Monday, September 25, 2017
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È bella la città inquadrata nella Porta Felice. Da lì Palermo raggiunge il mare da corso Vittorio Emanuele, detto il Cassaro, uno degli assi principali della città, che va dritto giù come una spada dalla cattedrale, e da porta nuova, in mezzo a palazzi nobiliari, bar, negozi di souvenir, chiese, superando meraviglie come i quattro canti e piazza Bologni.

La porta d’ingresso dal lato mare prende il nome da Donna Felice Orsini, moglie del viceré spagnolo Marcantonio Colonna, fu lei, nel 1582 che decise di dare un ingresso monumentale al Cassaro, ingresso che venne prolungato fino al mare nel 1581, rispetto alle previsioni iniziali i lavori si protrassero fino al 1637.

Fu progettata inizialmente dall’architetto Mariano Smiriglio. La Porta, è formata da due imponenti piloni. Queste due cornici, chiamiamole, così vennero costruite in momenti diversi e di conseguenza sono differenti anche nello stile, pur accordandoci con grande armonia, la facciata che dà sul mare è in marmo grigio e con caratteri tipicamente rinascimentali (quello in cui si trovano le vasche d’acqua, per capirci), mentre il secondo stile (successivo al primo e terminato dagli architetti Novelli, Smiriglio e Tedeschi) con caratteristiche più tendenti al barocco. Anche il pilone destro di Porta Felice cadde sotto i bombardamenti, durante la seconda guerra mondiale  -che tanti segni ha lasciato nel centro storico di Palermo -, ma, rispetto ad altre macerie che si possono tuttora vedere anche nel quartiere Vucciria, venne adeguatamente ristrutturato.

Vi ricordate da bambini la vostra nonna un po’ ricurva che lavorava all’uncinetto e creava quei familiari, divertentissimi quadrati colorati con filo e uncinetto che poi diventavano le vostre coperte? Oggi il “granny square” cioè il quadrato della nonna appunto, torna alla ribalta e sempre più numerosi sono gli artisti del filo che lo ripropongono includendolo nei loro lavori, gilet, maglie, giacche, la gamma è vastissima… A Palermo Valentina Corrao è una di loro, e proprio grazie al famoso quadratino multicolor ha dato vita alla sua collezione di borse chiamata “Nature Bag”. Abbiamo notato la sua creatività attraverso la rete (la conoscevamo da tempo e il suo carattere solare ci aveva conquistato) e lei ci ha raccontato la sua esperienza e come è arrivata a questa passione.

“Scrivere è il mio mestiere – attacca Valentina -, la creatività è tuttavia un dono che risiede nelle mie mani, dalla tastiera, alla Tv, alla carta stampata; da un po’ di tempo sono approdata nell’arte del crochet. Da quando ho perso il lavoro, la necessità di mettere a frutto la mia passione e far esplodere questa mia dote, è stata sempre più forte”.

Nasce così la voglia di far esplodere colore e fantasia in una miscela avvolta dal fascino e dall’amore per la natura. Attraverso il trittico uncinetto-flora-fauna ecco che Valentina Corrao da vita alle sue creature “Nature Bag”. “Fiori, animali, paesaggi – prosegue -, mi permettono di realizzare attraverso le mitiche “granny square”, quanto di più eccentrico e vanitoso si possa indossare. Esuberanza ed allegria – aggiunge – arricchiscono le borse che realizzo grazie a materiali semplici, umili che impreziosiscono le crochet bag”. Ed è un trionfo di perle, perline, bottoni gioiello, fiori, conchiglie che si uniscono alla magia del filo; “lana o cotone – conclude la Corrao – mi permettono di immortalare e incorniciare la natura nell’accessorio che definisce il look. Perché la borsa di una donna è un vero è proprio mondo unico, sempre diverso e non omologato”.

Il fascino e la bellezza nell’arte delle bambole. Sono quelle di Maria Concetta Corona, che ci parla di ‘loro’ in una piacevole chiacchierata. “Molti anni fa nei primi anni ‘90, figli erano piccoli che frequentavano la scuola Waldorf, iniziai a partecipare al laboratorio di cucito per la preparazione di manufatti per il bazar, un evento per sostenere la scuola. Mentre il grande era all’asilo, rimanevo a scuola con la più piccola e insieme ad altre mamme si cuciva un po’ di tutto. Qualcuna si occupava di riparare bambole e in qualche occasione capitò di dar loro consigli di cucito dato che avevo già esperienza nella creazione di piccoli oggetti”.

L’incontro con le prime bambole di stoffa steineriane, avviene durante il laboratorio e desta nell’artista un certo interesse. Qualche tempo prima, era alle prese con la progettazione di corpi di bambola da assemblare a delle testoline in ceramica dipinta, create su sua richiesta da un amico ceramista. La Corona è autodidatta, non ha mai frequentato nessun tipo di corso di cucito e non ha avuto occasione di confrontarsi o avere nozioni da sarte ed esperte nel cucito.

