Wednesday, August 23, 2017
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“Oggi si friggono panelle”, quando lo Street Food era casalingo

Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata e le panelle e le crocchè, in particolari giorni, si preparavano in casa.

pane_panelle

Provate a dirlo allo zio Pinuzzo “Strit fud” e poi aspettate, vedrete come vi talìa, ovvero come vi osserva. “Zocché strit fud?” cioè cos’è? Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata, come l’altra espressione, quella che si ripete per gli aperitivi che si mangiano con le mani Il “finger food”. Prima era tutto “salatini e patatine” l’aperitivo rinforzato stava solo a Milano e noi non avevamo lo strit fud, bensì panelle e crocché, cazzilli e rascatura.

Adesso lo street food e finger food hanno trovato modi sempre più carini di presentarsi, lo street food in particolare è oggetto di abbinamenti con vini di pregio, nominato nelle riviste internazionali, protagonista alle feste chic dove è d’uso affittare una lapa, tipica del palermitano, completa di panellaro che prepara e frigge “Live” specialità croccanti e gustose da assaggiare subito.

Ma ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui le panelle erano un affare di famiglia.

E se sopravvive la festività di Santa Lucia – da onorare, bandendo pane e pasta e facendo posto a panelle e arancine col il loro rito di preparazione che coinvolge l’intera casa lasciandola odorosa e impregnata di fritto per settimane -. È più raro il rito dello street food casalingo (anche il nome stesso lo denuncia, se è cibo da  strada, street, che ci fa a casa?) un momento che tanto ci ha visto protagonisti, soprattutto da ragazzi quando era semplicemente “oggi a pranzo si friggono panelle”.

Intanto il preludio era l’acquisto del classico pacco di farina di ceci, che prima si trovava solo a Palermo e ora reperite facilmente in tutti gli shop indiani, a cui seguiva la pulitura scrupolosa della balatina, ovvero il ripiano di marmo dove l’impasto di farina di ceci, una volta rappreso, sarebbe stato versato e spianato per ricavare le tipiche forme delle panelle.

E poi c’era il momento della frittura in olio bollente, a fuoco vivace, fra schizzi e unto, e l’istante in cui le panelle croccanti sarebbero rimaste riverse sulla carta. Non una carta qualsiasi: era grigia e spessa, quella che le nostre mamme avevano conservato per riciclarla in questo momento, era la carta del coppo, che era servita per avvolgere la frutta. E poi si mangiava a quattro ganasce, con sale e qualche goccia di succo di limone, era pane e panelle, mica strit fud.

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