Sunday, December 17, 2017
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Ci sono posti in cui mangiare la pizza assume una sacralità irrinunciabile, per i sapori unici, le materie prime adoperate, e perché no, per quella atmosfera antica e un po’ paesana. Se a questo aggiungiamo la maestria collaudata da anni del pizzaiolo, nonché primo cittadino di un piccolo paesino del palermitano, il gioco e’ fatto. Gioacchino De Luca, sindaco del Comune di Borgetto, infatti, si divide tra una pizza margherita e impegnative sedute consiliari. Il signor Sindaco in questione, classe ’67 e padre di due figli, agghindato con tanto di camicia bianca candida come la farina, inforna le sue pizze dai tanti colori e dal profumo inebriante nel ristorante pizzeria, con attigua sala bowling, che gestisce da moltissimi anni, La Carcara www.lacarcaraborgetto.it (vecchia fornace di calce) a Borgetto in via Partinico. Coadiuvato da un personale di servizio gentile ed efficientissimo nel prendere le comande, il sindaco De Luca, con assoluta disinvoltura si barcamena tra impasti e condimenti, pronto a soddisfare i desideri del vostro palato, solerte come solo i migliori chef. E io, dopo una serata trascorsa davanti alla bocca di fuoco, decido di avvicinarlo per scambiarci due chiacchiere…

Come coniuga il ruolo di primo cittadino con quello di pizzaiolo?
Entrambi sono importanti e non in conflitto, nel primo intendo dare un segnale forte, positivo e concreto ai miei concittadini, per quanto riguarda quello di pizzaiolo, è un’attivita’ che svolgo con passione da 32 anni, e ormai fa parte della mia vita

Avendo spesso “le mani in pasta”con quali situazioni si misura e si confronta giornalmente?
La situazione al Comune, come puo’ immaginare, spesso è difficile per la presenza di problematiche serie di varia natura tra le quali vi è la disoccupazione e i debiti fuori bilancio, quello in pizzeria è un piacere che devo dire mi rilassa.

Qual è la pizza che ha piu’ nel cuore?
La schiacciata tipo sfincione, perche’ racchiude in sé i nostri prodotti locali, il caciocavallo di Borgetto, l’origano di Romitello e la salsa fatta in casa.

Cosa le piace di piu’ del suo ruolo di sindaco e di quello di pizzaiolo?
Nel ruolo di sindaco c’è tutto l’orgoglio e l’onore di rappresentare il mio paese non soltanto qui, ma anche a Whitestone (New York), in cui è presente una comunita’ di 8.500 di nostri concittadini emigrati e dove ad agosto di quest’anno abbiamo effettuato la traslazione temporanea del quadro di Maria SS Addolorata di Romitello. Nel ruolo di pizzaiolo mi piace la costante e crescente gratificazione da parte dei clienti che avvalora il mio motto”qualita’-prezzo, serieta’ e pulizia”!

A noi tutti non resta che libarci di cotante prelibatezze, ma soprattutto di augurare al sindaco un mandato pieno di soddisfazioni.

Sembrerebbe una moda, ma non è così. Ovunque si improvvisano cene social ma l’home restaurant, in un periodo di socialità e convivenza telematica quasi forzata e doverosa, è una necessità.

Stiano tranquilli i ristoratori, mi sento di rassicurarli, la cena all’home restaurant non c’entra nulla con il rito di “mangiar fuori”. Quello che accade nel corso di una cena organizzata di home restaurant ha a che fare con la fiducia, con il desiderio di mettersi in gioco.

La fiducia è fondamentale perché dovrai mangiare, che insieme a dormire, è un atto intimo non semplicissimo da condividere.

Nel nostro caso l’invito proveniva da amici carissimi, di grande gusto estetico, che ci hanno segnalato all’ultimo minuto una cena da Nadine. Ecco, un invito a un home restaurant, non dimenticatelo, è un dono, una segnalazione casuale e prodigiosa, fatta a qualcuno che prima di informarvi vi dirà  “c’è questa cena e ho pensato a te”.

Da Nadine tutto è stato buonissimo, creato senza fretta, come la sua bellissima casa accogliente e la tavola apparecchiata con originalità con l’aiuto della brava e simpatica figlia Maia. Non era solo il loro lavoro a darci il benvenuto, ma il tempo trascorso ad immaginare e costruire questo piccolo evento.

Abbiamo mangiato, parlato e bevuto, deciso il vino insieme, parlato di accostamenti e Nadine ha chiarito alcune delle sue varianti al cous cous che ci ha fatto assaggiare.