Ma guarda attentamente con i suoi occhi qualcosa che vuole riprodurre: un colletto di camicia, un certo tipo di cucitura. “Ho acquistato qualche libro senza criterio preciso – prosegue -, spesso mossa dalla bellezza delle immagini e cercando di cogliere ciò che poteva essermi utile. Ho sperimentato e continuo a farlo, sempre. Per me è indispensabile creare cose nuove, immaginare oggetti strani, come borse con mille tasche nascoste e con il fondo che cela un’altra dimensione. Come una sorta di gioco che mi porto dall’infanzia. Mi inventavo cose nuove, luoghi speciali e cercavo di costruirli con ciò che avevo a disposizione.”

Al primo bazar a cui partecipa come genitore acquista un libro sulla costruzione delle bambole di stoffa steineriane. Lo legge con molto interesse e in seguito decide di iniziare a crearne anche al di fuori dell’impegno con la scuola, attenendosi ai punti fondamentali delle bambole tipiche di questa scuola. “Ma – continua l’artista – desideravo anche realizzare qualcosa di nuovo e rispondente a ciò che mi sembrava più vicino ai miei desideri. Ovvero costruirne bambole a tema, dare sfogo alla mia passione per il costume e per le bambole artigianali di vario genere comprese quelle della Lenci.

Così iniziai a crearne nel tempo libero dagli impegni familiari. Un’amica cominciò a richiederne alcune. Ogni occasione era buona per regalare una bambola. Non ho più smesso, tranne quando ho messo da parte tutto e mi sono dedicata a finire gli studi e frequentare l’Accademia di Belle Arti (pittura).”

Le bambole steineriane rispondono a determinati criteri della pedagogia di Rudolf Steiner,  perciò per quelle cosiddette Waldorf segue i principi fondamentali di forma, colore, e materiali. Presta attenzione e cura anche alla sicurezza e resistenza dei manufatti, visto che le bambole così realizzate nascono principalmente per i bambini, dunque devono rispondere ad esigenze di gioco e sicurezza. Non sono oggetti creati per essere poggiati o conservati in vetrina. Naturalmente possono essere create anche per adulti e collezionisti. L’importante, però è che siano adatte innanzitutto ai bambini.

“Rispetto al passato nel quale avevo progettato delle bambole la cui testa era in ceramica e non mi permetteva di essere autonoma sulla costruzione dei singoli elementi, in questo caso posso costruirle interamente senza bisogno di richiedere la lavorazione di alcune delle parti della bambola ad altre persone, dai capelli ai vestiti le mie bambole create totalmente da me”.

In più progettare vestiti permette all’artista di realizzare un altro piccolo sogno che aveva da bambina, quello di diventare stilista. Insomma, nel costruire una bambola ci sono diversi aspetti ai quali era interessata, la progettazione di oggetti in stoffa con tutto ciò che ne deriva, “dove ciò che mi attrae è l’utilizzo di materiali diversi, come i filati, le varie trame e colori di tessuti, che mi permettono di dipingere anche paesaggi con la stoffa, sperimentare forme, decorazioni a rilievo e giocattoli”.

Crea  bambole con materiali naturali, cotone, seta. Sempre imbottite di pura lana vergine, (a meno che non vi siano richieste specifiche, nel qual caso posso utilizzare un’imbottitura sintetica). Hanno un rivestimento di cotone o altra fibra naturale e sono sempre abbigliate con capi del medesimo tipo di materiale. Forme e colori prendono spunto dalle indicazioni sui giocattoli steineriani.
Tra i vari modelli e tipi di bambole ci sono quelle con abito fisso per i più piccoli e quelle da vestire. Queste ultime richiedono almeno 20 ore di lavoro.

https://www.facebook.com/bambole.coronawaldorfdoll/  http://coronawaldorfdoll.blogspot.it

http://coronawaldorfdoll.blogspot.it/2012/07/laboratorio-delle-bambole-lantica.html

“Mi piacerebbe – conclude – collaborare con alcune artigiane nella creazione delle mie bambole. Vorrei, per esempio, far indossare alle mie piccole creature copricapo come quelli di Sangù”.

La sua sfida è allestire piccoli e grandi spazi, Manuela Baldanza, interior designer parte da esigenze che ci rendono quotidianamente la vita difficile. Dove posso poggiare le chiavi di casa se un mobile non ci sta all’ingresso, non sarebbe meglio una mensola? Che tristezza però! E se il mobile fosse stampato al muro con una mensola in plexiglass trasparente che manco si vede? Così nasce Wolla “la decomensola – spiega Manuela – che risolve problemi di spazio e arredo”. Ma la storia non finisce qui, aggiunge la Baldanda””Un giorno, il proprietario di un B and B, mi ha raccontato dei suoi problemi con l’illuminazione delle stanze, che da una parte creavano un’atmosfera accogliente, dall’altra occupavano spazio sui mobili e poi cadevano, si rompevano… Wolla invece poteva diventare anche una lampada di qualunque forma e colore, senza ingombrare. “E così ecco il progetto degli stickers 3d si  amplia trasformandosi in appendi tutto, lampade e mobili di forme varie: libertà di cambiare stile, colore, aspetto agli ambienti col massimo risultato e il minimo ingombro”. Manuela, grafica pubblicitaria, ricicla materiali del suo mondo, quello della pubblicità appunto ( i mobili stickers sono realizzati con vinile adesivo, quello impiegato per le scritte “saldi” e le mensole sono in plexiglass, usato per  targhe professionali ed insegne) e dunque sfrutta le  competenze nella progettazione grafica, attraverso la quale sviluppa oggetti sempre diversi e soprattutto unici. Altra cosa che apprende dal mondo pubblicitario è che niente è come sembra:  spesso il prodotto da pubblicizzare, viene inserito in contesti diversi dal proprio e si gioca con le parole per inventare significati nuovi e sorprendere il proprio target… “queste considerazioni – prosegue – mi hanno spinto a  guardare gli oggetti non solamente per quello che erano, ed è nata la linea  Wolla 100% recycle in cui niente è come sembra”

