole applique e lampade, piattini, piattini, tazze, brocche e portazuppe. Circo Fortuna è anche un B&B, è un modo per ricordarci che Let love be king. Se andate potrà capitarvi di trovare Caroline che ha appena sfornato le sue ceramiche prima di decorarle.

A Ortigia è bella la luce, che si rilette sul mare e sulle facciate delle piccole case così come dei palazzi sontuosi, sono belli i caffè, dove sostare veloci e i pub dove gustare un buon vino, che magari celano un giardino interno bello da togliere il fiato.

Un classico, poi, è certamente l’opra dei pupi, la bottega in cui vengono costruiti i pupi, cesellate le armature e dove Daniel Mauceri, della famiglia di Pupari Vaccaro -Mauceri, lavora a vista si trova in via della Guidecca, poco avanti il teatro e per finire il museo dedicato a questa magia che si compone sulle tavole dei teatri, manovrata dagli uomini.

Anche da Scenapparente si lavora in bottega, a porte aperte, e il laboratorio di scenografia diventa uno spazio per ridare nuovo lustro a oggetti vintage e inventare design. La linea Elementi interni mette in relazioni artisti, architetti e committenti. Il risultato sono arredi originali ma che combinano diverse forme creative con la tradizione.

Scenapparente cura le scenografie di rappresentazioni del teatro greco come Antigone o Edipo Re, solo per dirne alcune. La trovate in via Vittorio Veneto 81/83.

E per finire un parterre di donne, artigiane, artiste, creative. Arriva Chiodo, che ha anche un bel bancone di caffè e dove presto si potrà gustare qualcosa mentre si osservano le creazioni di FerroDolce, gli abiti di Milk e i mobili di Alessia Genovese, un modo delicato di piegare la materia, di dare nuove forme, recuperare materiali e interpretare oggetti di uso corrente come i sellini delle bici con ricami siciliani. Dimenticate la produzione in serie, qui da Chiodo, in via Roma 5, ogni prodotto ha una sua storia e una sua anima.

Che siano a base di panelle, oppure focacce, finendo per cene con portate di pesce, o per una semplice pizza, niente è più piacevole di accomodarsi a mangiare all’aria aperta, sotto le stelle.

Nelle sere, dolci, che regala anche l’autunno e l’inverno. In Sicilia si può fare. Mi è capitato di chiamare al telefono amici al nord e raccontarlo: è novembre, sono seduta fuori, mangio un panino. Per strade del centro piene di ragazzi che sciamano.

Dalla colazione, alla cena, ma pure per una fame improvvisa fuori orario. Quasi tutto l’anno, è un piacere avventuroso mangiare per strada. Grande l’offerta di friggitorie e specialità, facili da mordersi anche mentre si cammina. Adesso lo chiamano street food e va tanto di moda, ma noi siciliani, fidatevi, lo abbiamo sempre fatto.

La leggenda dell’invenzione del cannolo ha due versioni perfettamente speculari, quasi due estremi, che in un certo senso si toccano e si rivelano facce di una stessa medaglia. Perché, diciamolo, uno se lo chiede, ma a chi caspita può essere venuto in mente di riempire una scorza profumata di arancia con un composto di spumosa ricotta lavorata con lo zucchero? Il cannolo è senz’altro frutto dell’estro femminile, di un incontro, del desiderio di stupire, della sperimentazione fantasiosa davanti ai fornelli, dell’operare nell’ombra, lontano da occhi indiscreti, come di chi prepara pozioni magiche…

Secondo la prima versione, il cannolo vede la sua luce, in quest’abbinamento azzardato durante la dominazione araba a Caltanissetta c’era l’harem di un emiro saraceno (l’antico nome arabo della città, Kalt El Nissa significa appunto “Castello delle donne”): qui le donne trascorrevano il tempo a inventare dolci per deliziare l’emiro. In uno dei tanti esperimenti culinari provarono a imitare un dolce arabo ripieno di ricotta, mandorle e miele, che nella forma ricordava una banana. Il cannolo fu una specie di tentativo ben riuscito.