Le portate sono state raccontate. Ognuno aveva qualcosa da dire su ogni boccone, che fosse un ricordo o un’emozione, ed è stato ascoltato. Ci siamo portati a casa a un ricordo che non è solo a sua piccola pianta grassa con la scritta Happiness is homemade, ma di un incontro umano e professionale che abbiamo contribuito a far accadere.

Piccoli consigli per gustarsi una perfetta cena all’home restaurant:

Non andare a una cena in un home restaurant se non ti fidi del cibo che metteranno in tavola (di come lo hanno cucinato o preparato).

Non andare se non vuoi assaggiare cibi nuovi, magari di altre nazionalità.

Non andare se sei ingrugnito, stanco, svogliato, non hai voglia di parlare o di ascoltare i racconti degli altri.

Non andare se hai poco appetito, perché lo chef dopo siederà con te, ti guarderà negli occhi e il suo lavoro va onorato e rispettato.

Non andare se non sei curioso degli altri e non vuoi capire come la gente vive, lavora, supera le difficoltà o gioisce.

Non andare se per te cena elegante equivale a cena costosa.

Non andare se vuoi sapere tutto prima di chi dividerà con te la tavola: perché sarà una sorpresa.

(Grazie a Valentina per le foto)

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Le ciaspole sono un mezzo formidabile per muoversi sulla neve. Per gli scettici, convinti che la Sicilia non sia anche un posto meraviglioso nella fredda stagione, grazie alla sua natura incontaminata e ai suoi parchi che si ammantano di bianco con il generale inverno, segnaliamo una ciaspolata da intraprendere nel suggestivo Parco dei Nebrodi.

Forse non tutti conoscono i laghi del parco, e la ciaspolata, perfetta per innamorati e non, visto che cadde nel week end di San Valentino, 13 e 14 febbraio, vi condurrà per questi territori.

L’appennino siciliano consente spettacolari escursioni al centro del più grande parco regionale della Sicilia. Il punto base della ciaspolata sarà nel comune di Cesarò, all’interno di un accogliente agriturismo. Il sabato si partirà con la prima escursione per prendere dimestichezza con le racchette da neve (ciaspole). L’obiettivo sarà  muoversi alla volta della cima del monte Soro, 1847m, nella catena delle Caronie. Dalla sommità di questo bellissimo promontorio non solo si scorge un panorama davvero sensazionale, ma qui vive un esemplare unico di acero, un vero e proprio monumento della natura. Il secondo giorno di ciaspolata attraverserà un lungo un sentiero di estrema bellezza, che costeggia le sponde ghiacciate del lago Maulazzo, uno dei bacini lacustri più belli della Sicilia. sulle sponde il colpo d’occhio di un bosco di faggi. Se mancherà la neve si metteranno da parte le ciaspole, ma il divertimento resta assicurato.

INFORMAZIONI

ORARIO/LUOGHI: Ritrovo sabato 13 febbraio alle 10 a Cesarò, fine escursione domenica 14 ore17:00 a Cesarò

DIFFICOLTA’: facile/medio. I percorsi messi in programma non sono particolarmente faticosi , hanno una lunghezza di circa 10 km A/R ciascuno, con dislivelli che non superano i 250m.

ATTREZZATURA: abbigliamento da trekking invernale , ghette,  zaino, scarponcini, borraccia, binocolo.

QUOTE: Euro80, comprensivi di quota associativa, organizzazione, guida, pernottamento in agriturismo, cena, colazione, ciaspole e bastoni, il pranzo a sacco non è compreso.

NOTE: I ragazzi sotto i 14 anni, accompagnati dai genitori pagano solo il vitto, l’alloggio e il noleggio delle ciaspole. Per chi è interessato a partecipare a un solo giorno è possibile al prezzo di 15 euro (il pranzo a sacco non è compreso).

PRENOTAZIONE: la prenotazione va fatta esclusivamente per via mail, non teniamo conto delle prenotazioni fatte su facebook.  info@passopassotrekking.it. Per informazioni potete contattare i numeri di telefono sotto indicati. Massimo 20 partecipanti

GUIDE AIGAE E CONTATTI: Antonio 3470346742, Saro 3471754126

www.passopassotrekking.it

info@passopassotrekking.it

http://www.facebook.com/pages/Passo-Passo-Trekking/826127730793199

Sul lucernario del mio palazzo li vedo, appollaiati, le zampe, somigliano a quelle delle oche, palmate:  sono i gabbiani, abitano sulla mia testa, alcune notti li sento perfino camminare. Qualche giorno fa, immobile sul bordo del cassonetto dei rifiuti di casa mia c’era un gabbiano. Un volatile enorme, sul becco una macchia di rosso, perfettamente a suo agio come se fosse un’azione usuale, il gabbiano ravanava nella munnizza per cibarsi.