La prima sperimentazione, le lampade animalesche,  fatte assemblando e dipingendo vecchi giocattoli.  Il risultato finale ricorda un oggetto antico ed anche un po’ Kitsch ma guardando con attenzione riconosci volti e personaggi in un mescolarsi di forme e colori che prima spiazza e poi diverte.

applique_baldanzaPoi è stato il momento delle lampade a sospensione con barattoli di nutella e corda, delle collane e bracciali in t-shirt riciclate e delle parure di mollette.

“I vecchi mobili per me hanno un grande fascino. Amo scriverci sopra messaggi e frasi come in un manifesto pubblicitario, renderli ‘mobili’ attraverso rotelle, rivestirli con banner promozionali e  trasformali nel colore e nella destinazione d’uso”.

Per tanti progetti ci vuole anche lo spazio giusto e da quasi un anno, insieme ad altre 4 artiste/artigiane/amiche realizza un sogno, apre uno spazio espositivo Alab in via Vittorio Emanuele 297 (ai 4 canti per intenderci) che si chiama Spazio e Tempo.

Dentro c’è tutta se stessa, ci sono loro, le sue amiche, piene di idee e creatività e c’è un progetto: vivere di ciò che a loro piace, condividendo progetti, paure e passioni.

www.wolla.it

I fichi d’India siciliani li puoi gustare anche in giro, per venditori in motoape, o trovare piccoli angoli illuminati con le lampade, dove ti viene servito, bello fresco, di solito su un piattino di plastica, naturalmente sbucciato.

Ma se li vogliamo mangiare a casa, che succede? Di solito i fichi d’India della grande distribuzione (quelli che abbiamo usato nel tutorial, per intenderci) arrivano già senza spine. Ma qui vi spieghiamo come fare a munnarli, come dicono in Sicilia, se li comprate belli ruspantini al mercato.

Mi raccomando, non fate come me, non li prendete con le mani dopo averli toccati fuori! Se no le spine passano da fuori a dentro.

 

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Antonino Battaglia, il poeta gentile che parla con una semplicità disarmante attraverso i suoi versi, versi che nascondono profonde verità come l’avversione nei confronti della società, l’amore, l’anima in certi casi assente perché strappata a chi non la merita.

Versi alla portata di tutti, li può leggere perfino un bambino e commentarli, li può leggere il più colto dei colti e pensare senza parlare. Di lui e dei suoi famosi ‘Così come viene’ (li intitola sempre così nel suo profilo facebook), ce ne parla in modo scanzonato mentre lo ascoltiamo e prendiamo nota, mentre tutto scorre regalandoci una calma assoluta e quella gentilezza che gli appartiene da sempre.

“Cosa dire di me, boh? Niente, ci provo – commenta Battaglia -. Sono uno come voi, più o meno-meno. Capelli lunghi, ricci, grigio fumé. Ho frequentato, sia le scuole alte, liceo al don Bosco-architettura, e quelle basse – prosegue -, la strada-i vicoli-li vananeddi-le piazze” .

Le sue origini sono un frullato di avi e geografia, Cefalù-Gangi-Palermo, Ed è in questo triangolo che egli ha appreso il valore e la forza che ha in sè la cultura.

“La cultura è potere – prosegue -, vanniava sempre mio nonno che fu vicino a Epifanio Li Puma nelle lotte contadine sulle Madonie. Cosa aggiungere ancora, che oltre alla scrittura coltivo la pittura, la grafica ed il mio cervellino”.

E per concludere dedica qualche verso delle sue Così come viene ai lettori di questo sito: La mia finestra è cinema muto riquadra e inquadra fosforeggianti stelle… quella più bella è la più lontana”.

E a dirla tutta, un po’ ci si commuove, perché sono parole spontanee, frutto di anni di letture ma senza niente di costruito, quindi via i fronzoli evviva quel che è detto-scritto con estrema purezza come lui sa fare molto bene, lo sanno bene i suoi lettori che sempre più spesso vengono cullati dai suoi canti poetici.  Diciamocela tutta, un po’ ci vuole, visto che il mondo parla sempre più spesso in ‘aggressivo’, un linguaggio decisamente da correggere o forse direttamente mettere da parte.