L’altra leggenda parla sempre di Caltanisetta e di donne, ma questa volta è ambientata in un convento.
Durante un carnevale le suore pensarono di inventarsi un dolce ricco e ridondante, una scorza di farina seccata ripiena a non finire di ricotta zuccherata e zuccata: nasce così il cannolo. la ricotta, viene arricchita da punti di colore, perché si sa, il siciliano, in pasticceria, non si risparmia, ecco allora scaglie di cioccolata e frutta candita.
Ed ecco la mia versione dell’invenzione del cannolo, nella quale le due leggende si incontrano. Ne ho già parlato perché, secondo me, il cannolo, buono per com’è, può solo unire. Quando i saraceni lasciarono l’isola, molte donne dell’harem, finalmente libere, si convertirono al cristianesimo e decisero di finire i loro giorni in convento. A quel punto, però, le ex concubine non sapevano bene come conquistarsi la fiducia delle consorelle, perché per troppi anni avevano dovuto guadagnarsi con la loro malia la sopravvivenza.

All’inizio la convivenza non fu facile: a causa dei loro percorsi umani troppo diversi.

Alle suore era richiesto uno sforzo di comprensione in più: dovevano aprirsi, rispecchiare il loro animo in quello di altre donne che avevano condotto esistenze lontane dalle loro. Ma quella distanza, un giorno, venne colmata. Davanti ai fornelli, impastando, mischiando, zuccherando, gomito a gomito, prima le domande furono timide, poi più sfrontate: «Ma tu cosa ci metti nel cannolo? E la ricotta, come la lavori?». Secondo me trovarono un punto d’unione scambiandosi ricette e piccoli segreti, come la perfetta riuscita del ripieno del cannolo, che raggiunge il suo apice di bontà in primavera: l’erba brucata dalle pecore diventa fondamentale perché nel suo profumo, nella sua freschezza, che sa di campi e sole tiepido, risiede la qualità del loro latte, la base per la ricotta.

A Ortigia si pedala e si mettono in moto idee belle e buone. Come quelle che son saltate in mente a Chiara e Alfonso. Lei milanese, lui siracusano, che come si legge dal loro sito sono riemigrati in Sicilia per creare un nuovo movimento. Credono nel potere e nel futuro della bicicletta. Sono convinti che non ci sia terra migliore della Sicilia da esplorare e assaporare sulla punta dei pedali. Vogliono unire le forze con tutti coloro che pedalano verso una Sicilia sostenibile.

Per questo hanno dato vita a Movimentocentrale in via Dei Mergulensi 33 a Ortigia, un bike cafè, ovvero “un punto di ritrovo e di ristoro per ciclisti e amanti della bicicletta, un luogo di accoglienza e servizi per cicloturisti, un hub caloroso per iniziative bike friendly ed eco-sostenibili, un bar con ciclofficina”.

Lo spazio reale di Movimentocentrale è stato realizzato con materiali a basso impatto ambientale e creato in auto-costruzione su progetto dello studio External Reference Architects (Carmelo Zappulla e Nacho Toribio). E’ un luogo dove i cicloamatori e i cicloturisti troveranno attrezzi e ricambi di pronto soccorso e consulenza per riparare la bici nella ciclofficina aperta dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19. Inoltre, al bar si possono gustare bevande e cibi a Km 0. Per chi volesse farsi intanto gli occhi può anche “farsi un giro”, visitando il sito di Chiara e Alfonso all’indirizzo www.movimentocentrale.net

La Sicilia è attraversata dalla cosiddetta “via del sale”, un tragitto di 29 chilometri che si snoda da TrapaniMarsala lungo la SP21. È lo Stagnone, che dal 1984 è riserva naturale orientata e costituisce una tappa significativa di questo percorso che affonda nelle tradizioni dell’isola.

Dallo Stagnone – dall’acqua stagnante, appunto – si ricava il sale che viene ammonticchiato in cupolette coperte da tegole. Non stupitevi se vedrete dei mulini, qui fanno parte del processo di estrazione del sale, considerato fondamentale per lo sviluppo della zona. La laguna comprende quattro isole: l’isola Longa, la più grande; Santa Maria, coperta di vegetazione; San Pantaleo, il nome nuovo di Mothia, la più importante, eSchola, che si chiama così perché ospitava una scuola di retorica durante l’epoca romana.

Io vi segnalo Mamma Caura, una piccola pensione con un bar, che nell’ora di pranzo dispensa pane cunzatu (panino locale costituito da fette di pane rimacinato e cotto a legna, condito con olio, pepe, fette di pomodoro e alici) accanto a panini con ingredienti meno autoctoni, e arancini. Ma soprattutto, Mamma Caura serve gli aperitivi all’aperto, con vista su Mothia. E chi ama l’ora dell’aperitivo, con il tramonto che arrossa il cielo, sa di quale piacere sto parlando.