In ultimo, una volta che avevo spalancato le ante, un’ala, enorme, di un gabbiano ne ha sfiorata una facendola vibrare. Certe volte, il tipico urlo del gabbiano può svegliarti, sembra che dialoghino, a distanza, con qualche simile. Forse si domandano “vuoi andare al mare?” e l’altro risponde “no, che non me la sento, prendo umidità.”

Da bambina ho disegnato milioni di volte il cielo e il mare, divisi dalla linea dell’orizzonte, un pugno di nuvole in cielo e gabbiani stilizzati, silhouette con la tipica forma di sopracciglio che simboleggiavano una determinata atmosfera: quella della costa.

Il gabbiano, certo, ci ricongiunge alla nostra natura: Palermo significa tutto porto. Nell’iconografia classica, segue le barche col pescato, afferra bocconi prelibati lanciati in volo. Ma il gabbiano domestico è una realtà, il segno di un cambiamento, chiaro. Dice che se ne vedono a stormi (si dice così, no?) volteggiare sulla discarica di Bellolampo. Dice, ho trovato sulla nuova Bibbia moderna, ovvero internet, che alcuni esemplari il mare non lo vedranno mai, non navigheranno, insomma, non saranno come i loro nonni, forse nessuno li riporterà al largo, a planare fra le onde e tuffarsi fra i flutti e pescare, verso l’orizzonte, come si faceva una volta.

Il gabbiano sta in città per dirci una cosa precisa: siete zozzi, io magno e cammino sulle vostre teste (si dice infatti: ti mangia in testa) perché voi non curate questa città e manco la natura, ci avete i cassonetti pieni e il mare più vuoto.

In parte, confessiamolo, il gabbiano di città che vive di munnizza a Palermo rischia di perdere molto del suo fascino.

Di contro fa un’immensa tenerezza. Ha dovuto adattarsi, come migliaia di persone, e vivere di resti. Il gabbiano, in città condivide i cassonetti con migliaia di cercatori. Gente che ogni giorno si guadagna da vivere cercando nella munnizza. Il gabbiano ogni volta che non vola, non segue la scia delle barche, e cerca il pasto fra i rifiuti, fermo e fiero, non contravviene alla sua natura, ci dice soltanto questo: le cose sono cambiate qui, non te ne eri accorta bella mia?

Provate a dirlo allo zio Pinuzzo “Strit fud” e poi aspettate, vedrete come vi talìa, ovvero come vi osserva. “Zocché strit fud?” cioè cos’è? Lo street food che va tanto di moda adesso fino a una decina di anni fa non era un parola tanto usata, come l’altra espressione, quella che si ripete per gli aperitivi che si mangiano con le mani Il “finger food”. Prima era tutto “salatini e patatine” l’aperitivo rinforzato stava solo a Milano e noi non avevamo lo strit fud, bensì panelle e crocché, cazzilli e rascatura.

Adesso lo street food e finger food hanno trovato modi sempre più carini di presentarsi, lo street food in particolare è oggetto di abbinamenti con vini di pregio, nominato nelle riviste internazionali, protagonista alle feste chic dove è d’uso affittare una lapa, tipica del palermitano, completa di panellaro che prepara e frigge “Live” specialità croccanti e gustose da assaggiare subito.

Ma ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui le panelle erano un affare di famiglia.

E se sopravvive la festività di Santa Lucia – da onorare, bandendo pane e pasta e facendo posto a panelle e arancine col il loro rito di preparazione che coinvolge l’intera casa lasciandola odorosa e impregnata di fritto per settimane -. È più raro il rito dello street food casalingo (anche il nome stesso lo denuncia, se è cibo da  strada, street, che ci fa a casa?) un momento che tanto ci ha visto protagonisti, soprattutto da ragazzi quando era semplicemente “oggi a pranzo si friggono panelle”.

Intanto il preludio era l’acquisto del classico pacco di farina di ceci, che prima si trovava solo a Palermo e ora reperite facilmente in tutti gli shop indiani, a cui seguiva la pulitura scrupolosa della balatina, ovvero il ripiano di marmo dove l’impasto di farina di ceci, una volta rappreso, sarebbe stato versato e spianato per ricavare le tipiche forme delle panelle.

E poi c’era il momento della frittura in olio bollente, a fuoco vivace, fra schizzi e unto, e l’istante in cui le panelle croccanti sarebbero rimaste riverse sulla carta. Non una carta qualsiasi: era grigia e spessa, quella che le nostre mamme avevano conservato per riciclarla in questo momento, era la carta del coppo, che era servita per avvolgere la frutta. E poi si mangiava a quattro ganasce, con sale e qualche goccia di succo di limone, era pane e panelle, mica strit fud.